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Storie Storie di Torino

Vietato introdurre le noci all’ interno della città di Torino

Torino 1706, strani divieti: le noci.
“Estate del 1706, i 46.000 abitanti della città sono allo stremo delle forze, i viveri scarseggiano e le munizioni vengono usate con estrema parsimonia per evitare sprechi. I rifornimenti non arrivano a causa delle continue incursioni delle truppe gallispane che bloccano i convogli con generi alimentari e munizioni. I torinesi resistono con i denti nell’attesa dell’arrivo delle forze austriache con a capo il principe Eugenio di Savoia Soisson e come succede spesso i tali occasioni, si ingegnano”.

Con la scarsità delle materie prime il mercato nero fioriva e tutto era recuperabile e vendibile, persino le munizioni; un particolare editto datato 8 luglio firmato da Virico Daun, generale austriaco responsabile della difesa della città, minacciava una multa di venticinque scudi d’oro a chiunque era colto a maneggiar bombe o altri proiettili che cadevano in città. L’editto specificava un prezzario per ogni tipo di munizione consegnata ai signori Tenca e Resca deputati del Consiglio d’artiglieria: 2 lire per ogni bomba grossa intera, 25 soldi per ogni bomba piccola intera, 10 soldi per ogni rubbo di rottami di bombe (1 rubbo corrispondeva a circa 9 Kg), 5 soldi per ogni palla da getto superiore alle 20 libbre (1 libbra corrispondeva a poco meno di 500gr) mentre quelle di peso inferiore 3 soldi e quattro denari cadauna. Sembra che la caccia ai residuati bellici abbia permesso di arrotondare le misere tasche dei soldati di guarnigione della città.

Un altro particolare avviso comparve in città il 19 luglio, sempre firmato da Daun: divieto assoluto di introdurre in città noci per motivi igienici.
Ci si domanda subito cosa ci sia di insano nelle noci. Niente! Il motivo igienico era un semplice pretesto per evitare di introdurre il frutto proibito,  le motivazioni erano molto più peculiari.
Una delle piaghe che affliggevano Vittorio Amedeo II era il dilagare della diserzione. Le truppe venivano incitate da più parti ad abbandonare la retroguardia, e vane risultavano le pene intimidatorie; l’impiccagione dei disertori non bastava a mitigare la calamità e i traditori aumentavano di giorno in giorno.
A quanto pare una delle modalità con cui i soldati sabaudi venivano invitati a disertare erano proprio le noci.
All’interno dei gusci vuoti venivano nascosti piccoli messaggi di propaganda che esortavano l’abbandono della città per rendere più facile l’ offensiva dei francesi.

Fortunatamente per Torino ed i suoi abitanti tutto è andato nel migliore dei modi, le noci non sono bastate e gli eroi del 1706, Eugenio, Pietro, Amedeo e i torinesi tutti, sono riusciti a salvare le sorti della nostra città. Nel XVIII secolo messaggini vari, bustarelle e mercato nero non erano ancora in grado di distruggere l’amore che i torinesi avevano per la loro città.

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Il Fernet come rimedio al colera.

Nel 1865 una nuova epidemia di colera colpisce il sud Italia. Dopo circa due anni arriva a Torino e nonostante i rimedi igienici che la città ha attuato dopo la peste del 1630, il morbo miete decine di vittime.
Nella seconda metà del XIX secolo il vibrione del colera non era ancora stato isolato, i primi studi iniziavano ad individuare le ragioni del contagio, ma molto spesso le credenze popolane prendevano il sopravvento sulle indicazioni di igiene indicate dai medici. Come spesso accade nei periodi di difficoltà, non mancano ciarlatani che spacciano per miracolosi rimedi di loro invenzione.
Nelle pagine dei giornali vengono pubblicizzati farmaci miracolosi, pasticche disinfettanti, unguenti, impiastri, vermifughi, purganti, frizioni spiritose e misture di ogni tipo come la mistura di siroppo d’aglio, laudano, sugo di limone e olio o con calomerano, oppio e valeriana reperibili presso qualche neonato specialista della malattia.
Tra i vari rimedi, a quanto si apprende dai giornali dell’epoca, ce n’è uno che pare abbia in qualche modo funzionato: il Fernet.
Eh sì, proprio il Fernet che ancora oggi consumiamo, magari dopo un pasto un po’ più pesante del solito.

Si legge sulla Gazzetta Piemontese del 7 settembre 1867

. . . Ma vi sono, come dissimo, alcuni che lottano con fortuna contro le tristizie dei tempi, e fra questi oggi abbiamo occasione a menzionare la ditta Martini, Sola e Comp., che tiene un posto importante nella fabbricazione dei liquori , e che fra le altre cose introdusse il Fernet in commercio. E l’occasione all’elogio è ottima poiché avendo quella ditta regalato una quantità considerevolissima di quel liquore a molte comunità del Canavese in occasione del cholera, ebbe la consolazione di ricevere dai comuni di Morgex, Aosta, Carema, Mazzè, Salerano, Strambino, ecc., ecc., i più vivi ringraziamenti e proteste di riconoscenza per gli ottimi effetti che ne provarono le popolazioni.

