L’ospedale celtico di Torino dedicato al ricovero e alla cura delle malattie sessuali

L’ospedale celtico di Torino dedicato al ricovero e alla cura delle malattie sessuali

Mai sentito parlare dell’Ospedale Celtico?
Dal nome si potrebbe pensare ad un ospedale destinato a popolazioni indoeuropee, invece si tratta di una struttura, o parte di essa, dedicata al ricovero e alla cura delle malattie sessuali.

Nel XVIII secolo le malattie sessuali come sifilide e gonorrea sono una piaga e si cerca di adottare ogni mezzo per impedirne il propagarsi. Cercando di arginare la malattia, nel 1776 viene istituito l’Ospedale Celtico per ricoverare le donne infette confinandole in sifilicomi. Nella zona del Martinetto, in una ex conceria viene aperto “l’unico speciale ospizio femminile’ che col passare del tempo diviene insufficiente e soprattutto non da la possibilità di suddividere le molte veneree per propria colpa dalle poche per non rea ragione.

Nello stesso periodo, il carcere femminile della Generala poco fuori Torino, sulla via per Stupinigi, viene dichiarato inadatto ad ospitare e soprattutto a redimere le giovani carcerate.
Considerato che nel carcere della Generala la maggior parte delle detenute sono prostitute e che quasi tutte prima o poi sono affette da sifilide, il trasferimento delle prostitute detenute verso l’Ospedale Celtico e viceversa è all’ordine del giorno.

Per ovviare agli inutili trasferimenti e disporre di una struttura più grande, nel 1836 Carlo Alberto di Savoia dispone il trasferimento di entrambe gli istituti nell’edificio pubblico denominato Ergastolo il Castro nei pressi dell’attuale via Ormea. I giovani oziosi e vagabondi ivi reclusi vengono così trasferiti a Saluzzo in attesa di sistemarli adeguatamente nell’ex carcere femminile nel 1845.

L’ospedale Celtico di Torino

L’ospedale Celtico di Torino è composto da dormitori comuni. Nei primi due piani dello stabile ci sono 85 cellette situate nel sottotetto per ospitare complessivamente circa 250 infette e alcune celle destinate all’isolamento che vengono utilizzate specialmente per le detenute che dal carcere della Generala sono trasferite al nosocomio.
In queste celle le sventurate devono passare un mese al fine di assoggettarne il carattere e farle riflettere sulla necessità di sottomettersi al proprio destino e non vengono ammesse ai dormitori senza aver prima dimostrato obbedienza, rassegnazione e buona condotta. In situazioni di particolare caparbietà, alle infette vengono ridotte le razioni di cibo e recluse in cellette oscure con paglia al posto del letto.

In un primo tempo le ospiti sono divise in due gruppi, le buone e le meno buone. Successivamente però diventa necessario aggiungere una nuova sezione portando a tre i gruppi, quello delle cattive o nuove giunte alloggiate in celle separate,  quello delle mediocri alloggiate nei dormitori del piano terreno e quello delle migliorate che, alloggiate al primo piano, possono vantare un cortile separato per le ore di passeggio.
La distinzione è rimarcata anche nella cappella dove le cattive seguono la messa nella tribuna superiore, le mediocri in quella inferiore e le migliorate in quella di mezzo.

… E poi ci sono le Ragazze di Civil condizione che per disgrazia incolpevole vengono ricoverate all’Ospedale Celtico, messaline educate abituate agli agi ed ai vizi che non possono essere di certo alloggiate con la plebe in quanto questo potrebbe nuocere al decoro della propria famiglia; per loro un’ala appartata vicino agli alloggi delle suore della Carità, che con alcune infermiere si occupano delle cure alle infette.
Onde evitare vergogne alle sventurate, queste ragazze possono ricevere visite separate, soprattutto per evitare che le famiglie debbano vedere le loro ragazze nello stesso parlatorio delle meretrici.

Le giornate delle ricoverate sono completate dal lavoro nel laboratorio di tessuti creato nel sotterraneo, filatura, tessitura, manifattura ed una lavanderia al fine di offrire alle sventurate, una volta lasciato l’ospedale, la possibilità di trovare un lavoro.

