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Reportage

Il Mondo di Steve McCurry | Concluso

Dal 1 aprile al 16 ottobre 2016, alla Reggia di Venaria, all’interno della Citroneria delle scuderie Juvarriane, sarà in mostra ‘Il mondo di Steve McCurry’.
Questo, più o meno, lo sappiamo tutti,  ma rende complicato parlare del fotografo americano senza ripetere per l’ennesima volta lettere, parole e frasi che hanno detto praticamente tutto di uno dei più grandi fotografi contemporanei.
L’ unico modo per cercare di convincervi ad intraprendere un lungo viaggio attraverso i continenti del mondo è quello di raccontarvi le emozioni che si provano  guardando negli occhi ‘uomini  e donne‘ di culture che stanno scomparendo, di tradizioni distanti migliaia di kilometri accomunate dall’anima umana e la sua centralità nel proprio ambiente. Occhi, visi e corpi immortalati in scatti che hanno catturato l’ animo del protagonista di immagini che raccontano la nostra contemporaneità e sono un diario della vita e delle esperienze che hanno formato l’anima stessa dell’ uomo dietro la macchina fotografica.

Il Mondo di Steve McCurryLa mostra che la Reggia di Venaria ha l’ onore e il piacere di presentare è la più grande raccolta di immagini del fotografo mai presentata al pubblico.
275 foto selezionate dallo stesso autore e dalla curatrice Biba Giachetti  che, per la prima volta, includono inediti mai pubblicati come il primo reportage del lontano 1979 che mostrò a tutto il mondo i volti dei Mujahidin coinvolti nel conflitto in Afghanistan.
I volti dei soldati afgani in bianco e nero  sono l’ inizio di un percorso che esplode in una moltitudine di colori, un lungo arcobaleno che copre tutta la citroneria allestita per l’ occasione da una delicata scenografia di Peter Botazzi che valorizza le immagini e i colori di volti e situazioni che raccontano gioie, dolori, emozioni e sofferenze.

Il Mondo di Steve McCurrySpazi piccoli, grandi, simmetrici e speculari senza un percorso stabilito rendono ogni volta diversa l’esperienza, piccoli varchi che stuzzicano la curiosità senza costringerti a seguire un percorso, dove solo l’ emozione di un colore ti costringere a dirigerti verso di lui e scoprire un altro aspetto del mondo e della vita di McCurry.
Main Sponsor della mostra è la nostrana Lavazza ma è necessario spendere due parole. La LAVAZZA è protagonista di questa mostra con 40 scatti realizzati dal fotografo per il  progetto di sostenibilità lavazza ¡Tierra!,  immagini che ritraggono e raccontano la vita e l’anima degli uomini e delle donne che coltivano il prezioso caffè che accompagna i momenti delle nostre giornate.

Sì, è stato emozionante! Abbiamo già messo in programma di tornarci domenica e portarci tutta la famiglia.
Una cosa è meravigliosa di questa mostra: non ha bisogno di gusti per essere apprezzata, necessita solamente di una cosa: l’ amore per la vita in tutte le sue diversità, in tutta la sua bellezza e in tutti i suoi dolori. Valore che mi è stato passato dai miei genitori, che spero di passare a mio figlio e che dovrebbe convincervi che questa è “la mostra “ del 2016.

p.s. Gli occhi sono lo specchio dell’ anima: non lo nego, sono rimasto affascinato dalla sua capacità di di riuscire a congelare l’attimo e renderlo eterno.

‘Il mondo di Steve McCurry’ alla Reggia di Venaria | Concluso

Reggia di Venaria – Citroniera delle Scuderie Juvarriane
Piazza della Repubblica, 4 – Venaria Reale (TO)
1 Aprile – 16 ottobre 2016

Informazioni e prenotazioni
Tel. +39 011 4992333 – sito web: www.lavenaria.it
Orari
Da martedì a venerdì ore 9.00 – 17.00
Sabato, domenica e festivi ore 9.00 – 18.30
Lunedì chiuso
La biglietteria chiude un’ora prima
Festività
Lunedì 25 Aprile 9.00 – 18.30
Domenica 1 Maggio 9.00 – 18.30
Giovedì 2 Giugno 9.00 – 18.30
Lunedì 15 Agosto 9.00 – 18.30
Biglietti
Tutti i biglietti includono l’audioguida della mostra disponibile in italiano ed in inglese. Il servizio di prenotazione è gratuito.
Intero € 12,00
Ridotto € 10,00 (per maggiori di 65 anni, gruppi di almeno 12 visitatori, apposite convenzioni)
Ridotto speciale € 6,00 (per scuole e giovani fino a 26 anni)
Tutto in una Reggia € 25,00 (consente l’ingresso alla mostra, alla Reggia e ai Giardini)
Gratuito (per minori di 6 anni, disabili e un accompagnatore, due insegnanti per scolaresca, possessori della Card Musei del Piemonte e della Torino Card)
Le immagini del reportage sono di Luigi De Palma