Il  Fernet è un liquore amaro a base di erbe inventato nella prima metà dell’ottocento probabilmente dal liquorista Bernardino Branca di Milano, in Piemonte viene prodotto in grande quantità dalla ditta Martini Sola e Comp che contende alla ditta Branca l’invenzione del liquore e che vanta la licenza N° 1 per la produzione del Fernet.
Il nome sembra derivare dal nome del ferro rovente utilizzato a fine preparazione per mescolare e disinfettare il prodotto, il fer-net, ferro pulito. Ci sono fonti che sostengono che l’invenzione del Fernet debba essere fatta risalire al XVI secolo: pare che il medico del re di Francia Enrico II, Fernetius abbia per primo inventato la ricetta del liquore d’erbe e che il nome Fernet derivi dal nome dell’inventore.

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Ottavia Spezie, la strega di Milano

Non c’è due senza tre! La miseria, la peste del 1630 e Ottavia Spezie.
Nel Trattato della Peste, o sia contagio di Torino dell’Anno 1630 di Giovanni Francesco Fiochetto si trova il racconto della breve permanenza torinese della signora milanese che tante promesse fece al municipio.
Forte dell’ esperienza milanese nel trattare con la peste, Ottavia Spezie riesce ad ottenere la gestione di alcuni lazzareti allestiti per soccorrere le centinaia di persone che  giornalmente cercano ricovero. Incassato in anticipo il compenso dal municipio, la signora, coadiuvata dai suoi aiutanti, comincia ad accogliere malati, appestati, orfani e moribondi. Tante promesse, molte garanzie e il prestigio di una signora milanese attiva in città.

Ma  c’è sempre un ma ..  al municipio giungono le prime lamentele riguardo  l’ impossibilità di accedere ai lazzareti perché sempre troppo affollati nonostante è più la gente che usce sopra un carro che quella che vi entra sulle proprie gambe.
Non si presta molta attenzione alle voci fino a quando la donna non viene arrestata e il Senatore Monaco decide allora di indagare sulla signora  da lui descritta somigliante ad una strega. Le indagini purtroppo fanno emergere la realtà sull ‘opera di Ottavia Spezie’: sciacallaggio dei vivi e dei morti.

Nonostante la fornitura delle vettovaglie da parte del municipio e  l’ impegno di accogliere e accudire chiunque si presentasse alle tende del lazzareto, la Signora ‘Ottavia’ respingeva qualsiasi persona si presentava al ricovero.
L’ unico modo per entrare ed essere rifocillati era dimostrare di avere qualche forma di bene che la signora faceva suo; anche le chiavi di casa andavano bene, le dimore erano visitate dai suoi uomini, un lavoro sicuro considerando che i proprietari erano nel lazzareto con  tacche, carboni sul corpo e pochi giorni di vita.
Una volta entrati nel lazzareto i poveri ospiti venivano spogliati degli oggetti di valore, comprese le scarpe. All’ interno di una apposita stanza venivano convinti a donare i propri beni alla ‘strega’ che raggiunto lo scopo sospendeva la somministrazione delle razioni di cibo. Non contenta, o forse ghiotta di latte di Capra, sequestrava il latte municipale destinato ai bambini rimasti orfani perché ‘quando morti sarebbero stati angeli in paradiso’.
Privati del cibo e delle poche cose che avevano con se, una volta morti, i poveracci venivano passati al setaccio dagli uomini di Ottavia determinati a recuperare l’ ultima monetina che probabilmente era nascosta in qualche angolo dei vestiti.
Oltre a somigliare ad una strega ed essere uno sciacallo in trasferta, Ottavia Spezie dispensava crudeltà in modo arbitrario. Le prove raccolte dal senatore dimostrarono che un giorno, persa una capra, incolpò di furto,  senza alcun motivo, un certo Giovanni Didiero di Lanzo e lo fece picchiare da uno dei suoi uomini; Il povero Giovanni spiro pochi giorni dopo per le botte.

Ottavia Spezie, la signora

Qui succede però qualcosa di strano non rintracciabile nel testo del Fiocchetto che  si limita a riportare ai posteri le pene inflitte.
Erano anni durante i quali  bastava poco per finire al rogo accusati di stregoneria  o sopra la ruota per un semplice furto. Nonostante il popolo la volesse impiccata, la pena si limitò a una serie di frustate pubbliche con l’ invito ad andarsene e il picchiatore se la cavo con 10 anni di carcere che, per quanto duro, non aveva certo l’ esito della ruota. Sembrerebbe che abbiano goduto di un trattamento di riguardo nonostante l’ abominio della donna e del suo picchiatore.
Ottavia Spezie viene presentata come ‘Signora’ che ottiene la gestione di alcuni lazzareti e questo porta a pensare che sicuramente non era una donna del popolo ma qualche nobildonna accreditata. Non bisogna dimenticare che all’ interno della nobiltà e della aristocrazia i panni sporchi si lavavano in casa e spesso, piuttosto che accusare o dare troppi dettagli, si omettevano dalle cronache titoli o onorificenze in modo da non macchiare l’ immagine di una classe sociale che, sostanzialmente,  dominava.

