Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC!

Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC!

La storia di Torino comincia con la nascita del primo insediamento Romano che, alla luce del sole o sotto il manto stradale, ha lasciato tracce che permettono di comprendere e verificare gli scritti di vari autori latini che hanno documentato le vicende del torinese.
Per quanto non è mai stata identificata la zona esatta, gli stessi autori ci hanno portato a conoscenza dell’esistenza di ‘Taurasia’,  una precedente città che dominava sul torinese e che fu marginalmente coinvolta nelle vicende delle guerre puniche durante la discesa di Annibale in Italia.
In assenza di prove certe e con l’esigenza di dare un illustre passato alla nostra città, Taurasia e i suoi Taurini furono collocati dove oggi sorge Torino facendoli diventare i primi esseri viventi a potersi definire torinesi.

Se però ci basiamo sui ritrovamenti archeologici non è impossibile affermare che i primi torinesi DOC erano i pesci che vivevano nel torinese 5 milioni di anni prima e ci hanno lasciato innumerevoli tracce della loro presenza.
Ai loro tempi il torinese era molto diverso, non presentava le caratteristiche che oggi definiscono il nostro territorio, ma loro, i pesci, sono stati i primi protagonisti di un lunghissimo processo che ha portato alla conformazione del torinese come la conosciamo.

Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC

5 milioni di anni fa a Torino c’era il mare, non c’erano coste a delimitarne i confini e il torinese era  una microscopica porzione di un immenso oceano chiamato Tetide che separava due continenti, l’Aurasia a nord e il Gondwana a sud. Le sue acque erano abitate dai pesci, ignari che il loro ambiente avrebbe un giorno visto 2 cugini, Amedeo e Eugenio, combattere per rivendicarne le terre.
Sono gli anni in cui è in atto un processo lentissimo che dopo 2,5 milioni di anni porta alla formazione di elementi non ancora definiti ma per noi percepibili. Lo spostamento del Gondwana verso l’Aurasia  porta alla formazione del mare Mediterrano, la compressione delle falde tettoniche tra i due continenti porta all’innalzamento verso il cielo delle Alpi, dai fondali emergono gli Appennini che diventano il confine meridionale del Golfo Padano e ad occidente emerge un piccolo isolotto destinato a diventare la collina torinese.
La definizione di questi elementi geografici da inizio ad una fase successiva nella quale l’innalzamento dei fondali del Golfo Padano definisce l’attuale Pianura Padana e vede protagonista assoluta del paesaggio la catena montuosa delle Alpi.

Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC

Dalle Alpi cominciano a scendere importanti corsi d’acqua che trascinano con loro ingenti quantità di detriti che portano alla formazione di depositi che occuperanno i territori che separano la collina torinese dalle Alpi.
Si forma il PaleoPo, progenitore dell’attuale Pò, che arrivato nei pressi di Moncalieri vira verso sud per dirigersi verso le Langhe. Dalla Val di Susa scende la Dora che trascina con se i detriti che occuperanno il territorio dove in un lontano futuro sarebbe sorta Torino.

Per quasi 2 milioni di anni periodi temperati millenari si alternano a periodi glaciali millenari che portano i ghiacciai a superare la val di Susa,  lambire il torinese e trasportare in pianura i grossi massi erratici come il masso Gastaldi di Pianezza.

 

Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC

700000 anni fa le caratteristiche del territorio torinese sono oramai abbozzate, dei pesci non c’è più traccia se non nei fiumi e nei laghi.
Inizia un lungo periodo, che termina circa 16000 anni fa, di lunghe e ripetute glaciazioni che con l’espandersi e il ritirarsi dei suoi ghiacciai modellano con i territori nella forma di oggi.
Si formano i laghi di Avigliana, prende forma la cresta dove sorgerà il castello di Rivoli, il Po improvvisamente decide di cambiare percorso all’altezza di Moncalieri puntando ad est verso la Pianura Padana, i detriti che scendono dalla Val di Susa formano immensi depositi dove sorgerà Torino, grandi distese paludose acquistano la solidità che dopo l’ultima glaciazione determinerà la flora e la fauna locale.Inoltre, intorno ai 200.000 anni fa cominciano a fare la comparsa prime forme di ominidi nomadi che tra una glaciazione e l’altra lasceranno il posto all’uomo di Neanderthal ed infine ad esseri umani con la nostra fisionomia.
Dopo l’ultima glaciazione il torinese è oramai formato, i fiumi lentamente stanno assumendo il percorso a noi noto e i territori sono percorsi da cacciatori che frequentano la collina torinese e si spingono in operazioni di caccia sui monti alpini.

