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Storie di Torino

L’ospedale celtico di Torino dedicato al ricovero e alla cura delle malattie sessuali

Mai sentito parlare dell’Ospedale Celtico?
Dal nome si potrebbe pensare ad un ospedale destinato a popolazioni indoeuropee, invece si tratta di una struttura, o parte di essa, dedicata al ricovero e alla cura delle malattie sessuali.

Nel XVIII secolo le malattie sessuali come sifilide e gonorrea sono una piaga e si cerca di adottare ogni mezzo per impedirne il propagarsi. Cercando di arginare la malattia, nel 1776 viene istituito l’Ospedale Celtico per ricoverare le donne infette confinandole in sifilicomi. Nella zona del Martinetto, in una ex conceria viene aperto “l’unico speciale ospizio femminile’ che col passare del tempo diviene insufficiente e soprattutto non da la possibilità di suddividere le molte veneree per propria colpa dalle poche per non rea ragione.

Nello stesso periodo, il carcere femminile della Generala poco fuori Torino, sulla via per Stupinigi, viene dichiarato inadatto ad ospitare e soprattutto a redimere le giovani carcerate.
Considerato che nel carcere della Generala la maggior parte delle detenute sono prostitute e che quasi tutte prima o poi sono affette da sifilide, il trasferimento delle prostitute detenute verso l’Ospedale Celtico e viceversa è all’ordine del giorno.

Per ovviare agli inutili trasferimenti e disporre di una struttura più grande, nel 1836 Carlo Alberto di Savoia dispone il trasferimento di entrambe gli istituti nell’edificio pubblico denominato Ergastolo il Castro nei pressi dell’attuale via Ormea. I giovani oziosi e vagabondi ivi reclusi vengono così trasferiti a Saluzzo in attesa di sistemarli adeguatamente nell’ex carcere femminile nel 1845.

L’ospedale Celtico di Torino

L’ospedale Celtico di Torino è composto da dormitori comuni. Nei primi due piani dello stabile ci sono 85 cellette situate nel sottotetto per ospitare complessivamente circa 250 infette e alcune celle destinate all’isolamento che vengono utilizzate specialmente per le detenute che dal carcere della Generala sono trasferite al nosocomio.
In queste celle le sventurate devono passare un mese al fine di assoggettarne il carattere e farle riflettere sulla necessità di sottomettersi al proprio destino e non vengono ammesse ai dormitori senza aver prima dimostrato obbedienza, rassegnazione e buona condotta. In situazioni di particolare caparbietà, alle infette vengono ridotte le razioni di cibo e recluse in cellette oscure con paglia al posto del letto.

In un primo tempo le ospiti sono divise in due gruppi, le buone e le meno buone. Successivamente però diventa necessario aggiungere una nuova sezione portando a tre i gruppi, quello delle cattive o nuove giunte alloggiate in celle separate,  quello delle mediocri alloggiate nei dormitori del piano terreno e quello delle migliorate che, alloggiate al primo piano, possono vantare un cortile separato per le ore di passeggio.
La distinzione è rimarcata anche nella cappella dove le cattive seguono la messa nella tribuna superiore, le mediocri in quella inferiore e le migliorate in quella di mezzo.

… E poi ci sono le Ragazze di Civil condizione che per disgrazia incolpevole vengono ricoverate all’Ospedale Celtico, messaline educate abituate agli agi ed ai vizi che non possono essere di certo alloggiate con la plebe in quanto questo potrebbe nuocere al decoro della propria famiglia; per loro un’ala appartata vicino agli alloggi delle suore della Carità, che con alcune infermiere si occupano delle cure alle infette.
Onde evitare vergogne alle sventurate, queste ragazze possono ricevere visite separate, soprattutto per evitare che le famiglie debbano vedere le loro ragazze nello stesso parlatorio delle meretrici.

Le giornate delle ricoverate sono completate dal lavoro nel laboratorio di tessuti creato nel sotterraneo, filatura, tessitura, manifattura ed una lavanderia al fine di offrire alle sventurate, una volta lasciato l’ospedale, la possibilità di trovare un lavoro.