La nuova collocazione del sifilicomio in un’ala del carcere, oltre all’impiego di infermiere dedicate alla cura delle malattie veneree, in quanto questo tipo di malattia non si addice alle religiose, comporta una implementazione dei corpi di guardia poiché le meretrici inevitabilmente attirano a sé druidi e mezzani, uomini tratti dalla feccia della plebe, incantati in ogni maniera di sozzure, dediti ai ladronecci, pronti alle risse, schiamazzatori ed arrischiati a qualunque impresa.

In qualsiasi modo lo si voglia guardare più che un ospedale sembra una sorta di carcere ghettizzante, dove le donne sono ritenute colpevoli di essere infette e, come tali, meritevoli di finire in un reclusorio così duro. Nei primi anni del XX secolo con l’evolversi della medicina, le cure per la sifilide sono fortunatamente cambiate e l’ospedale celtico di Torino viene chiuso.

Oggi dell’edificio non è rimasto nulla, nel 1910 tutto il complesso viene destinato a carcere militare e successivamente negli anni ‘50 viene completamente demolito, al suo posto verrà edificato il complesso sportivo Ferruccio Parri di via Ormea 127.

Bibliografia:

San Salvario di Mrio Bianco e Massimo Scaglione | Annuncio Amazon

Calendario generale pe’ regii stati – Compilato d’ordine di S.M. per cura della Regia segreteria di Stato per gli Affari Interni – Anno XV – 1838 –  Stamperia Baglione e C. – Torino

Cenni intorno al correzionale delle prostitute ed all’ospizio celtico eretti con R. patenti del 28. maggio 1836 nell’edifizio dell’ergastolo.  – Vegezzi, Giovenale

IMMAGINI
Interno di una casa di tolleranza a Napoli nel 1945 – WIKIPEDIA
Giuseppe Maria Mitelli, la vita infelice della meretrice, 1690 Novembre dicembre

Viaggio nelle cucine del Palazzo Reale di Torino

Viaggio nelle cucine del Palazzo Reale di Torino

Ogni museo ha il suo fascino e la sua personalità, e ci piace!
All’interno di esso possiamo trovare le tracce del passato che ha dato origine al nostro presente. Ambienti, arredi, suppellettili, ci ricordano le abitudini e le usanze dei secoli scorsi, stili di vita ormai dimenticati che riaffiorano attraverso i percorsi museali…
…e poi ci sono quei luoghi che coinvolgono talmente tanto che sembra di tornare indietro nel tempo e di rivivere personalmente azioni e situazioni… come le cucine di Palazzo Reale.
Il percorso museale ci permette di visitare le Cucine di Palazzo Reale, consente un tuffo nel passato attraverso un’accurata ricostruzione dell’ambiente situato nell’ala di levante del Palazzo Reale di Torino.
Un approfondito viaggio attraverso uno spaccato di vita legato ai sovrani, ma vissuto in prima persona da un notevole numero di maestranze, cuochi, frutteri, pasticcieri, gentiluomini di bocca, scudieri di bocca, credenzieri, somellieri di bocca, guardia vasella, maestri di sala, uscieri di cucina.

Nei primi anni del ‘600 circa sessanta addetti, facenti tutti a capo all’Uffizio “di bocca”, e un ispettore capo orchestra che controllava minuziosamente ogni più piccola azione.

Diversi erano gli uffici adibiti alla gestione della tavola reale, Credenza, Frutteria Pastissaria, Someglieria di bocca, Vasella, e diverse erano le cucine, facenti capo ai vari appartamenti della famiglia reale oltre a quelle destinate alla servitù; dalle fonti archivistiche pare chiaro che questi ambienti erano collocati nei sotterranei del palazzo ed erano protetti da robuste porte, sintomo di quanta importanza veniva data alla custodia dei cibi.

Le cucine reali a palazzo reale di Torino

Le cucine che sono arrivate fino a noi, sapientemente restaurate, sono quelle utilizzate a cavallo tra il XIX e il XX secolo, utilizzate quindi dagli ultimi sovrani. Sono venti locali per due cucine, una destinata alla preparazione dei piatti per il re Vittorio Emanuele III e la moglie, la regina Elena, l’altra invece era al servizio del principe di Piemonte Umberto e Maria Josè del Belgio, con una serie di locali accessori come ghiacciaie, dispense e cantine.