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La peste, narrata dal Fiochetto.

L’ estate torinese del 1630 narrata dal Fiochetto racconta una Torino che mai potremmo immaginare e, forse a causa della vergogna, si evita di descrivere. Il problema non è tanto il fastidio di immaginare via Dora Grossa ricoperta di cadaveri in putrefazione ma il dover osservare come, nei momenti peggiori, anche l’ uomo tira fuori il peggio di se.

Si salvi chi può
Al duca il merito di essere stato tra gli ultimi a lasciare Torino quando oramai la situazione era prossima al peggio. Prima di lui la nobiltà aveva abbandonato la città portando via tutto quello che poteva e gli uomini del  consiglio comunale, neanche il tempo di essere eletti, lasciavano la città. Per arginare la fuga dei Torinesi il duca fu costretto ad emanare un piccolo editto che minacciava la confisca dei beni a chi lasciava la città. La povera gente invece passava per la frusta anche se c’erano delle eccezioni: vista la gravità della situazione erano esonerate le donne e i bambini essendo le sofferenze della morbo già sufficienti come pena.

La selezione
Il numero di cadaveri ai bordi delle strade aumentava di giorno in giorno. I beccamorti, pagati dal comune, colsero subito l’ occasione per guadagnare qualche soldo in più raccogliendo solo i defunti che avevano i familiari ancora in vita e disposti a cedere qualche soldo per far portar via il loro caro.
Bellezia dovette intervenire minacciando pene severe ai beccamorti che prendevano soldi o sceglievano i cadaveri in base allo stato di decomposizione, che se in stato avanzato perdevano pezzi durante il carico sul carretto.

Troppi
Nei momento peggiori sembra che i cadaveri ammassati arrivassero al primo piano delle abitazioni, venivano gettati direttamente in strada dalle finestre finchè c’erano familiari in casa ma poi anche loro morivano. Per le strade non c’ erano abbastanza beccamorti e anche loro perivano, tanto che il duca decise di  offrire due dei suoi schiavi di colore per la raccolta.
Quando la peste cominciò ad allentare la presa,  pulite le strade si passo a sanitizzare le case che da mesi erano visitate da ladri e  miserabili.

Sotto lo stesso tetto
É forse impossibile capire cosa succedeva in quei giorni ed è forse ancora più difficile accettare che la vita era molto diversa da oggi: tra la povera gente perdere un familiare voleva dire non poter più mangiare e perdere il marito voleva dire morire di fame. Nei mesi che precedettero il culmine della pestilenza,  quando moriva l’ uomo di casa non passavano neanche 24 ore che un altro uomo si sostitutiva nel suo letto. Il limite si tocco quando la sostituzione avveniva in tempi troppi brevi e sospetti costringendo il sindaco a vietare l’ abitudine con le consuete frustate.

Le campagne
Nelle campagne si moriva per due motivi, o per la peste o per i mercenari sabaudi. In prevalenza tedeschi, questi soldati si spostavano  di cascina in cascina uccidendo tutti gli abitanti e stazionando all’ interno finche non consumavano tutte le provviste.  Spostandosi da una cascina all’ altra lasciavano dietro di se tanti di quei cadaveri che non fu possibile seppellirli essendo piú veloce e sicuro buttarli direttamente nel fiume Po. Come se ciò non bastasse, nei pressi di quella che oggi è Vanchiglia, un accampamento di soldati tedeschi costrinse il municipio a scendere ad accordi per far passare il grano che la città aspettava.

Le Paure del duca
Prima di darsi alla fuga, giustificata dagli impegni che il ruolo esigeva, il duca cerco di convincere il sindaco a far entrare in città i mercenari al soldo della corte. Conoscendo l’ odio dei cittadini nei loro confronti, Bellezia preferì provvedere al pagamento di 300 cittadini per difendere la città. La situazione era talmente grave che non era consigliabile avere in città soldati stranieri che si sentivano padroni di dire, fare e volere qualsiasi cosa. Il popolo li temeva e li odiava e Bellezia non poteva permettere il loro ingresso in città nonostante, una Torino indebolita, era facile preda dei francesi che avrebbero potuto entrare ed impadronirsene. In realtà i soldati  francesi erano impegnati ad emulare i mercenari tedeschi nelle campagne all’ esterno di una Torino che cominciava ad avere piú cadaveri che vivi.

Numeri
11000 abitanti prima della peste meno 3000 abitanti alla fine della peste fa 8000 anime. Il conteggio si riferisce con tutta probabilità alle persone all’ interno delle mura Torinesi e nei lazzareti nelle immediate vicinanze. Il calcolo non tiene conto di tutte le persone morte, nelle campagne sabaude, per il morbo e per la spada dei tedeschi e dei francesi. Inoltre non considera le persone morte per la fame che circolava indisturbata, sempre nei territori sabaudi, prima, durante e dopo la peste.