La nuova collocazione del sifilicomio in un’ala del carcere, oltre all’impiego di infermiere dedicate alla cura delle malattie veneree, in quanto questo tipo di malattia non si addice alle religiose, comporta una implementazione dei corpi di guardia poiché le meretrici inevitabilmente attirano a sé druidi e mezzani, uomini tratti dalla feccia della plebe, incantati in ogni maniera di sozzure, dediti ai ladronecci, pronti alle risse, schiamazzatori ed arrischiati a qualunque impresa.

In qualsiasi modo lo si voglia guardare più che un ospedale sembra una sorta di carcere ghettizzante, dove le donne sono ritenute colpevoli di essere infette e, come tali, meritevoli di finire in un reclusorio così duro. Nei primi anni del XX secolo con l’evolversi della medicina, le cure per la sifilide sono fortunatamente cambiate e l’ospedale celtico di Torino viene chiuso.

Oggi dell’edificio non è rimasto nulla, nel 1910 tutto il complesso viene destinato a carcere militare e successivamente negli anni ‘50 viene completamente demolito, al suo posto verrà edificato il complesso sportivo Ferruccio Parri di via Ormea 127.

Bibliografia:

San Salvario di Mrio Bianco e Massimo Scaglione | Annuncio Amazon

Calendario generale pe’ regii stati – Compilato d’ordine di S.M. per cura della Regia segreteria di Stato per gli Affari Interni – Anno XV – 1838 –  Stamperia Baglione e C. – Torino

Cenni intorno al correzionale delle prostitute ed all’ospizio celtico eretti con R. patenti del 28. maggio 1836 nell’edifizio dell’ergastolo.  – Vegezzi, Giovenale

IMMAGINI
Interno di una casa di tolleranza a Napoli nel 1945 – WIKIPEDIA
Giuseppe Maria Mitelli, la vita infelice della meretrice, 1690 Novembre dicembre

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Brevi

Giardino Fargat

La targa ‘Giardino FERGAT’ da il nome ad un’area polivalente sorta dove prima esisteva la FERGAT, azienda nata del 1922 e dedita alla produzione di componenti per auto, veicoli militari e materiale ad uso agricolo.
L’area precedentemente occupata dall’azienda diventa proprietà del comune sul finire degli anni ’70 e, dopo 20 anni, viene interessata da un’opera di riqualificazione.
In quest’area sorge oggi il Centro per l’Arte Contemporanea della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

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Storie di Torino

Sulle remote origini di Torino, nulla è noto!

Volendo scrivere qualcosa sulle origini di Torino siamo inciampati su “Torino e i torinesi” scritto nel lontano 1898 da Alberto Viriglio, famoso scrittore e giornalista dalla penna curiosa, indagatrice, arguita e particolare. Abbiamo deciso così di proporvelo cambiando giusto qualche parola non più in uso nel odierno linguaggio.

Sulle remote origini di Torino, una sola cosa è nota e pacifica fra gli eruditi.

Esse si perdono nella notte dei tempi, quando nelle valli errava, peloso e piegato sulle ginocchia, il Pitecanthopus erectus, dell’epoca terziaria, precursore delle nostre generazioni.
Nemmeno a Fetonte fondatore si vuol più credere, ma qualcuno ci crede e ne racconta la storia con presuntuosa superiorità fissando la sua caduta dal carro nell’anno 1529 A.C.
Beroso Caldeo, Caio Sempronio, Marco Catone, Filiberto Pingone e l’abate Giroldi, copiandosi successivamente come è uso, le assegnano i natali nell’Anno Mundi 2530, ovvero 1525 A.C., 772 prima della fondazione di Roma.

Un iscrizione del Tesauro dice: TEMPORE MOISIS TAURINO CONDITA.
Plinio, Strabone e Luigi Cibrario la suppongono ligure mentre Carlo Promis la dichiara celtica, d’Illiria.

Imbarazzatissimo a pronunciarmi in merito, mi trincero in una prudente riserva, memore che Paroletti (Turin à le porte des étrangers, 1862) disse: “on ne saurait remonter à l’origine de la ville: il n’y a que des ignorante qui puissent parler de sa fondation(non si saprebbe risalire all’origine della città : non ci sono altro che ignoranti a parlare della sua fondazione). Pietro Giuria (Descrizione di Torino, 1852) chiarì meglio lo stesso concetto ironicamente dichiarando mancargli “la scienza misteriosa di certi antiquari che ebbero forse la possibilità di guardare negli archivi di Noè, poiché descrivono con sicurezza e precisione marce, immigrazioni, contromarcie, tappe, accampamenti, scissure, e lamentele dei popoli antichissimi che occuparono il suolo dove ora sorge Torino” concludendo che nessuno può essere in grado di fissare, anche in via di larga approssimazione, epoca e casi della fondazione di Torino.