Quando a Torino c’erano il mare e i pesci, i primi torinesi DOC

Intorno a 6000 anni fa questi proto-torinesi cominciano ad applicare le prime tecniche di allevamento e agricoltura favorendo, 2000 anni dopo, la formazione di piccole comunità sedentarie che danno origine alle prime vie commerciali del torinese. Chiomonte è una delle prime comunità a sorgere seguita da Trana, Avigliana, Carignano e da altri probabili villaggi nei pressi di Torino-Sassi, Pino Torinese,  nella bassa Val di Susa e in altri centri oramai dispersi nella notte dei tempi.

Dal  500 A.C. in poi comincia a delinearsi un territorio occupato da varie popolazioni sparse in piccoli villaggi e legate tra di loro da forme di scambi commerciali.
Il territorio torinese viene lentamente occupato dai Taurini, popolazione di origine ligure con influenze celtiche,  che gestiscono un ampio territorio che parte dalla Val di Susa e dalle pendici delle alpi occidentali per arrivare fino a Torino e spingersi fino quasi al vercellese.

Oltre alle tecniche agricole e d’allevamento, l’uomo ha sviluppato anche la capacità di non accontentarsi di ciò che ha, caratteristica umana che porterà in breve tempo a trovare i pretesti per combattere con le popolazioni confinanti, a nord gli Insubri e a Sud i Liguri e infine nel 216 A.C. a scontrarsi con Annibale che arriva nel torinese attraverso la Val di Susa.

Ma questa è un altra storia….. che potete leggere qui: Annibale non è mai passato da Torino il 15 novembre del 218 A.C.

P.S. Questo testo ha un valore puramente divulgativo e amatoriale, diciamo un racconto da narrare ai vostri figli quando vi chiedono “Ma è vero che a Torino c’erano il mare e i pesci?”. Siamo consapevoli che il processo di formazione del Torinese è stato ben più complicato ma spiegarlo in ogni dettaglio renderebbe complicata e  frustrante la lettura.

Immagini scattate all’ Acquario di Genova

 

Beati Savoia, i Savoia Beati

Beati Savoia, i Savoia Beati

La storia dei  Savoia comincia 1000 anni fa con Umberto Biancamano che ha dato  vita al ramo principale della casata.
Durante i secoli innumerevoli discendenti sono passati nel dimenticatoio perché superati da imponenti figure come quelle di Emanuele FilibertoVittorio Amedeo II, Carlo Emanuele I e III o Vittorio Emanuele II che hanno segnato profondamente  la storia d’Italia.
Questi dimenticati non hanno avuto una particolare importanza politica o storica ma,  alcuni di loro, erano accomunati da una condotta di vita che li ha portati a essere proclamati Beati.
Non se ne parla spesso e, anche se talvolta sono raffigurati in quadri o statue disseminate nelle chiese dei vecchi territori sabaudi, difficilmente si riesce a focalizzarli e ricordarli.
All’interno della Cattedrale di Chambery esiste una  cappella realizzata nel 1924 dedicata ai Savoia Beati, personaggi che nei nostri territori sono stati dimenticati ma che da quelle parti destano ancora rispetto e devozione.