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Persone

The Fantom’s, il Beat torinese nel 1965

I The Fantom’s suonavano a Torino quando non esistevano le discoteche, la città era coperta da una cappa industriale che imponeva rigidi orari alla vita quotidiana e portare i capelli lunghi era sinonimo di sporco e di peccato, quando, insomma un pensiero unico regolava la vita dei torinesi. Niente di strano, ma ieri come oggi, la necessità di evadere e rifiutare l’omologazione ha sempre rappresentato la scintilla della creatività.
Erano gli anni che andavano di moda le balere, le più famose erano il Castellino, La Perla e l’Hollywood, ambienti dove la nascente media-borghesia trovava le occasioni di svago ma che non lasciavano spazio a chi era influenzato dall’ondata beat che, partita da Londra,  prepotentemente scendeva verso il continente.
Oggi  può sembrare ridicolo ma il soul americano, la psichedelia e il successo planetario dei Beatles stavano stravolgendo non solo i gusti musicali, ma anche le abitudini dei ragazzini che all’ improvviso furono travolti da qualcosa che rompeva gli schemi ed esigeva la rottura con tutto quello che era standard, normale e accettato.  Oltre manica si parlava degli Who e dei Kinks, autori del riff di chitarra più famoso della storia musicale rock ‘You really got me’ (primato forse da spartire con Smoke on the Water dei Deep Purple).
In questo contesto storico nascono i The Fantom’s: i fratelli  Spartaco e Luigi Nagliero e i cugini Gino e Walter Nagliero.

The Fantom's, il Beat torinese nel 1965Oggi siamo abituati a vestirci un po come ci pare, anche se in realtà siamo vestiti tutti allo stesso modo, ma negli anni ’60, se portavi i capelli lunghi capitava spesso che venivi apostrofato con la solita e vuota esclamazione ‘vai a lavorare’.  Spesso succedeva che auto ferme al semaforo accennavano un accelerazione se le  strisce pedonali erano attraversate da un capellone, oppure che il bravo padre di famiglia ti fermava per strada per offenderti e compiere il proprio dovere di buon cittadino con qualche oggetto contundente in mano.
Uno dei modi per sfuggire a questo oscurantismo sociale era aspettare la sera e andare in uno dei tanti locali che permettevano di svagarsi ed esprimere la propria personalità.
In uno di questi , ‘La Tampa’,  gestito dal padre di Spartaco e Luigi, esisteva un rituale: le ragazze entravano in bagno vestite in un modo e ne  uscivano completamente diverse. Perché?
Per sentirsi libere di esprimere la loro personalità che la quotidianità sopiva con grigi vestiti. La musica e il ballo facevano il resto.
All’ interno di questo locale nascono i The Fantom’s dove cominciano a provare, ad esercitarsi  e suonare le canzoni che giungevano dalla lontana Inghilterra.  Una volta affiatati, cominciano a suonare di fronte ai clienti della ‘TAMPA’  ogni domenica  contribuendo  a fare del locale un punto di riferimento del Beat torinese.

The Fantom's, il Beat torinese nel 1965I The Fantom’s  non erano un semplice gruppo che scimmiottava gruppi famosi, oggi diremmo cover band,  erano musicisti e compositori influenzati da quello che accadeva attorno a loro e presto si dedicarono a realizzare brani di loro creazione caratterizzati da sonorità beat-psichedeliche.  Iniziano a suonare nei vari locali torinesi trascinandosi dietro il pubblico di affezionati che si era consolidato nel locale di papa Nagliero.
Nel  1966 pubblicano un primo 45 giri che contiene tre canzoni: Nadia, Il treno e Insegne Pubblicitarie.
Le canzoni sono facilmente reperibili su Youtube grazie a Spartaco che le ha pubblicate e danno una chiara idea della differenza che intercorreva tra la loro attitudine, che negli anni ’90 avremmo chiamato Underground, e le proposte della Rai, ai tempi unico canale di diffusione musicale. Il testo stesso di ‘Insegne Pubblicitarie’ che può sembrare avveniristico è un interessante denuncia nei confronti del consumismo che ai tempi si presentava solamente come minaccia.
Entrati in contatto con la casa discografica CEDI pubblicano un secondo 45 giri con due canzoni ‘Noi trionferemo’ e ‘Vieni qui Vicino’  che sarà seguito da un altro singolo per la Polydor ‘Felicità vuol dire’ e poi ….. una esperienza teatrale che li porta ad essere il complesso di scena che accompagna  Sergio Liberovici nell’allestimento di Il mercante di Venezia di William Shakespeare,  e poi … è difficile dire cosa sia successo.

Nel 1971 il gruppo si sfalda, non per dissidi interni ma, per la vicinanza di età dei componenti che li costringere ad assentarsi uno per volta per svolgere il servizio militare. L’ atmosfera si perde e ognuno prende la sua strada.
E denti stretti possiamo anche raccontare una storia diversa: capitava spesso in quei anni che entrare in contatto con una casa discografica era un modo per interrompere la propria carriera.
I gruppi venivano parcheggiati in una sorta di limbo dove ne usciva solamente chi, al momento giusto, era ritenuto un interessante opportunità commerciale e, se eri sotto contratto non potevi far nulla, non potevi pubblicare, non potevi  cambiare etichetta e non venivi inserito nelle tournee che ti permettevano di tirar su qualche soldino.

Luigi e Spartaco Nagliero si dedicano ad altri progetti musicali ma bisogna aspettare il 1998 per sentir parlare di nuovo dei The Fantom’s.
Luigi Nagliero all’insaputa di tutti e in accordo con la Destination X  autorizza la pubblicazione di un album, guardacaso dal titolo ‘Le Insegne Pubblicitarie’, che raccoglie 16 canzoni della fulminea  carriera della band torinese.
L’ operazione ha i suoi frutti.
In molti riscoprono il gruppo e la critica non può non notare quanto unica fosse la loro musica. Spartaco viene invitato alla Primavera Beat di Alessandria e sul palco con i Fenomeni canta ‘Insegne Pubblicitarie’, un singolare occasione che non passa inosservata: i più giovani conoscono  musica e testo della canzone più rappresentativa dei The Fantom’s.

