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Storie di Torino

Quando la misericordia assolse Camillo Benso

Camillo Benso Conte di Cavour era stato scomunicato per ragioni politiche e materiali, certo lontane da aulici concetti spiritual, e condivise la scomunica con i compagni che firmarono con lui la ‘legge dei Conventi’ , compreso il re d’Italia Vittorio Emanuele II.
Nella metà del XVIII secolo i rapporti tra Stato Sabaudo e Stato pontificio non erano dei migliori visto che il primo aveva imbracciato in modo deciso la bandiera dell’ unificazione d’ Italia togliendo il vessillo al secondo. Ogni mezzo era buono per fare zizzania, pettegolezzi su carta stampata come gli Elemosinieri Segreti o provvedimenti che riguardavano le finanze e la politica dello stato sabaudo.

Nel 1855 venne votata la Legge sui conventi che sostanzialmente esprimeva un concetto abbastanza naturale ai giorni nostri, anche se disatteso,  ma che ai tempi irritò il Papa.
La legge aboliva tutti gli ordini religiosi non impegnati nella cura dei malati e nell’ insegnamento, inoltre imponeva che le rendite derivanti dai beni del clero fossero utilizzate per il mantenimento del clero stesso”.
La reazione di Pio IX non si fece attendere, il 26 luglio 1855 scomunicava Cavour, Vittorio Emanuele II e tutti i firmatari della legge.

Probabilmente Cavour non diede alcun peso alla decisione del Santo Padre e continuò a vivere tranquillamente come se nulla fosse anche se la scomunica lo privava del perdono di Dio e quindi, una volta morto con tutta probabilità sarebbe andato all’ inferno. Ma il conte, come sappiamo, non restava mai impreparato!
Come ogni buon cattolico ambiva al paradiso e  aveva un suo confessore personale, Frate Giacomo da Poirino, che giunto il momento  fece chiamare al suo capezzale.
Su Cavour, però,  pendeva la scomunica di Pio IX: “a meno che non ritrattasse e ammettesse le gravi colpe compiute ai danni della chiesa, Cavour non avrebbe potuto godere degli estremi sacramenti”.
Frate Giacomo pensando alla povera anima non prese minimamente in considerazione la decisione papale e procedette al perdono e all’ assoluzione dei peccati somministrando l’ estrema unzione che predette i funerali che si svolsero il 7 giugno 1861 all’ interno della chiesa Madonna degli Angeli.

Scoppio subito il ‘caso diplomatico’: Cavour aveva o non aveva ritrattato?
Ci penso il fratello Gustavo Benso a chiarire la questione: Camillo Benso di Cavour non aveva ritrattato assolutamente nulla. Cominciarono così i problemi per il povero frate.
Camillo Benso di Cavour non era un uomo qualunque, era nemico dello stato pontificio e sfidava senza troppi problemi il potere temporale della chiesa. Non si poteva  assolutamente chiudere un occhio di fronte al frate che di fatto aveva reso nulla la scomunica relegandola alla funzione di semplice atto privo di valore al cospetto di dio.
Convocato a Roma da Pio IX il frate raccontò tutti i particolari della vicenda, dalla promessa fatta anni prima, di assiste Cavour negli ultimi giorni, alla mancata conversione del conte; inoltre il frate rivendicò la sua scelta che circoscriveva nei ‘doveri’ della sua funzione.
Al frate fu proposto di redigere un documento dove ammettesse le sue colpe e il suo errore. Lui rifiutò e il Papa lo sospese dalle sue funzioni impedendoli di fatto di somministrare i sacramenti.

Ai giorni nostri, per chi non crede a certe  ‘forme’, può sembrare stupida una pena del genere, in fondo non cambia la vita più di tanto, ma per un credente che ha fatto precise e determinate scelte durante la vita ,una pena del genere è estremamente umiliante e denigrante.
Poco prima di morire il frate scrisse  una lettera al papa  dove chiedeva perdono, riconosceva giusta la decisione della sua sospensione e supplicava il suo reintegro per non morire privato della sua ‘funzione’.
Per fortuna al frate fu concesso il reintegro
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Non sappiamo se sia andato in paradiso, ma perlomeno sappiamo che ha concluso la sua vita nel pieno della sua personale vocazione e Cavour ha trovato i cancelli aperti in paradiso.