Trovandosi nei sotterranei le cucine di Palazzo Reale sono particolarmente silenziose, eppure, durante il percorso di visita, pare sentire il brusio degli addetti alla cucina, le sgridate degli chef di partita, lo sfrigolio delle padelle e dei girarrosti, il sobbollire dei tegami. Sui tavoli in marmo frutta, verdura, trote, salmoni, volatili e addirittura un cinghiale danno uno spaccato dei cibi e della cucina del tempo, pronta a stupire gli importanti ospiti del palazzo sia dal punto di vista gustativo che visivo.
Ogni locale, sapientemente attrezzato, ha una sua destinazione, dalle ghiacciaie per la conservazione degli alimenti deperibili alla stanza per la nettatura dei vegetali, dalla cucina vera e propria, dove si affaccendava la maggior parte degli addetti, al locale lavatoio; tutto doveva funzionare come un orologio svizzero e tutto avveniva sotto l’occhio attento del capo cuoco che aveva il suo ufficio in un angolo della cucina principale, quella del re.

Grandi nomi si sono avvicendati nelle cucine di Palazzo Reale: Édouard Hélouis, Domenico Gromont, Amedeo Pettini e Giovanni Vialardi, diventato famoso per il suo ricettario con oltre duemila ricette e più di trecento disegni.

I diversi locali sono attrezzati con “moderne” tecnolgie per la cucina, la macchina per la produzione dell’acqua calda, la cucina economica che troneggia al centro, un fantastico lavacoltelli a manovella, fornelletti economici alla viennese per lo “scaldamento delle vivande”, girarrosti ed i vari lavatoi tra i quali spicca quello realizzato in marmo con quattro vasche in rame ed un rubinetto centrale girevole.
Appesi alle pareti e nelle credenze centinaia di utensili in rame stagnato, dalle padelle ai coltelli, dagli stampi per biscotti e budini a quelli  per gelati.

Le cucine reali a palazzo reale di Torino

E poi la Someglieria reale, ovvero il locale cantina dove vengono conservati e distribuiti i vini ed i liquori, con le scansie ancora colme di bottiglie che ci fanno capire l’importanza che, allora come oggi, veniva data ai vini, soprattutto francesi, Champagne e Bordeaux, ma anche spagnoli ed italiani, specialmente piemontesi e toscani. Il vino, nelle tavole reali, è anch’esso sinonimo di munificenza, si pensi che ad un ricevimento del 1894 furono distribuite ai commensali 1200 bottiglie di Champagne!!!

Le cucine di Palazzo Reale con gli spessi muri che nascondono un mondo a se, decine di persone affaccendate ad impreziosire le tavole dei sovrani ed ostentare quella ricchezza che era d’obbligo per far colpo sugli invitati, locali umidi, caldi e fumosi dove la materia prima veniva sapientemente trasformata per far gioire le papille gustative degli illustri ospiti di casa Savoia.

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Immagini del Polo Museale del Piemonte

 

Carlo Marochetti, il grande scultore che conquistò l’europa

Carlo Marochetti, il grande scultore che conquistò l’europa

Per riportare alla memoria il nome di Carlo Marochetti basterebbe dire “Caval ‘d Brôns”, è infatti l’artista che ha modellato la famosa statua posta al centro di piazza San Carlo, tanto cara a Torino ed ai torinesi, divenuta ormai uno dei simboli più amati della città.
Ma se vogliamo una visuale più completa del grande artista dobbiamo spostarci oltralpe, a Parigi, e ammirare il bell’altare maggiore nella chiesa della Madeleine, oppure il bassorilievo che raffigura la battaglia di di Jemmapes sull’Arc de Trionfe

Bataille de Jemmape, Arco di Trionfo Parigi

Bataille de Jemmape, Arco di Trionfo Parigi

…ancora più a Nord, a Londra, di fianco al palazzo di Westminster  troneggia la statua equestre dedicata a Riccardo cuor di leone, a Euston Square  il monumento di Robert Stephenson, al cimitero di Chiswick il mausoleo di Ugo Foscolo e all’Isola di White per rendere omaggio alla tomba della principessa Elisabeth Stuart
…si potrebbe ancora avanti, toccando l’India e la Turchia, tanto è stato prolifico e ricercato il lavoro di Carlo Marochetti.