Questa storia è stata raccontata grazie a Spartaco Nagliero che abbiamo avuto il piacere di conoscere e ascoltare.
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Storie Storie di Torino

La storia di Clara Maria Brigida Ribolet, la strega

Clara Maria Brigida Ribolet fu arrestata nel  1716 con l’accusa di stregoneria e di attentare alla vita del giovane principe di Piemonte Carlo Emanuele. Tecnicamente non c’era niente che provasse la sua colpa, ma erano anni dove la superstizione e l’ignoranza regnavano sovrane con la complicità delle istituzioni ecclesiastiche che alimentavano la credenza che le streghe esistevano e bisognava prima torturarle e poi porre fine al loro peccato.
La signora Ribolet  si vantava delle sue capacità magiche per  incutere timore e guadagnare il rispetto della  povera gente. Raccontava con tranquillità e dovizia di particolari di essere una grande esperta nella preparazioni di incantesimi e pozioni magiche, di frequentare balli e convegni notturni in compagnia di streghe  e demoni e di essere in grado di realizzare statuette magiche, insomma  tutti argomenti che nel lontano 1700 erano ritenuti veri, senza alcun ombra di dubbio.
Nella credenza popolare le statuette erano dei talismani dalle fattezze umane realizzati con cera, terra di cimitero, ostia consacrata, olio santo, sangue e cervella di bambino, sangue di gatto e Agnus Dei. Nessuno metteva in dubbio la loro efficienza e tutti erano a conoscenza del fatto che quando un ferro trafiggeva la statuetta  nello stesso istante sarebbe morta la persona raffigurata, un vero e proprio omicidio premeditato.
Un giorno, in un eccesso di superbia, la maldestra  Clara Maria si vantò, o forse confidò a qualcuno, di avere realizzato una statuetta con le fattezze del giovane principe figlio del duca Vittorio Amedeo II: quella fu l’ ultima volta che si vanto delle sua capacità magiche.

La strega al castello

La strega viene arrestata e messa alle strette confessa che era in atto una congiura nei confronti di Carlo Emanuele da parte dei Principi di sangue, dei Ministri di Stato, dei sacerdoti  e di tutto l’ entourage di corte più influente. Le sue parole e la sua fama di strega  sono quanto serve per farla arrestare e rinchiudere nel  temibile Castello di Miolans, prigione dove esisteva una sezione dedicata a streghe, eretici e povera gente accusata di pratiche abominevoli tipo rubare un ostia per evocare un incantesimo.
All’ interno del castello la prigioniera subisce tutto il trattamento  riservato alle donne accusate di stregoneria che, però, non sono sufficienti a piegare la donna,  lei conferma la sua versione dei fatti e reagisce alle torture affermando che il dolore era il suo gradino, pegno, per andar nel mondo dei cieli.
La sua determinazione costringe il medico del carcere a interrompere le torture altrimenti sarebbe morta e non avrebbe potuto tornare a Torino per far da esempio a tutti gli aspiranti fattucchieri della città.
Nel 1717 Clara Maria Brigida Ribolet viene riportata a Torino in compagnia di Catterina Corte, altra strega ospite della prigione accusata di fornicazione e patti con il diavolo, e per l’ occasione vengono predisposte misure di sicurezza eccezionali.
Le streghe vengono incatenate e sorvegliate a vista dai birri, guardie a tutela dell’ ordine pubblico, attorno a loro viene predisposta l’elite della cavalleria e viene data indicazione che al suono delle campane tutti i cittadini torinesi dovevano scendere in strada armati ed intervenire contro le forze del male.

Dopo un breve processo, il Senato di Torino condanna a morte le due donne che verranno condotte al patibolo senza che fosse pubblicata la loro sentenza per paura di una vendetta da parte degli spiriti infernali e del demonio  stesso.

Immagine: Wallpaperup
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Miscellanea

Riserva della biosfera, la collina di Torino

Il recente inserimento della collina torinese nell’elenco nelle Riserve delle Biosfere riconosciute dal Programma MAB dell’ Unesco è un traguardo da aggiungere a quegli  raggiunti in passato della città di Torino. Ma che cosa vuol dire essere inseriti nell’elenco delle ‘Riserve delle biosfere’ riconosciute dal MAB?
Il MAB è un programma dell’Unesco nato negli anni ’70 con l’ obbiettivo di rendere sostenibile il rapporto tra uomo e ambiente per non correre il rischio di perdere le biodiversità che caratterizza una particolare zona. Quando un ambiente viene inserito in questo elenco vuol dire che esiste una relazione equilibrata, dimostrabile in modo scientifico senza possibilità di dubbi.
Tolto qualche errore nel passato, la città di Torino è sempre stata attenta a mantenere quel minimo di verde indispensabile per la vita umana: parchi, giardini e piccole oasi metropolitane non mancano e la collina torinese, per svariati motivi, è sempre stata salvaguardata da invadenti colate di cemento. Questo ha permesso che si sviluppasse un ambiente che ha mantenuto le biodiversità della flora e della fauna  sulle sponde del Po e tutto questo in prossimità del grande centro urbano che è la città di Torino.