Se negli Archivi di Noè io non ho potuto guardare, ho bazzicato assai in quelli del Municipio, perlustrandoli e spolverando cartoni e cartacce sotto la guida sapiente ed amorosa di Pietro Mansuino, modesto e valente; ma, per dire il vero, ho cercato tutt’altro in quel santuario mistico del venerabile << Guardaroba delle quattro chiavi >>, l’archivio di Palazzo Civico.
Ma dove passarono Pingone, Della Chiesa, Tesauro, Craveri, Derossi, Terraneo, Meyranesio, Vernazza, Botta, Denina, Paroletti, Cibrario, Tettoni, Giuria, Tefani, Saraceno, Carutti, Vayra, Claretta, Ricotti, Baricco, Perrero, Vico, Bosio, Semeria, Chiuso, Ferreri, Nicomede Bianchi, Torricella, Carrera, Covino, Borbonese, Manno, Ratto, Rondolino, Ghirardi, Gabotto e dozzine d’altri mietitori valenti,  rimane poco al certo povero spigolatore (Viriglio).

Ma mi sorride una quasi certezza!
Alla fondazione di Torino non debbono aver messo mano i soliti emigranti di Fenicia o da Grecia, senza terre e senza quattrini (poiché gli emigranti di un tempo erano costantemente senza quattrini), raminghi lontani dal tetto natale, uomini in fuga dalla collera di un padre o l’odio di un tiranno, e sempre alla ricerca di città da costruire, colonie da stabilire e figlie di re da sposare.
Tutto ciò d’altronde – non oserei dirlo ma lo penso – è parecchio sterile e conta meno nella bilancia del creato di quanto conti un d’uccellino che è presente e racchiude in seno l’avvenire.

Ma essendo di moda importunare lo spirito degli avi, investigarne i pensieri per attribuire loro sentimenti ed azioni di cui non si sono, forse, nemmeno sognati, tanto vale andar dietro ad essa, ed appena usciti dal ginepraio delle origini di Torino ficcarsi in quelli del nome e degli emblemi per farla una buona volta finita con l’erezione e l’archeologia.
Una volta esaurite sarà possibile insinuarsi con miglior agio fra le ruote del complicato e vario organismo moderno, per esaminarne le funzioni, per aggirarci fra la moltitudine di viventi che formicola e si agita dentro e fuori del perimetro della Cinta Daziaria, una moltitudine che Iddio abbia presto e definitivamente in gloria.

Testo: Torino e i torinesi, 1898 Alberto Viriglio
Immagini: Alberto Viriglio | Fetonte

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Musei di Torino

Il Museo Egizio di Torino

Il Museo Egizio di Torino è una delle attrazioni turistiche principali della Città di Torino e si trova a pochi passi da piazza Castello all’interno di un affascinate palazzo barocco.
Restaurato nel  2015 oggi  gli spazi espositivi sono raddoppiati e hanno rinnovato il percorso museale lungo 15 sale disposte su 4 piani.

Museo Egizio di Torino

La collezione iniziale del generale piemontese Bernardino Drovetti, recuperata durante la spedizione francese in Egitto, comprendeva circa 8000 pezzi; venne acquistata da Carlo Felice nel 1824 e insieme alla collezione egizia di Casa Savoia istituì il primo Museo Egizio del mondo.
Oggi il museo custodisce una collezione di oltre 40000 reperti di cui 3300 esposti nelle sale museali.

Museo Egizio di Torino

Secondo soltanto al museo del Cairo, il museo offre una gigantesca collezione di reperti archeologici; oggetti di vita quotidiana, statue, papiri, sarcofaghi e pezzi di notevole importanza e famosi in tutto il mondo come le tombe di Kha e Merit, il Canone Reale conosciuto come il Papiro di Torino, le Statue di Iside, Sekhmet e Ramesse II e molto altro ancora.

La meta turistica torinese per conoscere l’affascinante e misteriosa civiltà degli egizi.