Carlo Marochetti era sopratutto un Torinese.
Nasce nella città sabauda il 14 gennaio del 1805 e,  grazie all’opera voluta da Carlo Alberto di Savoia, raggiunge fama e notorietà quando, nel 1831, il sovrano incarica il giovane artista di realizzare la statua equestre dedicata ad Emanuele Filiberto di Savoia.
Il monumento viene realizzato in Francia ed esposto nel cortile del Louvre dove raccoglie entusiastici elogi prima di essere trasferito a Torino e inaugurato nel 1838; nella stessa occasione Carlo Alberto nomina Marochetti Barone.
La statua equestre è tutt’oggi considerata un capolavoro nel suo genere e, confermando la classe dell’artista, lo porta immediatamente ai più alti livelli del panorama artistico ottocentesco.

Dopo l’inaugurazione del Caval ‘d Brôns, la fama e la notorietà di Carlo Marochetti subiscono una forte impennata e le commissioni per la realizzazione di monumenti  arrivano numerosissime da tutta l’ europa, ma la fama dello scultore va ben oltre; tra le righe del famosissimo romanzo “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas, nell’episodio che introduce lo stesso Conte nell’alta società parigina
…[Questo signore si era imposto in quel giorno l’obbligo di salvare un uomo, la combinazione volle che fossi io: quando diventerò ricco, voglio far fare da Klugmann o da Marochetti una statua che rappresenti quell’episodio.” “Sì” disse sorridendo Morrel].

Emanuele Filiberto di Savoia, monumento in piazza San Carlo

Emanuele Filiberto di Savoia, monumento in piazza San Carlo

Nonostante sia nato a Torino la vita di Carlo Marochetti si svolge tra Francia, naturalizzato francese nel 1841 con la medaglia alla Legion d’onore, e l’Inghilterra.
La famiglia Marochetti si trasferisce nel castello di Vaux-sur-Seine a pochi chilometri da Parigi quando Carlo ha poco più di cinque anni, vi rimane fino al 1848 quando, a seguito dei disordini che hanno portato alla deposizione di Luigi Filippo d’Orleans, si trasferisce a Londra dove la sua fama era già nota.
A Londra raccoglie fin da subito i favori della corte e diviene ben presto amico della regina Vittoria e del principe consorte Alberto per i quali realizza moltissime opere tra cui il loro monumento funebre.

Carlo Marochetti by Antoine Claudet

Carlo Marochetti by Antoine Claudet

Malgrado la lontananza dalla terra natia Carlo Marochetti, fedele sostenitore della monarchia, continua ad intrattenere i rapporti con l’alta società torinese diventando molto amico, tra gli altri, di Massimo d’Azeglio che è spesso ospite nella sua casa londinese e che condivide con Marochetti la sua passione per le collezioni d’arte.
L’ultima firma di Carlo Marochetti a Torino è la statua equestre di Carlo Alberto, nell’omonima piazza. Realizzata nel 1861 forse non è l’opera più riuscita dell’artista, ma ciò è presumibilmente dovuto alle continue richieste di modifica in corso d’opera che hanno in qualche modo turbato la buona riuscita del monumento.
Torino ha dedicato all’ artista una targa in via Principe Amedeo, sulla casa natia, non molto visibile, ma Carlo Marochetti è e rimarra sempre nel cuore dei torinesi come colui che ha realizzato il Caval ‘d Brôns.

IMMAGINI
Bataille de Jemmape – Wikipedia
Principessa Elisabeth Stuart – JSBlog, Journal of a Southern Bookreader
Altare maggiore chiesa Madeleine Eglise –  Britchi Mirela
Riccardo Cuor di Leone – Richard Coeur de Lion
Robert Sthephenson – Oxyman
Ugo Foscolo – Chiswick Chap
Carlo Marochetti – Antoine Claudet of London

 

Pietro Paleocapa, scienziato, militare e un po’ politico

Pietro Paleocapa, scienziato, militare e un po’ politico

Nell’omonima piazza, imperturbabile, sereno e rilassato,  con il suo bastone fra le mani, dall’alto del suo piedistallo, Pietro Paleocapa osserva imperterrito il passaggio della moltitudine di umane formiche sempre eccessivamente affaccendate, sempre di corsa; impensabile, da parte loro, un solo sguardo al monumento che da quasi centocinquant’anni accompagna il via-vai torinese nei pressi della stazione di Porta Nuova.
Ma chi era questo personaggio così importante da dedicargli un monumento in pieno centro a Torino?
Cominciamo col dire che non era un torinese, nasce infatti nel bergamasco, ad Alzano Lombardo il 9 novembre del 1788, da una famiglia di nobili origini provenienti da Creta, quando l’isola era ancora un antico dominio della Repubblica di Venezia.
Indirizzato dalla famiglia inizia a studiare legge e matematica ma, insoddisfatto abbandona i libri per iscriversi alla Scuola militare per l’artiglieria e il genio di Modena dove ha la possibilità di seguire corsi tecnico-matematici e di formarsi dal punto di vista ingegneristico.