“La Riserva della biosfera si trova a nord della Regione Piemonte e copre tutto il tratto del Po che costeggia Torino,  i suoi principali affluenti e la collina Torinese. Il Po è il principale serbatoio della biodiversità nella pianura di Torino a causa delle numerose zone umide lungo il suo corso. Le sue caratteristiche fisiche e geologiche hanno portato alla formazione di numerosi lidi ghiaiosi, lanche e boschi ripariali che ospitano varie specie. Queste caratteristiche naturali sono particolarmente preziose in un ambiente vicino alla città di Torino” 

Riserva della biosfera

Cosa ci piace di questo riconoscimento?
Per noi rappresenta la certificazione che costruire un ecosistema biosostenibile è possibile e che il miglior equilibrio possibile è quello che pone sullo stesso piano l’uomo e la natura.
Siamo consapevoli che dall’altra parte della sponda del Po la situazione è molto diversa ma ci piace pensare che se la collina di Torino è nelle elenco delle ‘Riserve di biosfere’ anche le altre zone un giorno potranno farne parte, anche se obiettivamente non si può parlare di biodiversità in una grande città metropolitana.
L’anno scorso, quando venne preparato il dossier per l’inserimento della collina torinese nell’elenco, l’ assessore al verde della città di Torino presentò l’ iniziativa come l’inizio di un percorso  per orientare lo sguardo verso un modello di sviluppo del territorio con caratteri di sostenibilità e si contava sul riconoscimento per le ricadute che ne sarebbero seguite: turismo, agricoltura e forestazione.
Ci auguriamo che la strada intrapresa prosegua in questa direzione senza dimenticare che la collina è di tutti e ciò che è pubblico è bene pubblico .
Inoltre ci auspichiamo che la giusta visione di una città sostenibile si allarghi a tutta Torino e metta un freno all’espansione, oramai illogica, di superfici cementate.

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Personaggi Torinesi Storie Storie di Torino

Maria Bricca, l’eroina di Pianezza del 1706

Maria Bricca o Maria Bricco? Questo è il primo mistero da risolvere quando ci si trova difronte alla storia, o racconto, di questa eroina nata a Pianezza il 2 dicembre 1684 da Giuseppe e Francesca Chiaberge. Maria Chiaberge acquista il nuovo cognome l’8 febbraio 1705 quando si sposa con Valentino Bricco e continua a mantenere lo stesso cognome fino al 23 dicembre 1733 quando lascia le sue spoglie mortali. Ciò nonostante viene ricordata con il come Maria Bricca e spesso soprannominata la Bricassa.
Il motivo è probabilmente da ricercare nell’ abitudine del passato di cambiare l’ultima lettera del cognome per renderne più piacevole il suono, inoltre il nome dell’ eroina, soprannominata ‘la bricassa’, meglio si tramandava con una consonante finale che identificava subito le caratteristiche femminili dell’eroina del 1706.
Maria Bricca, o Bricco, è realmente esistita e viveva a Pianezza, un piccolo borgo che a causa della posizione che consentiva di osservare comodamente tutto il territorio torinese, era spesso attraversato e saccheggiato dalle truppe francesi. Nel 1693, quando Maria era ancora bambina, passarono da Pianezza il Catinat e le sue truppe per dirigersi verso il Castello di Rivoli, che saccheggiarono e diedero alle fiamme per poi andare verso la Marsaglia per suonarle di santa ragione all’ ambizioso Vittorio Amedeo II.
Maria è quindi cresciuta con una particolare avversione nei confronti dei francesi e una sincera ammirazione nei confronti dei Savoia.
Di lei, però, si perdono le tracce molto presto, il suo nome ricompare solamente quando viene sepolta nella chiesa San Pietro e Paolo di Pianezza.

Maria Bricca, l'eroina di Pianezza del 1706Potrebbe concludersi qui la storia di Maria Bricco.
Fino al XIX secolo nessun atto parla di lei e neanche la bibliografia ufficiale dell’ Assedio di Torino cita mai il suo nome. Nonostante i testi non siano pochi, Maria Bricca non compare mai e bisogna aspettare un testo scritto da un anonimo francese perché la sua storia venga ripresa, ufficializzata dal re Carlo Alberto, immortalata in un famoso quadro oggi all’ interno degli appartamenti reali della Basilica di Superga e raccontata nei più svariati modi.
I testi del XVIII Secolo sull’ assedio di Torino, il più antico che abbiamo trovato risale al 1707, raccontano, con piccole variazioni tra di loro, questa storia che riassumiamo brevemente:

Venuto a sapere che il reggimento di Chatillon era in arrivo da Susa per unirsi agli assedianti francesi, Vittorio Amedeo ordina al marchese Visconti di far appostare la brigata Falchestein e i granatieri prussiani, comandati dal generale Monasterolo, nelle vicinanze della Dora, tra Alpignano e Collegno.
Quando le truppe francesi comandate dal marchese Bonet arrivano all’altezza della Dora cadono pietosamente in trappola. Le forze capitanate dal Monasterolo hanno subito la meglio sui soldati francesi che impreparati e comandati disordinatamente dal Bonet sono costretti a ritirarsi nel vicino castello di Pianezza. Parecchi soldati e il comandante restano uccisi, vengono arrestati ufficiali e gregari francesi e il bottino è immenso: 200 muli carichi di vettovaglie per gli assedianti appostati attorno a Torino, 50 muli carichi di Champagne per il duca D’Orleans e 250 muli carichi di polvere da sparo.
Il principe Eugenio di Savoia, abile stratega militare, non si lascia scappare l’ occasione per infliggere una pesante sconfitta ai francesi ed animare lo spirito dei suoi soldati in vista dello scontro finale di Torino.
Dopo una breve consultazione con il cugino Vittorio Amedeo II ordina di attaccare il castello contando sul fatto di trovare soldati in preda al panico, stanchi del lungo viaggio e impreparati alla difesa: dall’ esterno l’ attacco verrà sferrato dalle truppe comandate dal marchese Visconti mentre il Principe di Anhalt guiderà 50 granatieri prussiani lungo una galleria segreta per portare lo scontro direttamente all’ interno del castello.
La conquista del castello si conclude in brevissimo tempo, i francesi vengono annientati, i pochi che riescono a fuggire vengono inseguiti dai soldati sabaudi che danno la grazia ad ognuno di loro e infine il tocco di genio del principe Eugenio: bisogna motivare i soldati per lo scontro finale e quale miglior motivazione c’è dei soldi? Il bottino, che consisteva in soldi probabilmente destinati ai soldati francesi, viene diviso tra i soldati piemontesi.