< LA PESTE DEL 1630

 

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La Grande Peste Nera del 1630 a Torino

Sulla Peste del 1630 a Torino sappiamo che morirono dalle 8000 alle 11000 persone in base al campione che decidiamo di analizzare, ma sappiamo poco su cosa avvenne in quel fatidico anno.
Conosciamo i nomi di chi è restato in città a gestire l’ emergenza come Bellezia e Fiochetto, sappiamo che le famiglie nobili e aristocratiche scappavano a molti kilometri di distanza e sappiamo che la povera gente moriva come moriva chiunque, all’improvviso . . . il corpo ricoperto di tacchi, bubboni e . . . . .
Il cardinale Maurizio di Savoia non era indifferente alle condizione di quelli che lui chiamava ‘povera gente’ e, quando le autorità decisero di espellere dalla città mendicanti, poveracci e i più miseri dei miseri, non esito a stampare moneta per dare qualche soldo che alleviasse gli ultimi giorni di vita dei forestieri. I Torinesi, invece, potevano contare sull’ aiuto del municipio.

Che c’era qualcosa che non andava lo si era capito il 5 gennaio del 1629 quando, durante la seduta municipale, il ‘medico chirurgo civico’ informava  il consiglio che all’ospedale dei poveri erano presenti molti ammalati con evidenti segni sul corpo della peste: tacchi e bubboni.
Chi erano?
Poveri che in città trovavano sempre un torinese disposto ad alleviare le loro sofferenze, erano forestieri arrivati in città per scappare dalle truppe mercenarie tedesche. Questi soldati oltre a combattere al soldo del duca sabaudo razziavano tutto ció che trovavano sul loro cammino e, probabilmente, contribuirono a portare la peste dai territori milanesi. Ma non solo . . .
A Susa premevano i francesi, che al pari dei loro nemici di battaglia, non erano troppo gentili con i valsusini. Gli abitanti della valle furono così costretti a spostarsi verso la città portando con loro il morbo che, arrivato forse dalla Francia, si dirigeva verso Torino; l’ anno precedente si era concluso con i frati torinesi che si dirigevano in Val di Susa per aiutare, appunto, i malati di peste.
Capita la gravità della situazione, il comune decide di spostare i malati al San Lazzaro e inizia la distribuzione di 1000 pasti al giorno per i più poveri nella speranza di contenere il morbo e alleviare le sofferenze della ‘povera gente’.

L’ autunno inizia con la notizia di due forestieri morti con tacchi nel corpo ad Orbassano e di focolai di peste a Brianson, Chiomonte e San Michele.
L’ opinione diffusa che la peste arrivasse dalla Francia e i consigli del protomedico Fiochetto suggeriscono al consiglio comunale, presieduto da Bellezia, di adottare provvedimenti urgenti: dal mese di novembre è impossibile entrare in Torino senza una bolletta di sanità che indichi caratteristiche fisiche della persona e l’ indicazione di essere sano nel paese di provenienza; non può entrare in città la merce proveniente da Susa, i privati non possono ricevere visite e le sepolture devono avvenire fuori città.

Arriva la Peste

Il 1630 inizia con ‘Guglielmo Calzolaio abitante  presso il Guanto Rosso’ identificato dal Fiochetto  come ‘Franceschino Lupo’: è il primo caso di peste certificato a Torino*.
Ad aprile la situazione precipita: il miglioramento delle condizioni climatiche favorisce la diffusione del morbo. Il 17, dello stesso mese, il Magistrato di Sanità, preoccupato della velocità con cui si diffonde la malattia, decide di espellere tutti i mendicanti dotando loro di 200 fiorini; anche il cardinale Maurizio di Savoia si interessa del problema ordinando il conio di nuova moneta non disponibile in città.
All’ interno delle mura rimangono solo i torinesi che, arrivata la stagione calda, cominciano a morire in centinaia ogni giorno. Il panico si diffonde trovando terreno fertile nell’ ignoranza, qualcuno da bruciare con l ‘ accusa di unzione lo si trova sempre e tale pratica facilità il mantenimento dell’ ordine pubblico.  I roghi pubblici diventano anche un modo liberarsi dei corpi che cominciano ad accumularsi ai bordi delle strade: é ben documentato il caso di Francesco Giugulier che viene bruciato in piazza castello sopra una catasta fatta dai cadaveri sparsi nella piazza, avvenimento che causo anche le protesta da parte del popolo ma  . . .  cosa doveva o poteva fare il sindaco Bellezia?