Cattedrale di Chambery Cappella dedicata ai Savoia Beati

Quindi…PARTENDO DA SINISTRA
Ludovica di Savoia, detta anche Luisa (1462–1503)
Luisa era la figlia di Amedeo IX di Savoia e da piccola condivise la cella con la madre Iolanda di Francia, incarcerata da Carlo I di Borgogna.
Convolata a nozze con Ugo di Châlon, dopo una decina di anni di felice matrimonio e di innumerevoli opere caritatevoli, alla morte del suo amato decise di ritirarsi nel Monastero delle clarisse di Orbe.
Fu dichiarata beata nel 1839 da Papa Gregorio XVI e fissata al 24 luglio la sua celebrazione.
Bonifacio di Savoia (1217–1270)
Figlio di Tommaso I di Savoia, Bonifacio fu indirizzato fin da subito alla carriera ecclesiastica. Alla giovane età di 15 anni fu nominato priore di Nantua, piccolo comune francese,  successivamente passo a Valence e all’eta di 24 anni divenne nientemeno che l’archivescovo di Canterbury.  Nonostante era impegnato costantementea nel rivendicare l’indipendenza della chiesa inglese non era ben visto dalla nobiltà e dal popolo locale.
Fu dichiarato beato nel 1838 da Papa Gregorio XVI e fissata al 4 luglio la sua celebrazione.
Amedeo IX duca di Savoia (1435–1472)
Passato alla storia per il suo fervido impegno in aiuto della povera gente, Amedeo IX non ha avuto una particolare partecipazione alla vita politica del ducato e  spesso la moglie, Violante di Valois, doveva farsi carico degli impegni di corte  che il duca trascurava.
Vittima dell’epilessia rivolse il suo cuore alla fede, disertava gli eventi mondani per passare il tempo con il suo popolo che lo amava sinceramente e durante la sua vita profuse ingenti lasciti ai poveri. La vetrata centrale lo rappresenta nell’atto di fare l’elemosina.
Fu dichiarato beato nel 1678 da Papa Innocenzo XI e fissata al 30 marzo la sua celebrazione.
Umberto III  di Savoia (1136-1189)
Diventato  leggenda, di Umberto III sappiamo due cose con certezza.
La sua fede era così profonda e sincera tanto da essere beatificato nel 1838 da Papa Gregorio XVI.
Un altro motivo per cui viene ricordato è la difficile situazione che dovette vivere il suo ducato continuamente assalito da più fronti, da nord, da sud, da est, da ovest e dalle continue ribellioni interne … per l’appunto solo una fervida fede poteva sostenerlo.
Margherita di Savoia (1390 – 1464)
Non è stata facile per Margherita di Savoia e la sorella Matilde.
Figlie di Amedeo di Savoia, nessuna delle due ha avuto figli e questo ha comportato la fine della casata Savoia-Acaia.
Rimasta vedova, Margherita si ritirò a vita monacale e promosse la costruzione del monastero  dominicano dedicato a Santa Maria Maddalena.
Fu dichiarata beata nel 1669 da Papa Clemente IX e fissata al 23 novembre  la sua celebrazione.
Per chidere due note sulla chiesa che ospita la cappella dedicata ai Beati Savoia!
La cattedrale di Chambery nasce sulle orme dell’antica chiesa del monastero dei Francescani. Costruita nel XV secolo è diventata cattedrale nel 1779 e dedicata a San Francesco di Sales nel 1801.
La cattedrale vanta la più grande superfice dipinta con la tecnica del Trompe l’Oeil in europa: 6000 metri quadrati.

Chambéry, la dimora dei duchi sabaudi prima di Torino

Chambéry, la dimora dei duchi sabaudi prima di Torino

Come detto e stradetto, il 7 febbraio 1563,  Emanuele Filiberto trasferisce  la capitale del suo ducato da Chambéry a Torino. Al seguito del duca c’erano la corte, lo scrigno contenente la Sindone e tante altre figure che si stabilirono a 150 kilometri di distanza.  Non poi così tanti, ma con le Alpi a far da barriera all’invadente re francese che poco tollerava le ambizioni autonomistiche di Emanuele Filiberto.
Per Torino questa decisione ha rappresentato l’inizio di un percorso che ha portato la città a diventare per un brevissimo periodo la capitale del Regno d’Italia e oggi la meravigliosa  città che tanto amiamo.
Ma Chambéry?
Siamo andati a fare una gita giornaliera nella vecchia capitale del ducato sabaudo e abbiamo scoperto una piccola città meravigliosa, circondata da alte montagne, con angoli spettacolari e in cima un castello, la vecchia dimora dei duchi sabaudi.
Purtroppo abbiamo sbagliato giorno e non siamo potuti entrare nel castello e visitare la cappella che ospitava la Sacra Sindone prima del suo trasferimento a Torino, ma abbiamo avuto il tempo di passeggiare nelle vie principali e nei piccoli passaggi che uniscono i palazzi del centro storico medioevale.

