Nel 1796, durante la prima campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte, l’esercito del Re di Sardegna e duca di Savoia fu pesantemente sconfitto dalla Francia rivoluzionaria. Napoleone aveva assoggettato quasi tutta l’Europa, tranne l’Inghilterra. L’ imperatore francese decise di combatterla con un embargo, nessuno poteva commerciare con l’Inghilterra.
L’isola britannica era la maggiore fornitrice di cacao di tutta Europa, possedendo le fiorenti piantagioni di cacao della Giamaica, sottratte nel 1655 agli spagnoli.
In quel periodo il cioccolato era già un alimento di gran moda. L’embargo all’Inghilterra e la conseguente carenza della materia prima causarono una drastica riduzione della produzione di cioccolato ed il poco che era possibile reperire aveva prezzi esorbitanti.

Michele Prochet inventa il gianduiotto

Torino non si perse d’animo e, come spesso è accaduto, aguzzò l’ingegno.
Nella prima metà dell’800 la soluzione la trova Michele Prochet titolare dell’opificio Prochet, Gay e Compagnia situato in via Nuova accanto al numero 38 (poi via Roma 1).
Per sopperire alla carenza delle materie prime per la produzione del cioccolato provò a mescolare ai semi di cacao un prodotto facilmente reperibile sul mercato e dal costo decisamente contenuto, la Nocciola Dolce Gentile di Langa.
L’amalgama di nocciole e cioccolato era già stato sperimentato, ma Michele Prochet ebbe l’ idea di tostare le nocciole prima di utilizzarle e di tritarle fino a ridurle in polvere.
Alla pasta semisolida venne data la forma di un prisma con la base rettangolare e nacque il gianduja, l’antesignano del Gianduiotto.

Il GianduiotTO, il principe di Torino

Nel 1845 Prochet conobbe Ernesto Alberto Caffarel, nipote del fondatore della Caffarel Padre e Figlio. I due cioccolatieri perfezionarono la ricetta e diedero vita al Givù, uno squisito cioccolatino a forma di barchetta. Givù in dialetto piemontese significa  “cicca, mozzicone” anche se, oggi, probabilmente pochi sono in grado di ricollegare il nome originale al famoso cioccolatino.
Il risultato fu straordinario: un gusto intenso ma delicato che appagava anche i palati più raffinati. Anche il packaging sorprese, il Gianduiotto fu il primo cioccolatino  incartato della storia e la carta dorata che lo avvolgeva metteva in risalto la regalità dello squisito bocconcino.
Il nome gianduiotto arrivò poco dopo, in occasione del carnevale del 1865. La maschera ufficiale torinese Gianduia offrì agli spettatori della parata i gianduiotti prodotti dalla Caffarel, nella stessa occasione acconsentì a dare il proprio nome al Gianduiotto Caffarel.
Da allora sull’incarto della piccola specialità è stampato il nome Gianduia 1865.

L’impasto del Gianduiotto variava di consistenza a seconda della quantità di pasta di nocciole contenuta e in origine i Gianduiotti erano tagliati a mano con l’utilizzo di una spatola. Inoltre sembra che l’aggiunta delle nocciole, all’inizio, fu fatta clandestinamente poiché le nocciole erano considerate un prodotto edulcorante, la ricetta fu dichiarata ufficialmente solo nei primi del novecento divulgando la ricetta segreta del cioccolato Gianduja.
Oggi esistono ancora poche cioccolaterie che producono il Gianduiotto per estrusione, senza uso di stampi, dalla consistenza particolare, né troppo morbidi né troppo solidi, tagliati ed incartati a mano come un a volta. La maggior parte dei laboratori producono il bonbon con stampi  quindi l’impasto di base è molto più duro rispetto all’originale, altrimenti non si staccherebbe dalla matrice.
Ma . . . sono trascorsi 149 anni ed il Gianduiotto continua a mantenere la medesima forma e dimensioni dell’originale.

Una recente curiosità, riguarda l’artista Andy Worhol, che di passaggio a Torino dichiarò che erano due le cose che amava della nostra città: i Gianduiotti e la… 600!