Mentre i duchi e la nobiltà cittadina scappavano dalla città, lui continuava a combattere contro la peste e in particolar modo contro l’ ignoranza e la cattiveria umana che nelle situazioni difficili esplode in tutta la sua crudeltà. Furti, omicidi, sostituzione di identità, adulterio, paura, vigliaccheria si impadroniscono della città e costringono il sindaco a emanare giornalmente una nuova disposizione per mantenere l’ ordine.
Nonostante il forte impegno di Bellezia, del protomedico Fiochettto e dei pochi uomini municipali rimasti in città il morbo decima la popolazione torinese. In un anno la popolazione passa da 11000 a 3000 anime e quando il morbo comincia ad essere sotto controllo oramai e troppo tardi.
Non esistono più attività commerciali e laboratori artigianali, i frati e gli uomini di chiesa sono tutti morti colpiti anche loro dal morbo durante la loro opera di aiuto alla città e i lazzaretti sono diventati cimiteri a cielo aperto.

Ai pochi cittadini rimasti vivi spetta il compito di risollevare le sorti della città diventandone padroni per poco tempo. Finita l’ emergenza, la nobiltà torna in città ripristinando la solita vita,  i saltimbanchi tornano ad animare le piazzette cittadine, le porte della città vengono riaperte ricominciando ad attrarre i mendicanti che trovano nei torinesi la generosità che distingueva la ‘povera gente’ delle piccole strade di una Torino che non esiste più.

* Esistono varie interpretazioni sul primo caso di peste a Torino. La peste girovagava nei territori sabaudi già dal 1629, arrivando molto vicina alle mura della città. Sappiamo che nel 1629 alcune persone erano state condotte a morire di peste nei lazzareti  e sappiamo che un probabile caso era stato registrato in via Dora Grossa.  Si riportano varie date e le più attendibili ci sembrano quelle riportate da Vincenzo Claretta che possiamo riassumere in questo modo: 6 gennaio il medico Zurlino informa il municipio di un calzolaio sospetto di avere il morbo, il 12 gennaio Bellezia invia Fiochetto a verificare la presenza della malattia, il 14 gennaio il Sindaco informa la congrega che è stato registrato il primo caso del 1630 di peste a Torino.

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Fé San Martin

A Torino ed in tutto il Piemonte è consuetudine usare la frase “fé San Martin” quando si intende traslocare.
La frase non è un semplice luogo comune ma ha riferimenti storici importanti ed ancor oggi viene utilizzata molto più spesso di quanto si pensi. Ma perchè?
Prima della riforma dei patti agrari avvenuta nel secondo dopoguerra, l’anno agrario terminava il 10 novembre e di conseguenza il lavoro del mezzadro ed il relativo contratto di fittanza. I braccianti che venivano riconfermati dal proprietario terriero per il nuovo anno agrario, che ripartiva il giorno successivo, non avevano problemi: il posto di lavoro era mantenuto così come l’abitazione.
Per coloro che venivano licenziati, l’11 novembre, quando la chiesa ricorda San Martino di Tours, era un giorno disgraziato. Il mezzadro con la sua famiglia era praticamente messo alla porta, doveva raccogliere tutte le sue cose ed era costretto ad abbandonare casa e lavoro.
Ecco perché è tradizione utilizzare il termine “fé San Martin” (fare San Martino) quando si trasloca.

fé San Martin

Un aneddoto riferito a questo modo di dire riguarda il primo re d’Italia.
Durante la seconda guerra d’indipendenza l’esercito del regno di Sardegna sta cercando di conquistare il piccolo paese di San Martino, una piccola frazione di Desenzano del Garda.
Lo scontro è cruento e l’esito della battaglia, incerto. Vittorio Emanuele II incita i suoi soldati con la celebre frase “Fieuj, ò i pijuma San Martin ò j’auti an fan fé San Martin a noi!” (Ragazzi o prendiamo San Martino o gli altri fanno fare San Martino a noi) .
Non sarà stato un re che amava le cerimonie di rappresentanza e le cene di gala, ma sicuramente sapeva come essere concreto ed arrivare al cuore dei suoi soldati.

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Le due regine di Vincenzo Vela

Il Santuario della Consolata è una delle chiese più amate dai torinesi, fede architettura e arte sacra si mescolano creando un’esplosione di barocco che lascia il visitatore senza fiato.  Quando si varca il grande portone d’ ingresso è impossibile rimanere indifferenti al fascino di questa chiesa e alle opere in essa contenute.
Tra i capolavori d’arte che trovano posto all’interno del Santuario della Consolata, sul lato sinistro, spicca il Coretto delle Due Regine, gruppo marmoreo realizzato da Vincenzo Vela nel 1861 che ritrae due regine sabaude: Maria Teresa d’Asburgo-Lorena di Toscana moglie di Carlo Alberto e madre di Vittorio Emanuele II e Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena moglie di Vittorio Emanuele II. Le due regine,  realizzate in candido marmo di Carrara  su una base nera, sono rappresentate inginocchiate nell’atto di pregare.

