Le ultime donazioni di Brigida Genta, 35 anni di lavoro di un operaio torinese.

Le ultime donazioni di Brigida Genta, 35 anni di lavoro di un operaio torinese.

Durante una delle nostre gite a Ceres, all’interno di un piccolo cortile siamo incappati in una targa in memoria di Brigida Genta, una donna che negli ultimi momenti della sua vita ha pensato bene di elargire delle cospicue donazioni per la città di Ceres e Torino.
Partiti alla ricerca di informazioni su questa benefattrice ci siamo arenati quasi subito.
Non si trova niente tranne un riconoscimento all’interno della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 25 agosto del 1916. Nella sezione dedicata alle beneficenze compare il nome di Brigida Genta vedova Conterno  e un breve elenco delle sue donazioni che in totale ammontavano a 65.000 lire:
L. 10.000 alla. Congregazione di Carità di Ceres;
L. 15.000 al Cottolengo di Torino;
L. 10.000 all’Istituto pro-mutilati di Torino;
1 fabbricato civile del valore di L. 30.000 al Comune di Ceres per fondare un ospedale.

Cosa ha donato Brigida Genta?

A questo punto, non avendo trovato altro su Brigida Genta, l’unica cosa che possiamo fare sono due calcoli.
A Torino un operaio Fiat guadagnava all’incirca 150 lire al mese, appena sufficienti a sopravvivere, e dalle parti di Ceres arrivare a 50 lire al mese per una famiglia era un impresa titanica.
Quindi… ricapitolando, la signora ha donato qualcosa come 36 anni di lavoro di un operaio Fiat, oppure, 108 anni dei soldi che una famiglia abitante dalle parti di Ceres riusciva ad accumulare in un mese.

Brigida Genta ved. Conterno

Questa pietra ricordi
l’insigne benefattrice
BRIGIDA GENTA ved. CONTERNO
mancata ai vivi in Torino
il 19 agosto 1916
I cospiqui suoi lasciti
pro erigendo ospedale dei poveri
pro congregazione di carità
l’additino alla pubblica estimazione
esempio grande di virtù squisita
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Gli enti beneficati
XX settembre MCMXX

Quando Mario Soldati salvò la vita a Raffaele Richelmy

Quando Mario Soldati salvò la vita a Raffaele Richelmy

Ai Murazzi esiste una targa dedicata a Mario Soldati e al suo atto eroico compiuto alla giovane età di 15 anni.
Il 17 marzo del 1922 il giovane liceale Mario Soldati e il suo compagno Olivieri di Vernier  vogavano in coppia accompagnati da un’altra canoa con a bordo Mario Tasca e Raffaele Richelmy, nipote del cardinale.
Non è chiaro cosa sia successo, ma improvvisamente la canoa guidata da Tasca e Richelmy si ribaltò mettendo in seria difficoltà i due vogatori: Tasca non si lasciò prendere dal panico e nuotando alla ricerca di un appiglio trovò la salvezza aggrappandosi ad un remo, mentre Richelmy, non sapendo nuotare, venne colto dal panico e cominciò ad agitarsi.
Secondo quanto scritto dalla Stampa del 19 marzo 1922, Mario Soldati, senza alcuna esitazione e ancor vestito, si tuffò dalla sua canoa e nuotò in direzione dello sfortunato.
Nonostante Richelmy era in stato confusionale ed agitato, con ludica determinazione Mario Soldati  riuscì a calmarlo e a convincerlo  ad aggrapparsi alla sua spalla in modo che, sfidando la corrente, potessero raggiungere la canoa ancora a galla e salvarsi.
Gli attimi concitati si conclusero quando Mario Soldati  tornò a riva dove i curiosi accorsi sul luogo diedero vita ad una sonora ovazione.

Nei giorni successivi il Cardinale Richelmy scrisse  una commossa lettera di ringraziamento al salvatore di suo nipote e la notizia cominciò a girare le testate giornalistiche italiane dell’epoca fino ad arrivare negli ambienti della politica.
L’atto eroico giunse anche alle orecchie del Re che, su  proposta del ministro dell’interno, il 22 ottobre 1922 fregiò Mario Soldati con la ‘Medaglia d’argento al valor civile’ per la coraggiosa e filantropica azione compiuta.