Il Santuario di Sant’Ignazio, la casa degli esercizi spirituali

Il Santuario di Sant’Ignazio, la casa degli esercizi spirituali

Il santuario di Sant’Ignazio sta alle valli di Lanzo come la Sacra di San Michele sta alla valle di Susa.
Ambedue svettano in alto alla propria montagna, la loro grandezza e importanza è pari alla bellezza del meraviglioso panorama godibile dalle loro cime.

Il Santuario di Sant’Ignazio sorge sulla cima del monte Bastia  dove, nei tempi passati, sarebbe apparso il santo. La tradizione racconta che nel 1626 le valli furono sopraffate dalla presenza dei lupi che mietevano il loro raccolto senza fare distinzione tre le pecore e i bambini. Sopraffatti numericamente dai lupi, i valligiani organizzarono innumerevoli novene e processioni  pregando Sant’Ignazio di intercedere e liberare le valli dalla loro presenza. I lupi scomparvero e commosso da tanta dedizioni il santo volle premiare i suoi devoti apparendo agli occhi di una contadina sopra una pietra nella vetta del monte  dove, anni dopo,  i fedeli avrebbero edificato una cappella.

Il Santuario di Sant'Ignazio, la casa degli esercizi spirituali

La storia in realtà inizia 16 anni prima quando Carlo Emanuele I decide di concedere ai Gesuiti una casa a Lanzo in modo che potessero contrastare l’espandersi del protestantesimo nelle valle.
Arrivati in valle i figli di Sant’Ignazio trovano ad accoglierli il parroco di Mezzenile che, nominato parroco nel 1601, da qualche anno era impegnato nella diffusione del culto di Sant’Ignazio di Layola.
Passano gli anni e il culto comincia a consolidarsi nella valle fino a quando, a seguito di un inverno particolarmente rigido, i lupi decidono di migrare in valle scatenando il terrore tra i contadini delle valli di Lanzo.
La reazione del parroco è immediata!
Preghiere, novene e devozione mettono in fuga i lupi che lasciano il monte Bastia permettendo al parroco di costruire una piccola cappella dedicata al santo.
Pochi anni dopo l’accaduto, si diffuse la notizia che lo stesso Sant’Ignazio era apparso agli occhi di una contadina sopra una pietra. L’apparizione viene letta come un ringraziamento da parte del santo per la sincera devozione dei contadini ma anche come indicazione su dove sarebbe dovuta sorgere una chiesa dedicata al Santo.
Nel 1629 cominciano i lavori di costruzione della chiesa e immediatamente cominciano i pellegrinaggi che nel giro di cinquant’anni raggiungono il migliaio di devoti alla volta, mettendo così in evidenza le dimensioni minime dell’edificio.

La chiesa è diventata troppo piccola.
Le apparizioni hanno sempre stimolato pellegrinaggi costanti e in breve tempo la piccola chiesa non è più in grado di contenere tutta la gente che accorreva nella vallata.
Per ovviare al problema, nel 1676,  la comunità decise di regalare ai Gesuiti i terreni in punta al monte Bastia affinchè fosse costruita una chiesa all’altezza del santo e della devozioni dei pellegrini sempre più numerosi.
L’enorme afflusso di fedeli in cima al monte e la disponibilità dei terreni  convinsero i Gesuiti ad assumersi l’onere di costruire un grande Santuario dedicato al padre fondatore della loro congregazione e per farlo incaricarono l’architetto Bernardo Vittone.
Ultimato nel 1732 il santuario appariva diverso da come lo conosciamo oggi. Agli inizi, attorno alla struttura principale a croce greca con al centro la pietra dove era apparso il santo,  sorgeva un porticato che sosteneva alcuni alloggi.