Dove si trova il Museo Egizio

Via Accademia delle scienze 6, 10123 Torino

Orari del Museo Egizio

Lunedì:  09.00 – 14.00
Martedi-Domenica:  09.00 – 18.30
La biglietteria chiude un’ora prima del museo

Tariffe del Museo Egizio

Ingresso Intero Museo + Mostra  – € 15

Ingresso ridotto 1, Museo + Mostra – € 13
(15>18 anni e giornalisti)

Ingresso ridotto 2 – 1€
(6>14 anni)

Ingresso Gratuito per i possessori della
Bambini fino a 5 anni
Abbonamento Musei Torino Piemonte
Torino+Piemonte Card
Invalidi (74%)

Informazioni

Telefono +39 011 4406903
Sito Web ufficiale: www.museoegizio.it

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Storie di Torino

Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC!

La storia di Torino comincia con la nascita del primo insediamento Romano che, alla luce del sole o sotto il manto stradale, ha lasciato tracce che permettono di comprendere e verificare gli scritti di vari autori latini che hanno documentato le vicende del torinese.
Per quanto non è mai stata identificata la zona esatta, gli stessi autori ci hanno portato a conoscenza dell’esistenza di ‘Taurasia’,  una precedente città che dominava sul torinese e che fu marginalmente coinvolta nelle vicende delle guerre puniche durante la discesa di Annibale in Italia.
In assenza di prove certe e con l’esigenza di dare un illustre passato alla nostra città, Taurasia e i suoi Taurini furono collocati dove oggi sorge Torino facendoli diventare i primi esseri viventi a potersi definire torinesi.

Se però ci basiamo sui ritrovamenti archeologici non è impossibile affermare che i primi torinesi DOC erano i pesci che vivevano nel torinese 5 milioni di anni prima e ci hanno lasciato innumerevoli tracce della loro presenza.
Ai loro tempi il torinese era molto diverso, non presentava le caratteristiche che oggi definiscono il nostro territorio, ma loro, i pesci, sono stati i primi protagonisti di un lunghissimo processo che ha portato alla conformazione del torinese come la conosciamo.

Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC

5 milioni di anni fa a Torino c’era il mare, non c’erano coste a delimitarne i confini e il torinese era  una microscopica porzione di un immenso oceano chiamato Tetide che separava due continenti, l’Aurasia a nord e il Gondwana a sud. Le sue acque erano abitate dai pesci, ignari che il loro ambiente avrebbe un giorno visto 2 cugini, Amedeo e Eugenio, combattere per rivendicarne le terre.
Sono gli anni in cui è in atto un processo lentissimo che dopo 2,5 milioni di anni porta alla formazione di elementi non ancora definiti ma per noi percepibili. Lo spostamento del Gondwana verso l’Aurasia  porta alla formazione del mare Mediterrano, la compressione delle falde tettoniche tra i due continenti porta all’innalzamento verso il cielo delle Alpi, dai fondali emergono gli Appennini che diventano il confine meridionale del Golfo Padano e ad occidente emerge un piccolo isolotto destinato a diventare la collina torinese.
La definizione di questi elementi geografici da inizio ad una fase successiva nella quale l’innalzamento dei fondali del Golfo Padano definisce l’attuale Pianura Padana e vede protagonista assoluta del paesaggio la catena montuosa delle Alpi.

Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC

Dalle Alpi cominciano a scendere importanti corsi d’acqua che trascinano con loro ingenti quantità di detriti che portano alla formazione di depositi che occuperanno i territori che separano la collina torinese dalle lpi.
Si forma il PaleoPo, progenitore dell’attuale Pò, che arrivato nei pressi di Moncalieri vira verso sud per dirigersi verso le Langhe. Dalla Val di Susa scende la Dora che trascina con se i detriti che occuperanno il territorio dove in un lontano futuro sarebbe sorta Torino.

Per quasi 2 milioni di anni periodi temperati millenari si alternano a periodi glaciali millenari che portano i ghiacciai a superare la val di Susa,  lambire il torinese e trasportare in pianura i grossi massi erratici come il masso Gastaldi di Pianezza.