Anche se con varianti minime, perlopiù sulla posizione e sulla presenza del principe Eugenio, di Vittorio Amedeo II e del marchese Visconti, due particolari sono sempre gli stessi: a comando del gruppo che percorre la galleria c’è sempre il principe di Anhalt e all’ interno del castello i soldati vengono descritti come arroccati e terrorizzati in attesa dell‘arrivo della morte.

Maria Bricca, l'eroina di Pianezza del 1706Questa è la storia raccontata per tutto il XVIII secolo fino a quando non compare un testo anonimo francese che racconta una storia che aggiunge particolari inediti sui fatti accaduti la notte tra il 4 e il 5 settembre 1706. In questo testo si parla di una certa Maria Bricca, detta Bricassa, che veduta assediata la sua città Pianezza oramai da troppo tempo, non perde l’ occasione propizia di far sloggiare gli odiati francesi.
La vicenda viene ripresa dal Canalis e in pochi anni si diffonde e viene raccontata in svariati modi fino a perderne l’ originale svolgimento anche se bisogna precisare che non tutti gli storici la considerano attendibile. Il Cibrario e altri studiosi scelgono di non citare l’ avvenimento, alcuni rivedono la posizione della Bricca in quanto ritengono impossibili una seria di particolari e alcuni invece mettono in dubbio la stessa presenza dell’ eroina nelle vicende della conquista del castello. Noi però siamo qui per raccontarvi di Maria Bricco, Bricca o Bricassa!

Vedendo i soldati francesi impegnati a festeggiare senza alcuna preoccupazione, ‘la Bricassa’ decide di recarsi presso gli accampamenti sabaudi per informare il principe Eugenio di Savoia di essere a conoscenza di un passaggio segreto che porta da casa sua fino al castello occupato dagli invasori.
Il principe non perde tempo e ordina al principe prussiano Leopoldo I di Anhalt-Dessau di seguire la donna che li avrebbe portati direttamente all’ interno della struttura e attaccare i francesi mentre il marchese Visconti avrebbe attaccato dall’ esterno.
Maria a capo di 50 granatieri brandeburghesi percorre la galleria che scoprirà bloccata da una cancellata che lei stessa abbatte e con furia irrompe nella sala da ballo urlando ‘Viva i Savoia’.
La vittoria è schiacciante! I francesi, presi di sorpresa, in un primo momento pensano che sia uno scherzo, qualcosa che faceva parte dei loro festeggiamenti, ma ai primi colpi di ascia sferrati dalla Bricassa comprendono che non si tratta di uno scherzo, ma ormai è troppo tardi: vengono tutti passati per la spada dai granatieri.
L’ assalto si conclude con l’ arresto di 2 colonnelli , 2 generali e un bottino di cannoni, 600 cavalli e due milioni di franchi”.

Maria Bricca, l'eroina di Pianezza del 1706Sicuramente la verità sta nel mezzo e la conosce solo chi quel giorno era lì a combattere, ma due osservazioni possiamo permetterci di farle, giusto per approfondire le nostre conoscenze su Torino e sul 1706. Giuste o sbagliate saremo poi noi a decidere!
Per certo sappiamo che il passaggio che portava da casa di Maria al castello esisteva e sappiamo che i francesi furono sconfitti.
Nell’ ambito della leggenda, invece, rientra ‘con chi’ abbia parlato Maria Bricca visto che le troppe versioni rendono impossibile sapere se era un villano del posto, il marchese visconti o addirittura il principe Eugenio, che difficilmente avrebbe parlato con la prima donna che passava nei pressi dell’ accampamento. Il famoso testo anonimo, però, ci dice che lei ha parlato con il marchese Visconti.
Sempre lo stesso testo presenta un errore dettato dall’ enfasi dello scrittore: Maria sarebbe entrata nel salone da ballo gridando ‘Viva il Re’, il chè è impossibile, perchè Vittorio Amedeo II non era ancora re, lo sarebbe diventato solo dopo la pace firmata ad Utrecht nel 1713. L’ errore è stato corretto poi dagli scrittori del XIX secolo trasformando le parole di Maria in ‘VIVA I SAVOIA’.

Un’ altro particolare strano è lo stato d’ animo dei francesi all’ interno del castello.
Prima dell’ arrivo di Maria Bricca, nei testi del XVIII secolo si afferma che all’ interno del castello si respirava aria di terrore, della sconfitta imminente e della morte vicina alle loro vite. Dopo invece viene detto che all’ interno del castello c’era un clima di gioia, di goliardia, della sicurezza di stare in un posto sicuro, talmente sicuro che i francesi passavano il tempo a bere champagne in compagnia di donne e talmente sicuri da sottovalutare l’ importanza di difendere il castello.
Anche i personaggi cambiano, uno in particolare sembra essere sparito.
Partendo dal primo testo che abbiamo consultato, datato 1707, abbiamo notato come il principe d’ Anhalt diventa sempre meno importante fino a scomparire del tutto dai racconti. É un peccato perché questo uomo, oltre a comandare i 50 uomini che si impadronirono del castello, è stato anche il primo ad entrare a Torino il 7 settembre 1706.

