Storie di Torino

I fiammiferi sono stati inventati … un po da tutti! Ma da noi…

l'invenzione del fiammifero a torino e piemonte

Sono innumerevoli i motivi che hanno reso Torino famosa nel corso dei secoli, e non parliamo solo dei bellissimi palazzi o delle incantevoli opere scultoree che adornano la città, ma di oggetti di uso quotidiano e di piccole o grandi invenzioni che hanno portato il nome della nostra città in giro per il mondo; tra queste c’è senza dubbio il fiammifero, ma non solo per l’oggetto in se, bensì per l’involucro che lo custodisce. Infatti tra il finire dell’ottocento ed i primi del ‘900 nasce una vera e propria smania per le scatole dei fiammiferi. Un po’ come accade oggi per le figurine dei Pokémon o per i tappi delle bottiglie, anche allora le scatolette, sapientemente decorate, facevano impazzire il mondo al punto da coinvolgere i più grandi artisti dell’epoca nel realizzare le figurine utilizzate per la decorazione degli ambiti contenitori.

Torino diventa uno dei maggiori centri di questo nuovo costume, coinvolgendo i più insospettabili nella ricerca delle scatolette figurate che ritraggono dai canti della Divina Commedia ai monumenti simbolo delle grandi città, dalle maschere carnevalesche alle epopee dei grandi condottieri, insomma, c’è l’imbarazzo della scelta e i più autorevoli nomi si impegnano nella realizzazione delle litografie, Salussolla, Grand Didier Doyen, solo per citarne alcuni.

Torino e il Piemonte sono in prima linea nella produzione dei fiammiferi ed i suoi prodotti sono tra i più ricercati dai collezionisti proprio per la bellezza delle decorazioni: l’azienda dei fratelli Albani in zona Borgo Dora, lo stabilimento Lavaggi di Trofarello e l’opificio del Commendatore Grand’Ufficiale Ambrogio Dellachà di Moncalieri che, sull’onda del successo, impianta un grandioso stabilimento in Argentina ed i suoi zolfanelli sono preferiti rispetto a quelli prodotti in Inghilterra, patria natia dei fiammiferi…. Oppure no!

Alcune fonti danno per assodata l’invenzione dei fiammiferi da parte del chimico inglese John Walker, altri sostengono ardentemente che il primo fiammifero fu acceso dal francese Sauria, altri ancora affermano senza ombra di dubbio che l’invenzione va attribuita al tedesco Kammerer; sembra quasi una barzelletta, dove però manca l’italiano. Ma l’italiano c’è, anzi, ce ne sono due ed entrambi sono piemontesi!

Il fossanese Sansone Valobra, proprietario di una piccola fabbrica di sapone a Livorno, nel 1829 sperimentò varie composizioni chimiche creando una miscela fosforica che pose sulla sommità di un pezzetto di legno dando vita al fiammifero. Abbandonò la produzione del sapone ed aprì una fabbrica nei pressi di Napoli che ebbe una discreta fortuna fino a quando i costi per la produzione artigianale dei briquets diventarono insostenibili e cedette l’azienda.
A Valobra si deve anche l’invenzione dei cerini che nel 1835 mise in commercio con il nome di candelette, sostituendo il bastoncino di legno con uno stelo in cotone o carta imbevuto di cera.

Ma c’è, appunto, un altro piemontese che si contende il primato dell’invenzione dei fiammiferi, si tratta di Carlo Francesco Domenico Ghigliano, nato a Dogliani alla fine del 1700.

Ghigliani lavorava come garzone da un noto farmacista di Mondovì e un bel giorno si recò a trovare un amico, il conte Chiesa di Vasco, che lamentò il fatto di non riuscire ad accendere le candele senza danneggiare le lenzuola del suo letto e ovviamente le sue delicate mani.
Domenico ci pensò un po’ su e, forte delle sue esperienze dietro al banco della farmacia, decise di cimentarsi nello studio di un prodotto che potesse accendere le candele senza scintille scoppiettanti. Decine di esperimenti, Domenico imbeveva i bastoncini di legno nelle miscele, che modificava di volta in volta, e li poneva ad asciugare sul davanzale della finestra in attesa di provarne l’efficienza.
Un bel giorno il figlioletto di Domenico vide sul davanzale della finestra i bastoncini distesi al sole e provò a sfregarli, il fiammifero si accese immediatamente; provò ancora ed ancora, funzionava! Chiamò il babbo che, quasi incredulo, si rese conto della riuscita dei suoi esperimenti.
Il giorno dell’Ascensione del 1832, con grande soddisfazione ed entusiasmo, Ghignano presentò i fiammiferi a sfregamento all’amico conte.
La farmacia di Mondovì mise in commercio gli zolfanelli prodotti da Domenico a otto soldi la scatola, e da ogni dove arrivavano clienti che erano disposti a spendere qualsiasi cifra pur di accendere un sigaro con la novità del momento.
Ancora oggi a Mondovì l’invenzione di Domenico Ghigliano è ricordata attraverso una manifestazione, “Lo zolfanello d’oro” che premia persone o associazioni che si sono infiammate per un’idea od una nobile causa, incendiando la vita pubblica con le proprie azioni.

Al di là delle storie più o meno romanzate, il primo annuncio formale relativo alla fabbricazione dei fiammiferi risale alla Gazzetta Ufficiale del Regno di Sardegna che diede notizia dell’invenzione il 10 maggio 1833.
Probabilmente nei primi anni dell’ottocento chimici e coraggiosi di tutta Europa si cimentavano alla ricerca di una ricetta che permettesse di produrre il fuoco in modo rapido e soprattutto indolore, è verosimile pensare che nello stesso periodo ogni nazione ebbe il suo pioniere del fiammifero, ma noi che siamo piemontesi ne abbiamo avuti ben due…

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