Targa dedicata a Mario Soldati

Qui il 17 marzo 1922
un giovanissimo Mario Soldati
(1906 – 1922)
esempio di coraggio ed altruismo
ai giovani di ogni tempo
trasse in salvo
dalle acque del fiume Po
un coetaneo in pericolo di vita
meritando la medaglia d’argento
al merito civile

Quasi 100 anni dopo, l’ 11 marzo 2011, alla presenza di Michele Soldati, figlio di Mario,  viene inaugurata una targa in memoria dell’eroico gesto.

Chi sono i soldati ai lati di Emanuele Filiberto duca d’Aosta?

Chi sono i soldati ai lati di Emanuele Filiberto duca d’Aosta?

L’imponente monumento in piazza castello celebra il mai sconfitto Emanuele Filiberto durante la Grande Guerra e i soldati al suo fianco hanno un significato preciso, nascosto ed accessibile solo agli appassionati, ai più esperti o a chi vive di quelle curiosità che perfezionano la nostra conoscenza e il nostro amore per la città di Torino.

Erroneamente a quanto si crede, non è un momento alla memoria dei caduti!
La grande struttura è dedicata al “condottiero invitto della terza armata” e ai suoi soldati che, disposti ai lati  dei grossi parallelepipedi, con le vesti e le armi evocano la lealtà alla patria, la fede nel duca e le Grande Guerra.
D’altronde, le richieste del committente erano chiare : lodare la figura del duca e  rievocare con chiarezza ed efficacia le caratteristiche della guerra del ’15-’18. Eugenio Baroni vinse la gara riuscendo ad accontentare le richieste bando ma, venuto a mancare, non vide mai il termine dei lavori che furono ultimati da Publio Morbiducci.

I soldati del Monumento ad Emanuele Filiberto duca d'Aosta

I soldati del Monumento ad Emanuele Filiberto duca d’Aosta

In origine il monumento celebrativo doveva sorgere in piazza Vittorio Veneto ma all’ ultimo si decise di costruirlo sul lato ad est di Palazzo Madama senza cambiarne l’asse:  lo sguardo del duca volge ad est dove sorge il sole e dove si trova la Chiesa della Gran Madre che celebra il ritorno a Torino di Vittorio Emanuele I.
In realtà però il monumento nasce in pieno periodo fascista ed intende  glorificare la figura dell’Invitto Condottiero Emanuele Filiberto, simpatizzante della politica contemporanea e proposto dallo stesso Mussolini a sostituire, se fosse stato necessario, un re poco gradito dal regime, Vittorio Emanuele III.

Ma veniamo ai soldati,  protagonisti  della Grande Guerra che Baroni  è riuscito ad evocare grazie alle vesti, agli atteggiamenti, alle armi e alla loro imponenza plastica .

Durante il compimento del dovere
Disposte sul retro verso Palazzo Madama le statue rappresentano le sentinelle mentre compiono il proprio dovere immobili e impassibili. Guardano le spalle del duca e della patria, da proteggere ad ogni costo.
Dopo aver  assolto al proprio dovere.
I due soldati posti all’ interno ripongono le armi dopo aver combattuto: un soldato ringuaina il pugnale mentre l’altro si toglie la maschera a gas, oggetto che ha caratterizzato i cruenti e disumani conflitti della prima guerra mondiale.
Pronti al dovere.
Le statue all’esterno sono in posizione a riposo e  armate di fucile. Sono pronte a compiere il proprio dovere e difendere la patria e il proprio condottiero.
In attesa  .… il proprio dovere
Le statue poste sul fronte guardano il duca in attesa degli ordini, ripongono il lui la massima fiducia e sono fiere del compito che verrà loro assegnato.

Adesso sapete cosa rappresentano le 8 statue ai lati del duca.
La prossima volta che vi trovate vicino a loro, osservatele. Sono molto realistiche.
Baroni è riuscito perfettamente a rappresentare la lealtà dei soldati nel confronti della patria e del loro ‘invitto condottiero’.
Se osservato gli sguardi dei soldati si percepisce perfettamente, il rigore delle sentinelle, lo sguardo rilassato e coraggioso di soldati prima dello scontro, la sofferenza e il ringraziamento al signore di chi ha combattuto e la dedizione fiera di chi aspettava gli ordini del duca.