 

Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC

700000 anni fa le caratteristiche del territorio torinese sono oramai abbozzate, dei pesci non c’è più traccia se non nei fiumi e nei laghi.
Inizia un lungo periodo, che termina circa 16000 anni fa, di lunghe e ripetute glaciazioni che con l’espandersi e il ritirarsi dei suoi ghiacciai modellano con i territori nella forma di oggi.
Si formano i laghi di Avigliana, prende forma la cresta dove sorgerà il castello di Rivoli, il Po improvvisamente decide di cambiare percorso all’altezza di Moncalieri puntando ad est verso la Pianura Padana, i detriti che scendono dalla Val di Susa formano immensi depositi dove sorgerà Torino, grandi distese paludose acquistano la solidità che dopo l’ultima glaciazione determinerà la flora e la fauna locale.Inoltre, intorno ai 200.000 anni fa cominciano a fare la comparsa prime forme di ominidi nomadi che tra una glaciazione e l’altra lasceranno il posto all’uomo di Neanderthal ed infine ad esseri umani con la nostra fisionomia.
Dopo l’ultima glaciazione il torinese è oramai formato, i fiumi lentamente stanno assumendo il percorso a noi noto e i territori sono percorsi da cacciatori che frequentano la collina torinese e si spingono in operazioni di caccia sui monti alpini.

Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC

Intorno a 6000 anni fa questi proto-torinesi cominciano ad applicare le prime tecniche di allevamento e agricoltura favorendo, 2000 anni dopo, la formazione di piccole comunità sedentarie che danno origine alle prime vie commerciali del torinese. Chiomonte è una delle prime comunità a sorgere seguita da Trana, Avigliana, Carignano e da altri probabili villaggi nei pressi di Torino-Sassi, Pino Torinese,  nella bassa Val di Susa e in altri centri oramai dispersi nella notte dei tempi.

Dal  500 A.C. in poi comincia a delinearsi un territorio occupato da varie popolazioni sparse in piccoli villaggi e legate tra di loro da forme di scambi commerciali.
Il territorio torinese viene lentamente occupato dai Taurini, popolazione di origine ligure con influenze celtiche,  che gestiscono un ampio territorio che parte dalla Val di Susa e dalle pendici delle alpi occidentali per arrivare fino a Torino e spingersi fino quasi al vercellese.

Oltre alle tecniche agricole e d’allevamento, l’uomo ha sviluppato anche la capacità di non accontentarsi di ciò che ha, caratteristica umana che porterà in breve tempo a trovare i pretesti per combattere con le popolazioni confinanti, a nord gli Insubri e a Sud i Liguri e infine nel 216 A.C. a scontrarsi con Annibale che arriva nel torinese attraverso la Val di Susa.

Ma questa è un altra storia….. che potete leggere qui: Annibale non è mai passato da Torino il 15 novembre del 218 A.C.

P.S. Questo testo ha un valore puramente divulgativo e amatoriale, diciamo un racconto da narrare ai vostri figli quando vi chiedono “Ma è vero che a Torino c’erano il mare e i pesci?”. Siamo consapevoli che il processo di formazione del Torinese è stato ben più complicato ma spiegarlo in ogni dettaglio renderebbe complicata e  frustrante la lettura.

Immagini scattate all’ Acquario di Genova

 

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Palazzi e architettura

Il Castello di Masino di Caravino, una residenza millenaria a pochi kilometri da Torino

Il Castello di Masino e l’omonimo parco sono una grande tenuta millenaria costruita sopra un altura che sovrasta la piana del Canavese. Distante un ora di macchina da Torino, e pochi minuti da Ivrea, grazie al FAI Fondo Ambiente Italiano la residenza è diventata una attrazione turistica unica nel suo genere con un panorama fantastico che è possibile ammirare da qualsiasi angolo della dimora e delle terrazze.

Costruito nel XI secolo in una posizione politicamente e tatticamente strategica per il controllo del Canavese, la fortezza è sempre stata la residenza principale dei conti di Valperga e oggetto di contesa tra le famiglie nobili che per secoli si sono scontrate per ottenerne il controllo e di conseguenza dominare sul territorio.
Nonostante le alte mura e le grandi torri, nel XVI secolo il castello viene demolito dai Francesi e ricostruito nelle forme che oggi possiamo ammirare, una dimora signorile circondata da un grande parco, la caffetteria del castello, un lungo viale alberato che porta al secondo labirinto più grande d’Italia e … verde, tanto tanto verde all’interno della tenuta e fin dove si spinge lo sguardo.