L’ impressione che abbiamo è che la storia di Maria Bricca, per quanto abbia dei collegamenti con la storia reale, sia cresciuta e diventata famosa in un periodo storico che aveva bisogno di punti di riferimento per la causa italiana. Eroi ed eroine del passato che, grazie alla loro dedizione e fedeltà, fossero punti di riferimento, personaggi ai quali i futuri italiani potessero ispirarsi, figure leggendarie che promuovessero l’ unificazione d’Italia e la famiglia dei Savoia a comando del regno che sarebbe arrivato nel 1861.

Maria Bricca non ha avuto lo stesso successo “commerciale” di Pietro Micca, forse perchè donna o forse perché non è morta come dovrebbe fare un eroe che si rispetti, ma ha lasciato varie tracce della sua esistenza e della sua impresa.
1844 – Il celebre Gonin realizza una tela per le decorazioni della Sala del Caffe di Palazzo Reale dove immortala l’ attimo in cui Maria Bricca irrompe nella sala colma di francesi. Oggi il quadro si trova negli appartamenti reali della Basilica di Superga.
1906 – All’ ingresso della famosa galleria viene posto un busto dedicato a Maria Bricca e nelle vicinanze viene inaugurato un monumento che ricorda l’impresa.
1910 – Esce nelle sale cinematografiche il film muto ‘Maria Bricca: l’ eroina del piemonte’ diretto da Edoardo Bencivenga con la famosa Lydia Quaranta che interpreta Maria. Il film viene distribuito in Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna.
2011 – La Fvm-quatb production realizza un cortometraggio che ripercorre la storia di Maria Bricca.

GUARDA IL FILM

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Reportage

Caravaggio al Castello di Miradolo | Concluso

Caravaggio e il suo tempo
OKEI! Ci siamo andati e abbiamo trovato . . anzi no . . provato una sensazione di  smarrimento.
40 dipinti che ti fanno sentire piccolo difronte alle capacità delle mani, dei pennelli e delle anime che hanno dato vita alle opere che compongono la mostra “Caravaggio ed il suo tempo”.
Organizzata al  Castello di Miradolo, la nobile residenza  di gusto neogotico  è la perfetta location  per passare una giornata aulica: cosa c’è di più nobile dell’ arte,  di più colto di  un dipinto del Caravaggio e di più raffinato delle opere degli artisti presenti all’ interno della mostra ‘Caravaggio e il suo tempo’?

La suggestiva mostra organizzata dalla ‘Fondazione Cosso’  ripercorre  la giovinezza, gli anni di formazione e il percorso che ha portato Caravaggio alla realizzazione della ‘Maddalena Penitente’ per la prima volta esposta nella nostra regione.
Inoltre, per comprendere l’ ambiente artistico del periodo, la mostra propone una serie di artisti in una sezione dove la pittura  diventa reale, quasi fotografica , e come recita uno degli innumerevoli cartelli presenti  “…. Hanno un denominatore comune, rinunciare alla pittura ideale per guardare la realtà, vederla così com’è, rappresentarla fotograficamente … da ogni parte del mondo gli artisti si sentono suggestionati da questo miracolo della realtà diventata pittura.  È questo il miracolo del Caravaggio”.

Caravaggio e il suo tempo, castello di MiradoloQuando ben custodite le opere diventano eterne, alcuno lo  sono anche se ne rimane solo un vago ricordo, ma noi non lo siamo e neanche la mostra che sarà visitabile fino  al 10 aprile 2016.
Quindi programmate una gita fuori porta,  vivrete un emozione caravaggesca unica ed irripetibile nel bellissimo Castello di Miradolo.

…. Noi abbiamo fatto così:  partenza da Torino, in nove per due macchine, visita alla mostra e pranzo al sacco a Pinerolo ai piedi della Basilica di San Maurizio,  caffè alla Galup, passeggiata nel centro storico  e ritorno a Torino. Facile, basta volerlo!

Caravaggio e il suo tempo | Concluso

Dal 21 novembre al  10 aprile 2016
Castello di Miradolo
Via Cardonata,2 San Secondo di Pinerolo

Ovviamente ringraziamo la Fondazione Cosso per averci dato la possibilità di scattare le immagini che vi proponiamo, nella speranza che siano da stimolo alla vostra necessità di bellezza.

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Chiese di Torino

La chiesa di San Lorenzo a Collegno

La chiesa di San Lorenzo a Collegno è un piccolo gioiello sconosciuto. Poco si parla di lei nonostante al suo interno è possibile ammirare opere d’arte di notevole fattura, tra le quali primeggiano le 10 statue realizzate dal Torinese Stefano Maria Clemente. Posizionate lungo la navata centrale, ai lati delle cappelle dedicate al Santissimo Crocefisso, alla Madonna del Rosario, a Sant’Antonio e Sant’Ignazio, le sculture lignee danno una personalità unica ad una chiesa dalle radici antiche che risalgono al XVII secolo.