Pietro Paleocapa, monumento

Pietro Paleocapa, monumento

Infatti Pietro Paleocapa diventa ben presto uno dei più importanti esperti di ingegneria idraulica e civile del XIX secolo, apprezzato in Italia ed all’estero.
Non citiamo tutte le innumerevoli opere che recano la sua firma o che lo vedono partecipe in prima persona nelle imprese di rinnovamento delle reti di comunicazioni, ne citiamo due su tutte, l’Istmo di Suez e il galleria sotto al Cenisio.
Nel 1855 viene, infatti, chiamato a presiedere la commissione di studio scientifico per la valutazione del progetto del canale di Suez realizzato dal francese Ferdinando de Lesseps e nello stesso periodo si impegna per la realizzazione del traforo del Frejus, purtroppo entrambe le opere sono state completate solo dopo la sua morte.
Un uomo importante dunque, ancora di più, se si pensa che Pietro Paleocapa ha passato gli ultimi vent’anni della sua vita da non vedente, aveva infatti contratto una malattia che gli ha fatto perdere progressivamente la vista fino a diventare completamente cieco, ma la sua caparbietà, la sua voglia di fare, la sua volontà di integrazione dei popoli attraverso le infrastrutture gli hanno permesso di essere partecipe nonostante l’handicap.

Pietro Paleocapa

Pietro Paleocapa

Negli anni ’40 dell’800 incontra Daniele Manin che riconosce in Pietro Paleocapa un uomo all’avanguardia nelle idee di rinnovamento ed in grado di fare la differenza, tanto che dopo l’insurrezione del 1848 viene nominato ministro delle Costruzioni Pubbliche e degli Interni.
Il suo impegno politico continua anche nel governo sabaudo diventando ministro dei Lavori Pubblici nel governi di Gabrio Casati, Massimo D’Azeglio e Cavour e nel 1862 viene nominato dal re, Ministro di Stato.
Deciso a ritirarsi dalla politica viene convinto da Cavour ad accettare un ministero senza portafogli e, nonostante l’età e la cecità continua ad occuparsi di problemi tecnici e politici.

Nel corso degli anni Pietro Paleocapa viene insignito di innumerevoli onorificenze in Italia e all’estero, Commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro,  Gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro,  Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia,  Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia, Cavaliere dell’Ordine della SS. Annunziata, Grande ufficiale dell’Ordine della Legion d’onore (Francia), Cavaliere dell’Ordine di S. Anna (Russia), Cavaliere dell’Ordine civile di Savoia.
Tanti riconoscimenti in vita ed oltre, tanto che due anni dopo la sua morte, la città incarica lo scultore Odoardo Tabacchi di realizzare una statua per ricordare l’impegno dell’uomo politico e dello scienziato; alla base del monumento la dedica “cooperò coll’autorità della sua dottrina alle due maggiori imprese che l’industria scientifica abbia compiuto in questo secolo, il taglio dell’istmo, il traforo delle Alpi”

Pietro Paleocapa

piazza Pietro Paleocapa

La Biblioteca Reale di Torino

La Biblioteca Reale di Torino

Metti un giorno a Torino con l’immancabile visita ai Musei Reali
e se dopo lo spettacolo barocco di Palazzo Reale decideste di immergervi in un oasi silenziosa, finemente decorata, con antichi testi, preziosi incunaboli, rare pergamene, pregiate cinquecentine, straordinari manoscritti e magnifici disegni di Leonardo da Vinci, Raffaello, Rembrand… non vi resta che recarvi nella maestosa sala studio della Biblioteca Reale di Torino dove, irreparabilmente, ci si può perdere nel piacere.