Il castello di Masino

Il castello è stato edificato nel XVI secolo e abbellito negli anni successivi fino ad assumere l’aspetto e la funzione di residenza di villeggiatura per l’aristocrazia e residenza principale della famiglia Valperga fino al 1988.
Le innumerevoli camere che si susseguono lungo il percorso libero sono completamente arredate con originali affreschi del ‘700 e arredi prestigiosi che mantengono le condizioni originali della dimora e dei saloni principali.
Per chi non si accontenta mai è anche possibile seguire il percorso guidato e accedere all’appartamento della Madame Reale, Giovanna Battista di Savoia Nemours , la mamma di Vittorio Amedeo II.

La caffetteria
Accessibile dall’esterno e dall’interno del castello, la caffetteria è situata in una posizione particolarmente felice sul Terrazzo degli Oleandri. Seduti sui tavolini, in un atmosfera rilassante e naturale , si gode di un panorama fantastico su tutto il Canavese e sulla spettacolare Serra Morenica di Ivrea.

Il parco
Il gigantesco parco del Masino che circonda tutta la dimora è stato costruito nel XIX secolo secono lo stile inglese e offre la possibilità di passare un pomeriggio piacevole circondati dalla natura e in prossimità del  labirinto ricostruito recentemente secondo i disegni originali del settecento.
In prossimità del labirinto è presente anche un’area gioco per bambini particolamente curata e divertente, dettaglio che rende il castello di Masino un luogo adatto e consigliato anche per visite con tutta la famiglia.
Inoltre, per i più piccoli, il FAI ha predisposto attività aggiuntive come la caccia al tesoro, il Museo delle Carrozze, la Torre dei Venti e il Giardino dei Folletti.

 

Dove si trova il Castello di Masino

Via del Castello, 1 Frazione Masino, 10010 Caravino, TO

Orari del Castello di Masino

marzo e novembre
da mercoledì a domenica (lunedì e martedì se festivi), 10:00 – 17:00.
aprile, maggio e ottobre
da martedì a domenica (lunedì se festivo), 10:00 – 18:00, ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.
da giugno a settembre
da martedì a sabato (lunedì se festivo), 10:00 – 18:00; la domenica, 10:00 – 19:00, ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.
1, 2, 7, 8, 9, 14, 15 e 16 dicembre:
10:00 – 18:00, ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.

Il Museo delle Carrozzè è visitabile solo sabato, domenica e i giorni festivi.

Maggiori informazioni sul Castello di Masino

Sito Ufficiale

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Curiosità di Torino

Viaggio nelle cucine del Palazzo Reale di Torino

Ogni museo ha il suo fascino e la sua personalità, e ci piace!
All’interno di esso possiamo trovare le tracce del passato che ha dato origine al nostro presente. Ambienti, arredi, suppellettili, ci ricordano le abitudini e le usanze dei secoli scorsi, stili di vita ormai dimenticati che riaffiorano attraverso i percorsi museali…
…e poi ci sono quei luoghi che coinvolgono talmente tanto che sembra di tornare indietro nel tempo e di rivivere personalmente azioni e situazioni… come le cucine di Palazzo Reale.
Il percorso museale ci permette di visitare le Cucine di Palazzo Reale, consente un tuffo nel passato attraverso un’accurata ricostruzione dell’ambiente situato nell’ala di levante del Palazzo Reale di Torino.
Un approfondito viaggio attraverso uno spaccato di vita legato ai sovrani, ma vissuto in prima persona da un notevole numero di maestranze, cuochi, frutteri, pasticcieri, gentiluomini di bocca, scudieri di bocca, credenzieri, somellieri di bocca, guardia vasella, maestri di sala, uscieri di cucina.

Nei primi anni del ‘600 circa sessanta addetti, facenti tutti a capo all’Uffizio “di bocca”, e un ispettore capo orchestra che controllava minuziosamente ogni più piccola azione.

Diversi erano gli uffici adibiti alla gestione della tavola reale, Credenza, Frutteria Pastissaria, Someglieria di bocca, Vasella, e diverse erano le cucine, facenti capo ai vari appartamenti della famiglia reale oltre a quelle destinate alla servitù; dalle fonti archivistiche pare chiaro che questi ambienti erano collocati nei sotterranei del palazzo ed erano protetti da robuste porte, sintomo di quanta importanza veniva data alla custodia dei cibi.