Il Santuario di Sant'Ignazio, la casa degli esercizi spirituali

A seguito della soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 e dal passaggio all’Arcivescovado di Torino nel 1789,  il santuario comincio a modificare forma e utilizzo.
Nei primi anni dell’800 due sacerdoti, Luigi Guala e Pio Brunone Lanteri, rimasti colpiti dalla bellezza del luogo proposero all’arcivescovo di Torino Giacinto della Torre di trasformare il Santuario in una casa di esercizi spirituali.
La proposta fu accolta! I primi esercizi spirituali furono tenuti dai due sacerdoti che si impegnarono anche nella raccolta di fondi per dotare il santuario di una casa per gli ospiti: San Giovanni Bosco, San Giuseppe Cafasso, San Leonardo Murialdo, i beati Giuseppe Allamano, Michele Rua, Federico Albert, Clemente Marchisio, Francesco Faà di Bruno e tanti altri.
La seconda guerra mondiale blocca bruscamente le attivata della casa di esercizi spirituali. Il santuario viene occupato prima dai tedeschi, poi dalle camicie nere ed infine dai bersaglieri della Folgore.
Finita la guerra  inizia un lungo e difficile periodo di rinascita che culmina nel 1990 con un importante restauro che ha ridato alle Valli di Lanzo la sua casa di esercizi spirituali.
Oggi, il Santuario di Sant’Ignazio svetta sulla cima del monte Bastia e accoglie persone da tutte le parti d’Italia.

Indirizzo
Frazione S. Ignazio, 10070 Pessinetto
nelle Valli di Lanzo a pochi kilometri da Torino

La cappella campestre di San Marchese ad Altessano

La cappella campestre di San Marchese ad Altessano

La storia della cappella campestre di San Marchese comincia a cavallo tra il III e il IV secolo DC quando la mitologica Legione Tebea rifiutò di eseguire gli ordini del generale Massimiano che desiderava sterminare tutti i cristiani presenti nel territorio.
Il rifiuto di questi primi martiri cristiani costo loro la vita!
Tra di loro c’erano i tre martiri torinesi Avventore, Ottavio e Solutore, il santo patrono di Casa Savoia San Maurizio e altri 6000 combattenti che, uno per uno, furono tutti raggiunti dalla vendetta Romana non prima di dar loro il tempo di diffondere la parola di Cristo.
Uno di questi era un certo Marchese che, lasciate le vesti militari, si improvvisò traghettatore sulla Stura e divenne il primo evangelizzatore dei territori torinesi: durante il suo servizio diffondeva con fervore la parola di Cristo ai suoi clienti che si spostavano lungo il fiume.
Ma, un giorno, la furia omicida di Massimiano lo raggiunse e così le sue ossa furono raccolte all’interno di un sepolcro di una cappella.
Col passare del tempo della piccola cappella si persero le tracce fino a quando, durante alcuni scavi nel 1604, riaffiorò riportando tra i vivi le ossa del martire, un calice e un libro che permise l’identificazione delle ossa che furono affidate ai Frati Francescani di Madonna di Campagna.
La notizia, mescolata con racconti miracolosi avvenuti nel luogo del ritrovamento, ravvivò il culto del santo che divenne il patrono di Altessano e motivò il piccolo borgo a costruire, in fretta e con energica devozione, una cappella sui resti di quella appena scoperta.
Grazie alle pressioni di illustri personaggi dell’epoca, il 5 settembre 1677 il Conte d’Altessano riportò le spoglie mortali del Santo nel borgo, all’interno della chiesa di San Lorenzo. Il trasporto fu effettuato dalla carrozza dello stesso conte e le reliquie furono contenute in un urna donata nientemeno che dal duca Carlo Emanuele I (si dice che fosse una delle urne che custodì al suo interno anche la Sacra Sindone).
Il 5 settembre divenne così il giorno del Santo Patrono di Altessano.

La cappella campestre di San Marchese

Nel 1752, il conte di Altessano Carlo Girolamo Faletti di Barolo decide di intervenire personalmente e costruisce, quasi ex-novo, l’attuale cappella campestre di San Marchese al fine di costudire in modo definitivo le spoglie mortali del santo.
Recentemente restaurata, oggi la Cappella fa bella figura di se al fondo di strada Lanzo, dove comincia, guarda caso, via San Marchese.