Le due regine di Vincenzo Vela

Quello che colpisce subito è la meticolosità dei dettagli che l’artista ha sapientemente curato.
Gli abiti e soprattutto i merletti che coprono il capo delle regine sembrano doversi muovere da un’istante all’altro da quanto sono esili e sottili e dai volti, curati nei minimi dettagli, emerge la devozione delle due donne.
Le mani colpiscono per la raffinatezza, giunte quelle di Maria Teresa,  leggermente poggiate sull’inginocchiatoio quelle di Maria Adelaide con un delicato anello nella mano destra.

Le due sovrane sabaude erano accomunate dalla devozione per Maria Consolatrice e non era raro trovarle insieme in preghiera nel Santuario.
Il gruppo statuario a loro dedicato, opera di Vincenzo Vela, ricorda le due regine e poco distante una lapide commemora un’altra regina sabauda, anch’essa devota a Maria Consolatrice, Margherita, consorte di Umberto I di Savoia.

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Piazza Castello “la Piassa”

Punto di riferimento dei torinesi, Piazza Castello è da sempre la “Piassa”. Indubbiamente ricca di fascino con i suoi palazzi ed i portici che la circondano quasi completamente.

Seduta su una panchina in Piazza Castello.
Il vociare dei passanti è incessante e crea una colonna sonora unica nel suo genere. Torinesi affaccendati con gli occhi bassi a passi veloci attraversano incuranti il lastricato, turisti a naso in su lentamente si guardano intorno alle ricerca di conferme; puntini colorati sulle loro mappe da scoprire nel museo a cielo aperto di Piazza Castello.
Mi soffermo ad osservare e con la mente, mattone su mattone, ricostruisco quello che doveva essere la piazza ai tempi della Julia Augusta Taurinorum.
La cinta muraria romana che anticamente sorgeva addossata ai due lati esterni della porta Decumana o Eridania che si apriva verso il fiume Po; si scorgono ancora le torri poligonali della porta medievale inglobate in Palazzo Madama.

Piazza Castello TorinoUna piazza piuttosto piccola, contornata da case e palazzi irregolari, di altezze diverse e con strade e vicoli angusti e scuri.
Un imponente muraglione definiva Piazza Castello a nord, dove ora c’è la cancellata che delinea la Piazzetta Reale presidiata da Castore e Polluce che su fidi destrieri osservano attentamente i viandanti.
Decisamente più piccola rispetto all’attuale, di fatto, Piazza Castello non è mai stata al centro di Torino, ma allora come oggi, è il centro per antonomasia ed è da sempre il punto di riferimento dei torinesi.
In Piazza Castello si sono tenute le innumerevoli feste date dai Savoia in occasione di nascite e matrimoni (“ Hercoli domatori de’ mostri et Amore domatore degli Hercoli” in occasione delle nozze di Enrichetta Adelaide di Savoia); le ostensioni della SS Sindone, i carnevali e i festeggiamenti per San Giovanni Battista che accompagnano Torino dal 602.
La piazza che il 31 ottobre 1847 ha festeggiato l’unità d’Italia, e che tutt’oggi è il ritrovo per concerti e manifestazioni.
La piazza dei roghi durante l’ inquisizione che aveva il tribunale nella chiesa di San Domenico.

Piazza Castello Torino

L’attuale conformazione della piazza la dobbiamo ancora una volta ad Ascanio Vitozzi che, per volere del duca Carlo Emanuele I di Savoia, la progetta nel 1584 con i suoi portici che la delineano per quasi tutto il perimetro.
Sono delineati in tre distinti settori: Portici di San Lorenzo (chiesa di San Lorenzo – Via Barbaroux), Portici del Teatro Regio (Via Po – Piazzetta Reale) e i Portici della Fiera (Via Barbaroux – Via Po) dove addossati sul lato esterno ancora oggi troviamo i “baracconi” presenti già nel 1685 (ma legalmente autorizzati solo nel 1832) e che dal 1873 fanno da accesso alla Galleria Subalpina.

Di fatto la cinta romana laterale a Palazzo Madama, da ambo le parti, è stata abbattuta solo nel periodo napoleonico (1801).
Addossata al muro che volgeva verso palazzo Reale, nel 1606, il duca Carlo Emanuele I ha fatto costruire una galleria espositiva, chiamata “pavajon ‘ed bòsch”, per contenere le collezioni di opere d’arte e di armi.
Per poco anche lo stesso Palazzo Madama, che racchiude l’antico castello medievale che ha dato il nome alla piazza, rischia la stessa sorte; a quanto pare interrompeva la regolarità della piazza e ostacolava la creazione di una vera piazza d’armi.

Più recenti è la pavimentazione, avvenuta nella prima metà dell’800 e la posa dei monumenti collocati sui tre lati di palazzo madama: il monumento all’ Alfiere Sardo (1857), il monumento ai Cavalieri d’Italia (1923) e il monumento a Emanuele Filiberto duca d’Aosta (1937) senza contare le lapidi commemorative, ce ne sono ben quindici!
È inevitabile un accenno alla reale chiesa di San Lorenzo prima meta della Santissima Sindone a Torino; a Palazzo Reale sede vescovile fino al XVI secolo successivamente dimora sabauda; al Teatro Regio progettato da Benedetto Alfieri e Giuseppe Nicolis di Robilant ed inaugurato il 26 dicembre 1740.

