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Chiese di Torino

Chiesa di San Filippo Neri

Duecentosedici anni per costruire la chiesa di San Filippo Neri

L’ attuale  via Maria Vittoria un tempo si chiamava via San Filippo a causa della chiesa che si trova a sinistra, procedendo da piazza San Carlo verso piazza Carlina e che con i suoi 69 metri di lunghezza per 37 di larghezza è, a dispetto della sua collocazione un po’ defilata, la più grande della città. In precedenza, al suo posto si trovava la parrocchia di sant’ Eusebio, che fu sfrattata da Carlo Emanuele II per fare posto ai padri filippini.

Il duca donò all’ ordine l’ intera isola, ma toccò alla vedova Giovanna Battista porre la prima pietra dell’ edificio tre mesi dopo la dipartita dell’ augusto coniuge, il 17 settembre 1675: subito dopo, però, iniziarono le discussioni sulla struttura da dare al complesso, che prevedeva anche un monumentale convento. Solo quattro anni più tardi, vinse la proposta del Guarini e la costruzione iniziò, inseguito curata da altri architetti che tirarono il lavoro per le lunghe.
Forse che la duchessa di Savoia o i padri filippini vollero risparmiare sui materiali?

Chiesa di San Filippo NeriSta di fatto che il 26 ottobre 1714, la cupola e parte dei muri perimetrali crollarono e occorsero più di quindici anni prima che un nuovo progetto venisse approvato e Juvarra, chiamato a rimediare al disastro, si mettesse all’opera.
Nel 1738, però, il cantiere si fermò di nuovo per mancanza di fondi e i lavori poterono essere ripresi solo trent’ anni più tardi, quando ormai Juvarra era defunto da un pezzo e , per farla breve, il santuario fu definitivamente terminato solo nel 1891, a ben duecentosedici anni dalla posa della prima pietra, quando Ernesto Camusso realizzò la facciata neoclassica.

A coronamento delle sue vicissitudini, durante l’assedio del 1799 la chiesa di San Filippo Neri fu colpita da una palla di cannone. visibile ancora oggi, poi rischiò di venir trasformata in teatro dai francesi, infine fu oggetto di un attentato partigiano, durante il quale venne ucciso il sagrestano.
Solo nel dopoguerra, finalmente, i frati e i parrocchiani sepolti nei suoi sotterranei poterono riposare in pace.

 

 

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Storie di Torino

Il sense of humor di Wolfgang Amadeus Mozart

‘La Gazzetta Piemontese’ di lunedì 14 gennaio 1771 non fece menzione dell’ arrivo a Torino di un violinista austriaco e di suo figlio, benché registrasse scrupolosamente tutti gli avvenimenti mondani della città. I due viaggiatori provenivano da Milano, attraverso gli attuali corso Giulio Cesare e Porta Palazzo: in Contrada Italia pagarono il pedaggio e raggiunsero la locanda della Dogana Nuova, nella Contrada dell’ Albero Fiorito, oggi via corte d’ Appello.

Lo scopo di Johann Georg Leopold Mozart non era di fare del turismo insieme al giovane Wolfgang Amadeus, bensì di ottenere per lui un ingaggio presso il teatro di corte. Grazie alle abili manovre del genitore, avvezzo a trattare con i sovrani di tutta Europa, il quattordicenne fu presentato a Carlo Emanuele III e il 16 gennaio ebbe l’opportunità di assistere alla prima rappresentazione dell’ opera Annibale in Torino di Giovanni Paisiello: incantato dal teatro, lo definì  “uno dei più grandi e belli d’ Europa”.

Il sense of humor di Wolfgang Amadeus Mozart
Il re, però, pur apprezzando le doti del ragazzo, fece finta di niente, tanto che padre e figlio, il 31 gennaio, rifecero i bagagli e abbandonarono Torino.
Fu una vendetta per non aver riscosso, in Piemonte, lo stesso successo ottenuto altrove?
Il giovane Mozart, nel suo soggiorno sabaudo, ricopiò la partitura del quartetto Adoramus Te Christe, di Quirino Gasperini, direttore di cappella del Duomo e lo firmò, così che per molto tempo i critici musicali lo attribuirono al giovane genio austriaco.
Probabilmente si trattò solo di uno scherzo, ma ciò dimostra che gli adolescenti si assomigliano un pò tutti, a qualsiasi epoca appartengono, enfant prodige compresi.

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