 

L’automobile di Carlo Emanuele del laborioso don Falco

L’automobile di Carlo Emanuele del laborioso don Falco

Alla ricerca della vera data in cui è stato musicato l’Inno di Mameli, sono incappato in una curiosità che ha un qualche cosa di surreale. Nel Rassegna Mensile della Città di Torino del luglio ’35 leggiamo  che innanzi agli appartamenti del principe Eugenio c’era una carrozza che si muoveva senza essere trainata da cavalli.
Evvai, un altro assurdo record da associare alla nostra città, un post-it  sulla bacheca difronte alla scrivania e la promessa di approfondire la cosa: per fortuna lo scrittore cita l’autore del testo originale, un certo Johann Georg Keyssler.

Dopo qualche giorno di ricerca sono riuscito a trovare il testo originale “Neueste Reise durch Teütschland, Böhmen, Ungarn, die Schweitz, Italien und Lothringen” che, oltre ad essere scritto in tedesco, è stampato con quei illeggibili caratteri gotici che mettono a dura prova la vista.
Con un po di fortuna riesco a trovare una traduzione in inglese stampata nel 1760 e con più facilità riesco a scoprire qualcosa su questa carrozza che può essere definita la prima automobile costruita in Italia.

Durante uno dei suoi viaggi, nel 1729  Johann George Keyssler fu invitato a Palazzo Reale e di fronte all’appartamento del principe di Piemonte,  vide  questo veicolo in grado di muoversi da solo senza essere trainato dai cavalli, una sorta di carro con quattro ruote che il cocchiere poteva mettere in moto e guidare a proprio piacimento.
La macchina era spinta da molle posizionate sull’asse posteriore delle ruote e senza alcuna difficoltà si metteva in moto con la semplice pressione di un pedale da parte della persona che sedeva sul carro.
Anche se non funzionava sulla sabbia il mezzo era stato provato sul pavimento lastricato di Torino e funzionava perfettamente: percorreva dai 10 passi (7,5 metri) ai 14 passi (10,5 metri) e poi ripartiva dopo aver ricaricato velocemente le molle.
L’inventore di questo automa era un certo abate don Falco che,  al momento della visita di Keyssler, era impegnato nella costruzione di una macchina volante.

Sembra una cosa fantasiosa, ma Johann Georg Keyssler non era un ciarlatano, era un importante scrittore e archeologo tedesco, membro della Royal Society londinese, apprezzato per la sua onestà intellettuale e spesso messo al bando per le sue minuziosi descrizioni della politica e delle capacità militari dei  tedeschi, quindi una pericolosa e strategica fonte per gli eserciti avversari.
Oggi, invece, i suoi testi sono considerati una preziosa fonte di informazioni, utile per avere un ulteriore punto di osservazione della società europea  del XVIII secolo.

L’unica differenza abbiamo trovato rispetto alla notizia stampata nel ’32 riguarda l’ inquilino dell’appartamento reale.
Secondo lo scrittore del XX secolo era quello del nostro amato Principe Eugenio ma leggendo la traduzione ci sentiamo di dire che invece era del principe di Piemonte Carlo Emanuele, quello che sarebbe diventato Carlo Emanuale III di Savoia il Laborioso, conosciuto anche come Carlin.

Ma esattamente, quando è stato musicato ‘Fratelli d’Italia’?

Ma esattamente, quando è stato musicato ‘Fratelli d’Italia’?

Quando è stato musica l’ Inno di Mameli?
Probabilmente è una curiosità tutta torinese o forse è un mistero solo per me che non conosco la storia ma, onestamente, non sono ancora riuscito a capire quale sia la data esatta del giorno in cui fu musicato il Canto degli Italiani.
Ho sempre saputo che la data era  il 23 novembre 1847, ma la targa in via XX settembre recita così: in questa casa che fu /  di Lorenzo Valerio / una sera  sui 10 di no/vembre 1847 / il Maestro / Michele Novaro di/vinava le note al / fatidico / INNO DI MAMELI / nel centenario della / nascita del poeta. / Auspice il Liceo Cavour 1927.
Ho sempre sbagliato? La data indicata nella lapide è il 10 NOVEMBRE 1847!

Ma esattamente, quando è stato musicato 'Fratelli d'Italia'?Per trovare una risposta ho sfogliato una cinquantina di testi,  la data indicata è sempre il 23 novembre 1847, due o tre volte il 10 novembre ed una volta sola il 15 novembre. Anche Wikipedia riporta la data del 23 aggiungendo un dettaglio in più: il 10 novembre Mameli spedisce al Novaro il testo scritto che giunge a Torino la sera del 23.
Il particolare curioso è che tutti i testi da me consultati fanno riferimento a due testi specifici: ‘Scritti Editi ed inediti di Goffredo Mameli’ di Anton Giulio Barrili edito nel 1902 e ‘I miei tempi’ di Vittorio Bersezio edito nel 1933.
Nel primo troviamo gli avvenimenti della serata raccontati nel 1875 a Barilli che riuscì ad intervistare nientemeno che  Michele Novaro e, nonostante il racconto sia molto dettagliato, non compare alcuna data, almeno nella copia in nostro possesso.
Nel secondo si possono leggere le parole di uno dei presenti, Vittorio Bersezio, che ricorda quella lontana serata e posticipa la data al marzo del 1848, cosa impossibile perché per certo esiste una prima partitura stampata nel dicembre del 1847 (l’ opinione più comune è che vista l’avanzata età del Bersezio, i ricordi  fossero un po sbiaditi).
Su Wikipedia c’è anche un’ulteriore fonte al lato della data del 10 novembre: Inni di Guerra e Canti patriottici del Popolo Italiano di Rinaldo Caddeo edito nel 1915.
Lo abbiamo consultato e non abbiamo trovato alcuna data.

Ma esattamente, quando è stato musicato 'Fratelli d'Italia'?Quello che sappiamo per certo è che la targa in via xx settembre è molto precisa ‘10 novembre’ e ‘divinava le note’. Anche in questo caso non siamo riusciti a trovare maggiori informazioni se non un  trafiletto de ‘La Stampa’ del 1927 che informava i torinesi dell’ avvenimento ma non c’è scritto niente di utile per trovare ulteriori informazioni o la data da noi cercata.

Quindi, quando è stato scritto l’ Inno d’Italia?
Il 10 non ci convince, se non altro per il fatto che il 90% dei testi indica la data a noi familiare anche se un dubbio ci rimane….
guardando attentamente il documentario realizzato da RaiStoria, al minuto 13 appare la partitura originale scritta da Michele Novaro e… sorpresa… c’è un’altra data il 5 ottobre/dicembre 1847!

Forse un giorno riusciremo a consultare lo spartito originale che oggi è proprietà dell’ Archivio Ricordi ed è consultabile solo andando da loro, per il momento ci dobbiamo accontentare di quello che abbiamo scoperto fino ad oggi.
Il ‘Canto degli Italiani’, scritto da Goffredo Mameli, e diventato ‘Fratelli d’Italia’, musicato da Michele Novaro, ha risuonato per la prima volta il 5 ottobre, 10 novembre, 15 novembre, 23 novembre, 5 dicembre del 1847.

Se avete ulteriori informazioni o una spiegazione storica, scriveteci!

NOTE

  • Esiste un testo più vecchio L’inno di Mameli musicato da Michele Novaro. Con note raccolte da A. Pastore e la musica trascritta pei giovinetti da G. Ferrari, del 1889. Non siamo riusciti a consultarlo ma sembra che a pagina 42 le note a margine raccontano la famosa serata. Forse li è possibile trovare qualche indicazione in più.
  • Non siamo riusciti ancora a consultare il libro di Vittorio Bersezio  ‘I miei tempi’ edito nel 1931 e ristampato dall’ ASSOCIASSION PIEMONTÈISA. Le pagine che riguardano i ricordi dell’ autore sono però riportate in innumerevoli siti web e testi stampati. Anche in questo caso non è mai indicata alcuna data.
  • I siti istituzionali non indicano mai una data precisa, si limitano a dire una serata del Novembre del 1847.
  • Nel libro ‘Scritti editi ed inediti di Goffredo Mameli ordinati e pubblicati con proemio introduzione e note a cura di Anton Giulio Barrili del 1902 viene indicato il mese di settembre. La data esatta non è indicata ma si parla di ‘una sera di mezzo settembre’