Piazza Castello TorinoSi è fatto buio, Piazza Castello si illumina! Chissà nel 1846, quanto entusiasmo per i torinesi nel vedere per la prima volta la loro “Piassa” completamente illuminata dai lampioni a gas.

Con lo sguardo arrivo alla Torre Littoria! Che brutto risveglio!
Bé, può piacere o non piacere, sarebbe bello abitarci, magari all’ultimo piano, guardare dall’alto la bellissima Piazza Castello senza vedere la torre costruita in occasione del rifacimento di via Roma nei primi anni trenta del novecento in pieno stile razionalista.
“Së s-ciairoma duman an Piassa Castel, istessa ora”… Eh si, Piazza Castello, il centro di Torino e dei torinesi.

PIAZZA CASTELLO

Nell’ora de Torino spensierata,
sotto a li porticati è un passeggià
d’ommini, de ragazze, de gagà,
de pollanche de lusso in gran parata.
Un giorno era na piazza impimpinata
co lo scicche de tutta la città,
ma che je fa si l’hanno trascurata:
er core de Torino è sempre là.
Ar sole brilli ancora, vecchia amica,
e all’ora der tramonto sei un biggiù
co quela de na stampa antica.
Du torri, monumenti, l’Armeria
e quer Palazzo deve nun c’è più
che un ricordo de gloria in agonia.
Filippo Tartufari

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Monumento Conte di Cavour, il Fermacarte

Il fermacarte: questo è l’appellativo dato dai torinesi, dopo l’inaugurazione, al monumento dedicato a Cavour in piazza Carlina nel 1873.
I torinesi, si sa, riescono a manifestare la propria contrarietà in modi decisamente pittoreschi, ma cosa penserebbe Cavour nel vedere la statua a lui intitolata?
Sicuramente tanta procace bellezza femminile che lo circonda lo impressionerebbe piacevolmente, a due cose Camillo non sapeva rinunciare: le donne e il cibo.
Probabilmente tutto il resto passerebbe in secondo piano . . .

Monumento Camillo Benso Conte di Cavour piazza carlinaIl monumento a Cavour ha avuto una storia piuttosto travagliata. Dopo solo due giorni dalla scomparsa dello statista il Comune di Torino avvia una raccolta fondi per la costruzione dell’opera commemorativa e in breve tempo viene raggiunta la cifra necessaria. Avviata la gara vince il progetto dell’architetto napoletano Antonio Cipolla, ma ahimè, il progetto piace solo alla commissione valutante!
Via! un’altra commissione propone un nuovo progetto, caldamente sostenuto dal conte Federico Sclopis, del controverso scultore fiorentino Giovanni Dupré che si aggiudica l’ingaggio.
Giunto il giorno dell’inaugurazione del monumento, l’8 novembre 1873, alla presenza delle maggiori autorità, tra cui Vittorio Emanuele II, vengono abbassate le tele che mascherano il monumento e iniziano le critiche: non piacciono  le nudità della donna formosa e provocante ai piedi di Cavour, le figure troppo poco vestite che circondano la base del monumento e inoltre lo statista indossa una tunica da antico romano subito definita “lenzuolo”. Decisamente la prima accoglienza non è stata calorosa.
Probabilmente non è la migliore opera di Dupré e forse il monumento è un po’ troppo carico di allegorie, ma se ci soffermiamo un attimo…

 

Cavour è rappresentato con in mano una pergamena con inciso “libera Chiesa in libero Stato” e l’abito classico vuole delinearne lo spirito del grande statista morto prematuramente.  Ai suoi piedi un’Italia giovane e prosperosa che cerca di sollevarsi dopo anni di sottomissione straniera porge allo statista la corona civica come dono per aver contribuito alla sua libertà.
Ai lati della base un leone alato di San Marco e una lupa capitolina incompleti poiché entrambe le città non sono ancora parte dell’Italia unita.

I gruppi scultorei in basso sono tutti un allegoria.
Il diritto, raffigurato come un uomo nell’atto di rialzarsi mentre riacquista forza e dignità.
La politica, una donna ammiccante, con uno sguardo astuto che trattiene un bambino col braccio destro che rappresenta il genio della rivolta che furioso vorrebbe lanciarsi e a lato un altro bimbo, il genio dei retrivi,  con la mano tiene sulle ginocchia della donna il trattato del 1815, ai piedi, su di un sasso è inciso “plebiscito” e “ non intervento”.
Il dovere, un giovane nudo con in testa una corona d’alloro.
L’indipendenza, una donna con in capo un elmo sta gettando la catena spezzata che tratteneva il genio italico, il bambino teneramente abbraccia la sua liberatrice; a lato un altro fanciullo, il genio dell’unità con sotto braccio il fascio consolare romano simbolo l’unione italiana.

Sui quattro angoli del piedistallo su cui è poggiato Cavour trofei in bronzo indicano i campi in cui Cavour si è contraddistinto: guerra, marina, pubblica istruzione, industria commercio e agricoltura.
Sul basamento due bassorilievi bronzei, uno raffigura Cavour al congresso di Parigi, l’altro lo ritrae a cavallo con Vittorio Emanuele II e Alfonso Lamarmora al ritorno dalla guerra in Crimea e lo stemma della famiglia Cavour cinto dal collare della Santissima Annunziata.

Monumento Camillo Benso Conte di Cavour piazza carlinaNonostante le critiche del momento, con il monumento a Camillo Benso Conte di Cavour, Dupré ha cercato di rappresentare al meglio l’impegno dello statista per l’Unità d’Italia esaltandone tutte le doti ed enfatizzando i risultati da lui ottenuti. Per quel che riguarda l’oggi, certamente, non potremmo immaginare piazza Carlina senza il monumento a Camillo Benso conte di Cavour.

INDIRIZZO MONUMENTO CAVOUR

piazza Carlo Emanuele II (piazza Carlina)

 

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Museo della frutta, Francesco Garnier Valletti

Museo della frutta «Francesco Garnier Valletti»

Da assaporare lentamente.
È chiaro il Museo della Frutta, lo dice il nome stesso, fa pensare ad un museo dove sono  esposti vari tipi di frutta, ma non è proprio così.
Entrare al Museo della Frutta è un po’ come assaporare un’atmosfera d’altri tempi: massicci armadi vetrati in cui fanno bella mostra di sè centinaia di frutti artificiali plastici, per la maggior parte realizzati da Francesco Garnier Valletti.
Assaporare non è un termine usato a caso. In questo museo, se vogliamo un po’ fuori dagli schemi, si rimane colpiti dalla bellezza e dalla veridicità di ogni elemento che invita ad addentare ogni opera d’arte.

Museo della frutta, Francesco Garnier VallettiMa da dove nasce l’idea di un museo della frutta?
Dobbiamo partire da Francesco Garnier Valletti, un’acuta figura solitaria che, dopo un passato di confetturiere nella natia Giaveno, arriva a Torino e inizia l’attività di ceroplasta modellando fiori ornamentali in cera. Le sue straordinarie doti lo portano a frequentare alcune delle più grandi corti europee come Vienna e San Pietroburgo dove inizia a modellare frutti.
Tornato a Torino si dedica esclusivamente alla pomologia artificiale, la modellazione di frutti, dapprima in cera e poi con una sua personale formula di modellazione che gli farà ottenere meritati riconoscimenti nelle più importanti esposizioni europee fino alla nomina di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia.
Nel corso della sua vita  Francesco Garnier Valletti ha modellato circa 1200 varietà di frutti e 600 tipologie di uve con uno studio approfondito e note specifiche per ognuno di loro. Gli album conservati nel museo contengono dettagli di studio per ogni frutto riprodotto, nomi, stagionalità, qualità.

Museo della frutta, Francesco Garnier VallettiNon un semplice modellatore, potremmo definire Francesco Garnier Valletti un po’ artigiano, un po’ scienziato e soprattutto un grande artista.
Con Augusto Burdin, vivaista savoiardo, nel 1853 da vita alla Società del Museo Pomologico divenendone il modellatore ufficiale. La società si scioglie pochi anni dopo e l’intera collezione viene acquistata dal Municipio di Torino che l’affida al Museo Merceologico Arnaudon per poi  diventare parte del patrimonio dell’Accademia dell’Agricoltura.
Nel 1927 la Regia Stazione Chimica Agraria acquista l’intera collezione di frutti di Garnier Valletti e fa costruire appositi armadi vetrati che possiamo apprezzare ancora oggi e con gli anni implementa la raccolta con nuovi elementi che comprendono anche ortaggi e frutti nelle varie fasi di putrefazione.

Museo della frutta, Francesco Garnier VallettiLa splendida collezione pomologica è formata da circa 1400 pezzi, la maggior parte esposti mentre altri sono custoditi in un deposito. Una curiosità è che delle centinaia di frutti in vetrina molto pochi sono gli esemplari di uva ancor oggi esistenti; il motivo e che  Francesco Garnier Valletti per renderli il più possibile realistici utilizzava veri semi di vinacciolo che hanno reso il materiale deteriorabile: un perfezionista!
Oltre alla collezione pomologica il museo espone oggetti storici della Regia Stazione Chimica facenti parte dell’arredo originario, il più interessante un grande baco da seta in papier maché, unico reperto rimasto del Museo internazionale di apicoltura e bacologia.

Museo della frutta, Francesco Garnier VallettiRaccontando la storia della Stazione e sottolineando l’importanza della scienza nell’agricoltura, il percorso museale offre ai visitatori un viaggio tra XVIII e XIX secolo, ma  dà anche un’occasione di riflessione sul valore della biodiversità e sull’evoluzione della produzione e del consumo dei prodotti agricoli oggi.

Indirizzo

via pietro Giuria 15 | Museo della Frutta