Le cucine reali a palazzo reale di Torino

Le cucine che sono arrivate fino a noi, sapientemente restaurate, sono quelle utilizzate a cavallo tra il XIX e il XX secolo, utilizzate quindi dagli ultimi sovrani. Sono venti locali per due cucine, una destinata alla preparazione dei piatti per il re Vittorio Emanuele III e la moglie, la regina Elena, l’altra invece era al servizio del principe di Piemonte Umberto e Maria Josè del Belgio, con una serie di locali accessori come ghiacciaie, dispense e cantine.

Trovandosi nei sotterranei le cucine di Palazzo Reale sono particolarmente silenziose, eppure, durante il percorso di visita, pare sentire il brusio degli addetti alla cucina, le sgridate degli chef di partita, lo sfrigolio delle padelle e dei girarrosti, il sobbollire dei tegami. Sui tavoli in marmo frutta, verdura, trote, salmoni, volatili e addirittura un cinghiale danno uno spaccato dei cibi e della cucina del tempo, pronta a stupire gli importanti ospiti del palazzo sia dal punto di vista gustativo che visivo.
Ogni locale, sapientemente attrezzato, ha una sua destinazione, dalle ghiacciaie per la conservazione degli alimenti deperibili alla stanza per la nettatura dei vegetali, dalla cucina vera e propria, dove si affaccendava la maggior parte degli addetti, al locale lavatoio; tutto doveva funzionare come un orologio svizzero e tutto avveniva sotto l’occhio attento del capo cuoco che aveva il suo ufficio in un angolo della cucina principale, quella del re.

Grandi nomi si sono avvicendati nelle cucine di Palazzo Reale: Édouard Hélouis, Domenico Gromont, Amedeo Pettini e Giovanni Vialardi, diventato famoso per il suo ricettario con oltre duemila ricette e più di trecento disegni.

I diversi locali sono attrezzati con “moderne” tecnolgie per la cucina, la macchina per la produzione dell’acqua calda, la cucina economica che troneggia al centro, un fantastico lavacoltelli a manovella, fornelletti economici alla viennese per lo “scaldamento delle vivande”, girarrosti ed i vari lavatoi tra i quali spicca quello realizzato in marmo con quattro vasche in rame ed un rubinetto centrale girevole.
Appesi alle pareti e nelle credenze centinaia di utensili in rame stagnato, dalle padelle ai coltelli, dagli stampi per biscotti e budini a quelli  per gelati.

Le cucine reali a palazzo reale di Torino

E poi la Someglieria reale, ovvero il locale cantina dove vengono conservati e distribuiti i vini ed i liquori, con le scansie ancora colme di bottiglie che ci fanno capire l’importanza che, allora come oggi, veniva data ai vini, soprattutto francesi, Champagne e Bordeaux, ma anche spagnoli ed italiani, specialmente piemontesi e toscani. Il vino, nelle tavole reali, è anch’esso sinonimo di munificenza, si pensi che ad un ricevimento del 1894 furono distribuite ai commensali 1200 bottiglie di Champagne!!!

Le cucine di Palazzo Reale con gli spessi muri che nascondono un mondo a se, decine di persone affaccendate ad impreziosire le tavole dei sovrani ed ostentare quella ricchezza che era d’obbligo per far colpo sugli invitati, locali umidi, caldi e fumosi dove la materia prima veniva sapientemente trasformata per far gioire le papille gustative degli illustri ospiti di casa Savoia.

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Immagini del Polo Museale del Piemonte

 

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Chiese di Torino

La chiesa dei santi apostoli Filippo e Giacomo a Chialamberto

La chiesa di Chialamberto dedicata ai santi Filippo e Giacomo non è particolarmente famosa ma, anche se conosciuta forse ai soli abitanti del paese, vanta una storia lunga quasi mille anni.

Il suo campanile alto 28 metri di stile romanico risale all’XI secolo e testimonia il fatto che prima dell’attuale chiesa era presente un edificio sacro andato perduto e di cui non esistono documenti o disegni.
Anche le origini dell’attuale struttura non sono ben chiare, per certo si sa che nel 1596, quando la chiesa divenne parrocchia,  la struttura era già esistente e  si sviluppava lungo una sola navata priva dell’attuale altare di stile barocco costruito nel 1763.
Le due navate laterali risalgono invece al 1843 quando la chiesa fu oggetto di un importante ampliamento che coinvolse anche la facciata edificata sulla base del progetto dell’ingegnere Berruto.

Nel XX secolo la struttura subisce le ultime modifiche che le danno l’aspetto oggi visibile.
Nel 1913 vengono affidate a Guglielmino, della scuola torinese di Enrico Reffo, le decorazioni della navata centrale e nel 1927 il conte ing. Vandone di Cortemilia viene incaricato di rifare completamente la facciata della chiesa.

La chiesa dei Santi Filippo e Giacomo si trova a Chialamberto nelle Valli di Lanzo a pochi kilometri da Ceres.

Chiesa dei santi apostoli Filippo e Giacomo

Piazza Fratelli Chiariglione
Chialamberto (TO)

 

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Curiosità di Torino

L’eroismo di ROCK premiato con il ‘Collare Bianco’

Il 6 maggio 1956 un cucciolo di cane lupo di nome Rock diventa la star della città di Torino grazie al suo eroico salvataggio della giovane padrona che, sbadatamente, si era appisolata dopo aver messo a scaldare dell’acqua dentro una pentola.
La pentola si scalda, l’acqua bolle e fuoriesce,  la fiamma si spegne e la casa si riempie di gas.
Margherita, il nome della giovane padroncina del lupo, dopo essere stata svegliata da una telefonata del marito,  capisce che qualcosa non va, lo informa che sta male e con fatica si trascina verso la porta di casa dove fa scattare la serratura per poi svenire.
Rock, avvertita la gravità della situazione,  con le unghie e i denti riesce ad aprire la porta e corre verso il cortile dove comincia ad abbaiare fino a che un inquilino dello stabile decide di seguirlo.
Appena in tempo, Margherita è salva.
Il salvataggio ha qualcosa di eroico, la gente comincia a mormorare delle gesta del cane, la stampa corre in via Cadorna 28 per raccogliere i fatti che verranno raccontati nei giornali torinesi e non.
L’eroica gesta di Rock arrivano anche all’interno delle stanze del municipio di Torino che, su indicazione della Lega Nazionale per la Difesa del Cane, il 20 maggio del 1956 premia il cane con una medaglietta con su scritto ‘Cane Benemerito’ e con il ‘Collare Bianco’, riconoscimento che si dava ai cani per aver compiuto atti di valore.
Forse a molti, il riconoscimento di benemerenza può sembrare futile o esagerato, ma mettetevi un attimo nei panni del piccolo  Rock.
La medaglietta che avrebbe portato nei giorni successivi li garantiva un salvacondotto nel caso fosse finito in canile se si perdeva o combinava qualche piccola marachella, poteva scodinzolare con gli altri cani e vantarsi del suo esclusivo collare bianco e ogni volta che la sua padroncina lo accarezzava, poteva condividere con lei la gioia di ricevere ancora le sue coccole.

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Curiosità di Torino

Al Sant’Anna il primo corso preparto in Italia, era il 1956

Pochi lo sanno ma tra i mille primati della città di Torino c’è anche quello di aver organizzato il primo  ‘Corso Preparto’ in Italia.

L’iniziativa si deve al professore Giuseppe Dellepiane, direttore della Clinica ostetrica e ginecologica dell’Universita di Torino che, nel 1956,  decide di organizzare un centro di ‘Preparazione psico-fisica al parto’, una iniziativa in linea con la tendenza della nuova e crescente sensibilità ospedaliera che cercava, in tutti i modi possibili, di alleviare le sofferenze delle donne durante il parto e i pericoli della maternità, sempre in agguato e con esiti spesso mortali.
Fortemente motivato dalla sua professione e dalle parole di S. S. Pio XII sulla necessità di un parto indolore, il dottore Dellepiane organizza e da vita al primo ‘Centro di preparazione psico-fisica al parto’, in poche parole il primo corso preparto in Italia.

L’iniziativa non incontro alcuna resistenza e fu subito un successo che continuò grazie all’intervento della FIAT che contribuì al proseguimento del progetto con una donazione di 5 milioni di lire, ingente cifra che rese possibile ampliare il centro e proseguire con un opera che mirava  a valorizzare e rispettare il valore della donna nella nuova società italiana, una donna attiva, lavoratrice, casalinga e mamma!