Salito al trono Carlo Alberto di Savoia nel 1831, si impegna per rafforzare lo Stato attraverso nuove riforme che comprendono soprattutto arte ed istituzioni, convinto che un nuovo assetto culturale avrebbe aiutato a rendere il Piemonte un paese più moderno ed al passo con i tempi; per lo sviluppo di questo nuovo progetto, decide di avvalersi dell’aiuto dei più grandi letterati subalpini del tempo.
Sull’onda della riforma vengono istituite, tra le altre, la Regia Pinacoteca, l’Armeria Reale e la Biblioteca Reale a cui Carlo Alberto volge un particolare interesse. Nei suoi pensieri, Carlo Alberto, immagina la sua biblioteca con due funzioni primarie, la raccolta e la conservazione delle memorie della dinastia sabauda e lo studio, suddiviso in quattro sezioni principali: storia ed arte militare, storia municipale e subalpina, grandi viaggi e belle arti.

La Biblioteca Reale di Torino

Dell’antica Biblioteca Reale era rimasta ben poca cosa dopo la corposa donazione fatta da Vittorio Amedeo II alla Regia Università di Torino, ma Carlo Alberto decide di implementare il patrimonio librario sabaudo con la sua collezione personale, derivante principalmente dalla raccolta appartenuta alla nonna, Giuseppina Lorena D’Armagnac, e con l’acquisto di testi, anticamente già facenti parte della collezione sabauda, andati perduti nel corso degli anni.
Ma non basta, Carlo Alberto vuole una “vera” Biblioteca Reale e a questo scopo nomina  Michele Provana del Sabbione bibliotecario di corte e gli storici Luigi Cibrario e Domenico Promis di “ far ricerca non solo di documenti inediti concernenti le origini e primi tempi della monarchia di Savoia, ma di libri antichi, membranacei o miniati o per rarità o per bellezza meritevoli d’esser acquistati e, non potendo acquistarsi, disegnati”.

Con questi presupposti i locali fino ad allora destinati alla Biblioteca Reale, al primo piano del palazzo, diventano ben presto insufficienti, e il sovrano decide di affidare a Pelagio Palagi la progettazione dei nuovi locali da destinare a biblioteca, al piano terra dell’ala orientale della reggia.
L’architetto di corte incarica i pittori Moja e Trefogli di affrescare la volta della sala studio; il disegno è dello stesso Palagi, di gusto neoclassico, e ha come tema la celebrazione delle scienze e delle arti attraverso la raffigurazione dei più grandi protagonisti italiani di quelle discipline.
Alle pareti, divise longitudinalmente da una balconata in ferro battuto, un doppio ordine di librerie in noce raccolgono le migliaia di volumi, al centro della sala, delle vetrine in noce espongono alcuni tra i capolavori custoditi dalla biblioteca.

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Col passare degli anni la Biblioteca Reale amplia il proprio patrimonio librario, oltre al fondo di casa Savoia, principalmente una raccolta di carteggi relativi alla dinastia sabauda, nel 1839 Carlo Alberto acquista da Giovanni Volpato una collezione di disegni realizzati tra il quattrocento ed il settecento tra cui il famoso autoritratto di Leonardo a sanguigna ed il codice sul volo degli uccelli, sempre di Leonardo.
Successivamente diventano patrimonio della biblioteca tantissimi fondi acquistati o donati tra i quali il Fondo Saluzzo, il fondo Pallavicino Mossi, il fondo Roero di Cortanze, il fondo musicale, il fondo fotografico, l’archivio Promis e molti altri ancora tanto che ora è necessario cominciare a dare i numeri…
sono oltre 200.000 i volumi conservati nella Biblioteca Reale di Torino, 187 incunaboli, 5019 cinquecentine, 4.500 manoscritti, 3.055 disegni, 1.500 pergamene, 1.112 periodici, 400 album fotografici, 1736 spartiti, carte geografiche e atlanti seicenteschi, incisioni, stampe…
Insomma un luogo fantastico dove possono trovare piacere gli amanti della storia, della letteratura, delle arti, delle scienze, della geografia e perché no! dei numeri.
La Biblioteca Reale di Torino è stata inserita nel 1997 tra le residenze reali piemontesi patrimonio mondiale dell’UNESCO

La Biblioteca Reale di Torino

Piazza Castello, 191, 10122 Torino

ORARI
Lunedì 08:15–18:45
Martedì 08:15–18:45
Mercoledì 08:15–18:45
Giovedì 08:15–13:45, 14–18:45
Venerdì 08:15–13:45, 14–18:45
Sabato 08:15–13:45
Domenica Chiuso