La chiesa sorge sul terreno dove prima esisteva una chiesa dedicata a San Pietro che a causa dell’abbandono e dell’incuria finì per essere abbattuta nel 1650 nonostante l’ arcivescovo Broglia, con decreto, aveva concentrato nella vecchia chiesa le attività delle tre chiese dell’antica Collegno: San Massimo, San Lorenzo e San Pietro.
Rimasti con le pietre i mano e senza un luogo dove pregare, gli abitanti di Collegno cominciarono ad organizzare la ricostruzione della chiesa per dedicarla ai santi patroni della città.
Non fu un impresa facile! Il progetto fu affidato al Padre Priore degli Agostiniani Scalzi del Convento di San Pancrazio di Pianezza e i tempi si dilatarono al punto che solamente nel 1772, cento anni dopo, fu possibile consacrare il nuovo edificio.

La chiesa di San Lorenzo

La chiesa fin da subito si presenta con le classiche caratteristiche del Barocco Piemontese del periodo anche se il tutto si sviluppava all’interno di una pianta quadrata e con un altare e coro in legno che verranno sostituiti dal marmo grazie all’ intervento economico della potente famiglia dei Provana di Collegno.
L’ intervento artistico probabilmente più prestigioso lo si deve all’allora priore Reinaldi che commissiono all’artista Stefano Maria Clemente la realizzazione delle 10 statue che adornano l’interno della chiesa e danno alla struttura un particolare fascino irrobustito da altre opere dell’ artista come la cassa dell’organo, la santissima Trinità, il pulpito. . . .
Nel 1815 la chiesa fu oggetto di un opera di ampliamento, che la dotò dei bracci laterali e del coro, dando così alla struttura la classica pianta a croce latina.

Forse un po fuori mano, la chiesa merita una visita, se non altro per ammirare l’arte di Clemente, di Giovanni Battista Bernero e di Bartolomeo Caravoglia, gli affreschi del prestigioso Nicola Arduino(1887-1975) del vicino comune di Grugliasco e le due statue di Paolo Spignolo posizionate nelle nicchie esterne della facciata.

Indirizzo
Via Martiri XXX Aprile 34, Collegno TO

Questa storia è stata raccontata grazie al sostegno di LAURA FEZIA

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Curiosità di Torino

Le 4 navi del principe Eugenio di Savoia

Il principe Eugenio di Savoia è stato ed è un personaggio che gode di particolare prestigio, un uomo che ha lasciato un profondo solco nella storia sabauda, austro-ungarica ed europea.
Secondo alcuni  era un semplice mercenario, privo di scrupoli ed umanità, al soldo del finanziatore del momento, per altri invece è stato uno dei più grandi ed abili strateghi militari e su di lui sono state scritte tante storie.
Mentre in Italia, e in particolar modo a Torino, la sua figura è legata all’ Assedio di Torino e alla sua grande raccolta di opere oggi custodite alla Galleria Reale, nel resto d’Europa lui viene omaggiato e ricordato per il suo contributo alla difesa di Vienna minacciata dai Turchi, per le sue battaglie durante la guerra di successione,  per le vittorie conseguite sui campi di battaglia e per le sue abilità militari.
I più devoti alla figura del condottiero erano sicuramente gli austro-ungarici, direttamente coinvolti nelle vicende del principe che si sentiva più austriaco che italiano, ma quando si approfondisce l’ argomento ci si accorge che, effettivamente, il principe Eugenio è stato una sorta di mito, un punto di riferimento per tanti uomini di guerra venuti dopo di lui.
Un nome in grado di motivare gli uomini che, loro malgrado, nel ‘900 erano costretti a combattere sui campi di battaglia ed a mantenere operative le navi che salpavano gli oceani.
Bene!
Ben quattro navi sono state dedicate al Principe Eugenio e già il numero la dice lunga sull’ importanza del condottiero sabaudo e sull’ alone di mito che circondava il suo nome.
Una nave intitolata non è una cosa da poco e prestare servizio su una di queste forse,  ma non lo sappiamo, era un onore, motivava gli uomini a bordo e li illudeva di essere invincibili.

SMS PRINZ EUGEN
L’ SMS Prinz Eugen è la prima delle 4 navi dedicate al principe sabaudo. Costruito per la regia marina austro-ungarica, questo incrociatore viene varato il 30 novembre 1912 ed entra in servizio durante la prima guerra mondiale sparando contro le coste italiane all’altezza di Ancona.
La nave era lunga 152 metri, l’ equipaggio era formato da 1044 uomini impegnati a combattere contro il Regno d’Italia fino alla sua cattura avvenuta da parte delle forze italiane.
Alla fine della guerra la nave viene consegnata ai francesi come bottino di guerra e nel 1922 viene affondata dopo la decisione di utilizzarla come bersaglio per le esercitazioni navali.

HSM PRINCE EUGENE
La Prince Eugene è stata una nave battente bandiera britannica e tra le tutte è quella che ha avuto vita più breve. Varata il primo febbraio del 1915 dalla Royal Navy, la nave vedetta viene dedicata al condottiero sabaudo per ricordare il suo ruolo di comandante al fianco del duca di Marlborough  durante la guerra di successione spagnola. La nave era lunga 102 metri e fu impiegata durante la prima guerra mondiale. La ‘Prince Eugene’  fu demolita nel 1921 dopo solo 6 anni di vita.

Prince EugeneEUGENIO DI SAVOIA
La ‘Eugenio di Savoia’ viene varata dalla Regia Marina Italiana nel 1935 e entra in servizio un hanno dopo.
Lunga 186 metri e con un equipaggio  di 578 uomini partecipa alla seconda guerra mondiale cambiando bandiera subito dopo l’armistizio del l’8 settembre 1943.
Alla fine della guerra la ‘Eugenio di Savoia’ cambia nome diventanto la ‘Elli’ e passa allo stato greco come riparazione ai danni di guerra. Sotto la bandiera ellenica, la nostra ‘Eugenio di Savoia’ sarà nave ammiraglia fino al 1965 quando, a seguito del suo disarmo, viene convertita in prigione fino al 1973 per venire poi demolita.

PRINZ EUGEN
La Prinz Eugen era un incrociatore pesante della marina militare tedesca, più grande di tutte misurava 210 metri e vantava un equipaggio composto da 1450 uomini.
Viene varata il 22 agosto del 1938 e allo scoppio della guerra viene subito impegnata negli scontri più cruenti fino al 1943 quando, colpita da un siluro,  viene messa in stato di manutenzione.
Tornata sulle acque come nave scuola per allievi ufficiali, quando la guerra prende una brutta piega per il reich, la Prinz Eugen viene impiegata per difendere la ritirata dei tedeschi dal mare baltico.
Finita la guerra, l’ incrociatore tedesco  passa di mano agli inglesi come  riparazione ai danni di guerra per poi  passare agli americani che decidono di utilizzarla come bersaglio per test nucleari.
La nave passa indenne il primo test ma non passa il secondo: gravemente danneggiata, imbarca acqua e finisce la sua vita nei pressi dell’ atollo Kwajalein dove affonda inesorabilmente.
Oggi la Prinz Eugen è diventata meta degli appassionati di immersioni subacque e noi possiamo vedere il relitto grazie a Google Maps.

Per chiudere vi proponiamo dei video interessati
Incrociatore Eugenio di Savoia – 1940 – Lancio di aereo da catapulta

Battle Cruiser Prinz Eugen

Immagini
SMS Prinz Eugen
Austria-Forum | ShipModels.info |  Monocrhome Specter | Wikipedia
HMS Prince Eugene
ModelWeb
Eugenio di Savoia
Wikipedia | Naviearmatori.net | Marina.difesa.it
Prinz Eugen
www.prinzeugen.com | Wikipedia | Wikipedia
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Personaggi Torinesi

Gabriella Fatta, una voce da soprano

Gabriella Fatta è stata una cantante di discreto successo nella seconda metà del ‘700 e in compagnia della sorella ha calcato i palcoscenici di Roma, i più importanti teatri europei e anche il nostro Teatro Regio nel lontano 1768.
Nata a Masserano, piccolo comune oggi in provincia di Biella, si trasferisce a Roma dove conduce una vita normale e da buona cristiana accompagna la sorella in chiesa dove le due pregano e cantano durante le funzioni pastorali. Le loro voci vengono notate dal maestro di cappella che, stupito dalla loro purezza, decide di istruirle al bel canto e insegna loro la musica; le due ragazze apprendono velocemente  e in breve tempo cominciano ad esibirsi nei teatri romani.
Il timbro di voce di Gabriella, soprano,  era particolarmente ricercato dagli impresari teatrali e questa caratteristica facilitò la carriera della cantante che non aveva difficoltà a trovare ingaggi.
Diventate famose, le due sorelle  partono per una serie di esibizione nei teatri europei più importanti dove  Gabriella ha modo di distinguersi, tanto che  gli ammiratori cominciano a chiamarla ‘La Gabrielli’, pseudonimo che accompagnerà la cantante per il resto della vita.
Nel 1768, ‘La Gabrielli’ arriva a Torino e si esibisce al Teatro Regio  in due drammi  ‘Il trionfo di Clelia’ e il ‘Creso’ del maestro Caffaro. Le cronache, o sarebbe meglio dire i ricordi postumi, raccontano di una esibizione spettacolare seguita da ovazioni ed acclamazioni che, con tutta probabilità,  hanno dato a Gabriella la possibilità di essere ricordata ai posteri; effettivamente l’ unica data che esiste è quella dello spettacolo torinese.

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By Pietro Metastasio, Johann Adolph Hasse , Public Domain

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Personaggi Torinesi

Giovanna Astrua, la voce più bella d’ Europa

I tempi cambiano ma per raggiungere la perfezione i metodi sono sempre gli stessi, esercizio, gavetta e talvolta una predisposizione che solo madre natura può dare, come nel 1720 quando a Graglia, piccolo paese in provincia di Biella, nasce Giovanna Astrua.
La  giovane cantante  dimostra fin da subito una dote naturale per il canto e la musica che educa andando a Milano dove si forma per esordire a Torino nel 1737.
Inizia nella capitale Sabauda la carriera artistica della voce più bella d’ Europa, come ebbe a definirla Voltaire. In breve tempo la sua fama la porta in tutti i teatri italiani e successivamente in Germania dove Giovanna Astrua si stabilisce come cantante alla corte di Federico II.
La sua voce non passa inosservata e la sua fama raggiunge tutte le corti europee.

Giovanna Astrua canta per Vittorio Amedeo III

Nel 1750 viene richiesta espressamente dai reali sabaudi che la vogliono per cantare durante il matrimonio di Vittorio Amedeo III con Maria Antonietta Ferdinanda. In quella stessa occasione, finito probabilmente il matrimonio, si esibisce anche  dove oggi sorge la Gran Madre: ai tempi esisteva un tempietto pagano perfetto per rappresentare  ‘Fetonte sulle Rive del Po’, opera composta dal torinese Giovannantonio Giaj sul libretto di Giuseppe Baretti, luogo dove secondo la leggenda Fetonte sarebbe caduto dal suo carro.
Pochi anni dopo si ritira dalle scene a causa di problemi alla voce e purtroppo nel 1757 la tubercolosi spegne la giovane e grande cantante.

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Romanino Carro Fetonte Buonconsiglio” by LauromOwn work. Licensed under CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons.