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Storie di Torino

Monumento Conte di Cavour, il Fermacarte

Il fermacarte: questo è l’appellativo dato dai torinesi, dopo l’inaugurazione, al monumento dedicato a Cavour in piazza Carlina nel 1873.
I torinesi, si sa, riescono a manifestare la propria contrarietà in modi decisamente pittoreschi, ma cosa penserebbe Cavour nel vedere la statua a lui intitolata?
Sicuramente tanta procace bellezza femminile che lo circonda lo impressionerebbe piacevolmente, a due cose Camillo non sapeva rinunciare: le donne e il cibo.
Probabilmente tutto il resto passerebbe in secondo piano . . .

Monumento Camillo Benso Conte di Cavour piazza carlinaIl monumento a Cavour ha avuto una storia piuttosto travagliata. Dopo solo due giorni dalla scomparsa dello statista il Comune di Torino avvia una raccolta fondi per la costruzione dell’opera commemorativa e in breve tempo viene raggiunta la cifra necessaria. Avviata la gara vince il progetto dell’architetto napoletano Antonio Cipolla, ma ahimè, il progetto piace solo alla commissione valutante!
Via! un’altra commissione propone un nuovo progetto, caldamente sostenuto dal conte Federico Sclopis, del controverso scultore fiorentino Giovanni Dupré che si aggiudica l’ingaggio.
Giunto il giorno dell’inaugurazione del monumento, l’8 novembre 1873, alla presenza delle maggiori autorità, tra cui Vittorio Emanuele II, vengono abbassate le tele che mascherano il monumento e iniziano le critiche: non piacciono  le nudità della donna formosa e provocante ai piedi di Cavour, le figure troppo poco vestite che circondano la base del monumento e inoltre lo statista indossa una tunica da antico romano subito definita “lenzuolo”. Decisamente la prima accoglienza non è stata calorosa.
Probabilmente non è la migliore opera di Dupré e forse il monumento è un po’ troppo carico di allegorie, ma se ci soffermiamo un attimo…

 

Cavour è rappresentato con in mano una pergamena con inciso “libera Chiesa in libero Stato” e l’abito classico vuole delinearne lo spirito del grande statista morto prematuramente.  Ai suoi piedi un’Italia giovane e prosperosa che cerca di sollevarsi dopo anni di sottomissione straniera porge allo statista la corona civica come dono per aver contribuito alla sua libertà.
Ai lati della base un leone alato di San Marco e una lupa capitolina incompleti poiché entrambe le città non sono ancora parte dell’Italia unita.

I gruppi scultorei in basso sono tutti un allegoria.
Il diritto, raffigurato come un uomo nell’atto di rialzarsi mentre riacquista forza e dignità.
La politica, una donna ammiccante, con uno sguardo astuto che trattiene un bambino col braccio destro che rappresenta il genio della rivolta che furioso vorrebbe lanciarsi e a lato un altro bimbo, il genio dei retrivi,  con la mano tiene sulle ginocchia della donna il trattato del 1815, ai piedi, su di un sasso è inciso “plebiscito” e “ non intervento”.
Il dovere, un giovane nudo con in testa una corona d’alloro.
L’indipendenza, una donna con in capo un elmo sta gettando la catena spezzata che tratteneva il genio italico, il bambino teneramente abbraccia la sua liberatrice; a lato un altro fanciullo, il genio dell’unità con sotto braccio il fascio consolare romano simbolo l’unione italiana.

Sui quattro angoli del piedistallo su cui è poggiato Cavour trofei in bronzo indicano i campi in cui Cavour si è contraddistinto: guerra, marina, pubblica istruzione, industria commercio e agricoltura.
Sul basamento due bassorilievi bronzei, uno raffigura Cavour al congresso di Parigi, l’altro lo ritrae a cavallo con Vittorio Emanuele II e Alfonso Lamarmora al ritorno dalla guerra in Crimea e lo stemma della famiglia Cavour cinto dal collare della Santissima Annunziata.

Monumento Camillo Benso Conte di Cavour piazza carlinaNonostante le critiche del momento, con il monumento a Camillo Benso Conte di Cavour, Dupré ha cercato di rappresentare al meglio l’impegno dello statista per l’Unità d’Italia esaltandone tutte le doti ed enfatizzando i risultati da lui ottenuti. Per quel che riguarda l’oggi, certamente, non potremmo immaginare piazza Carlina senza il monumento a Camillo Benso conte di Cavour.

INDIRIZZO MONUMENTO CAVOUR

piazza Carlo Emanuele II (piazza Carlina)

 

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Chiese di Torino

Madonna degli Angeli, la chiesa risorta grazie a Carlo Ceppi

Rispetto alla forma originale, la chiesa della Madonna degli Angeli si presenta oggi molto diversa. Il noto architetto torinese Carlo Ceppi, incaricato di dare vita nuova alla struttura, nel 1901 cominciò i lavori di restauro che modificarono fortemente l’ aspetto esterno della chiesa dotandola di una nuova facciata, di una cupola e un campanile prima inesistenti.

Le origini della chiesa risalgono ai primi anni del XVII secolo quando, nel 1620 Margherita di Roussilon, marchesa di Riva, acquistò l’ intera area dove sarebbe sorto l’impianto completo dell’ ordine dei Francescani Riformati Minori, invitati pochi anni prima a Torino dal duca Carlo Emanuele. Nel 1631, anche grazie all’ interessamento diretto di Maurizio di Savoia, si diede inizio ai lavori con la posa della prima pietra da parte del Monsignor Giovanni Ferrero Ponziglione.

Madonna degli Angeli, la chiesa risorta grazie a Carlo CeppiImpegnati nel conforto delle anime messe veramente a dura prova dalla vita, i frati furono aiutati a più riprese da importanti personalità. Gli interventi più importanti sono da riferirsi all’ambasciatore francese a Torino e alla Madama Reale Maria Giovanna Battista. Nel 1641 il diplomatico d’oltre alpe fece costruire una prima infermeria che ben presto si trasformo in locali abitativi per i Francescani che cominciavano ad aumentare e attirarono l’ attenzione della Madama Reale che personalmente sostenne le spese per la costruzione di una nuova infermeria più grande.

Madonna degli Angeli, la chiesa risorta grazie a Carlo CeppiLa vecchia struttura, che comprendeva la chiesa e il monastero, nel corso degli anni si amplio contribuendo a definire le caratteristiche architettoniche dell’ isolato ma tutto venne abbattuto per ordine di Napoleone che lascio in piedi solo la chiesa e una piccola struttura per ospitare il parroco.

Il 7 giugno 1861, all’ interno della chiesa della Madonna degli Angeli si svolsero i funerali di Camillo Benso Conte di Cavour, cerimonia officiata da Frate Giacomo da Poirino e vicenda che diede inizio alle sventure del povero frate, raccontate in “Quando la Misericordia assolse Camillo Benso

Madonna degli Angeli

via Carlo Alberto, 39, Torino

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Storie di Torino

Quando la misericordia assolse Camillo Benso

Camillo Benso Conte di Cavour era stato scomunicato per ragioni politiche e materiali, certo lontane da aulici concetti spiritual, e condivise la scomunica con i compagni che firmarono con lui la ‘legge dei Conventi’ , compreso il re d’Italia Vittorio Emanuele II.
Nella metà del XVIII secolo i rapporti tra Stato Sabaudo e Stato pontificio non erano dei migliori visto che il primo aveva imbracciato in modo deciso la bandiera dell’ unificazione d’ Italia togliendo il vessillo al secondo. Ogni mezzo era buono per fare zizzania, pettegolezzi su carta stampata come gli Elemosinieri Segreti o provvedimenti che riguardavano le finanze e la politica dello stato sabaudo.

Nel 1855 venne votata la Legge sui conventi che sostanzialmente esprimeva un concetto abbastanza naturale ai giorni nostri, anche se disatteso,  ma che ai tempi irritò il Papa.
La legge aboliva tutti gli ordini religiosi non impegnati nella cura dei malati e nell’ insegnamento, inoltre imponeva che le rendite derivanti dai beni del clero fossero utilizzate per il mantenimento del clero stesso”.
La reazione di Pio IX non si fece attendere, il 26 luglio 1855 scomunicava Cavour, Vittorio Emanuele II e tutti i firmatari della legge.

Probabilmente Cavour non diede alcun peso alla decisione del Santo Padre e continuò a vivere tranquillamente come se nulla fosse anche se la scomunica lo privava del perdono di Dio e quindi, una volta morto con tutta probabilità sarebbe andato all’ inferno. Ma il conte, come sappiamo, non restava mai impreparato!
Come ogni buon cattolico ambiva al paradiso e  aveva un suo confessore personale, Frate Giacomo da Poirino, che giunto il momento  fece chiamare al suo capezzale.
Su Cavour, però,  pendeva la scomunica di Pio IX: “a meno che non ritrattasse e ammettesse le gravi colpe compiute ai danni della chiesa, Cavour non avrebbe potuto godere degli estremi sacramenti”.
Frate Giacomo pensando alla povera anima non prese minimamente in considerazione la decisione papale e procedette al perdono e all’ assoluzione dei peccati somministrando l’ estrema unzione che predette i funerali che si svolsero il 7 giugno 1861 all’ interno della chiesa Madonna degli Angeli.

Scoppio subito il ‘caso diplomatico’: Cavour aveva o non aveva ritrattato?
Ci penso il fratello Gustavo Benso a chiarire la questione: Camillo Benso di Cavour non aveva ritrattato assolutamente nulla. Cominciarono così i problemi per il povero frate.
Camillo Benso di Cavour non era un uomo qualunque, era nemico dello stato pontificio e sfidava senza troppi problemi il potere temporale della chiesa. Non si poteva  assolutamente chiudere un occhio di fronte al frate che di fatto aveva reso nulla la scomunica relegandola alla funzione di semplice atto privo di valore al cospetto di dio.
Convocato a Roma da Pio IX il frate raccontò tutti i particolari della vicenda, dalla promessa fatta anni prima, di assiste Cavour negli ultimi giorni, alla mancata conversione del conte; inoltre il frate rivendicò la sua scelta che circoscriveva nei ‘doveri’ della sua funzione.
Al frate fu proposto di redigere un documento dove ammettesse le sue colpe e il suo errore. Lui rifiutò e il Papa lo sospese dalle sue funzioni impedendoli di fatto di somministrare i sacramenti.

Ai giorni nostri, per chi non crede a certe  ‘forme’, può sembrare stupida una pena del genere, in fondo non cambia la vita più di tanto, ma per un credente che ha fatto precise e determinate scelte durante la vita ,una pena del genere è estremamente umiliante e denigrante.
Poco prima di morire il frate scrisse  una lettera al papa  dove chiedeva perdono, riconosceva giusta la decisione della sua sospensione e supplicava il suo reintegro per non morire privato della sua ‘funzione’.
Per fortuna al frate fu concesso il reintegro
.
Non sappiamo se sia andato in paradiso, ma perlomeno sappiamo che ha concluso la sua vita nel pieno della sua personale vocazione e Cavour ha trovato i cancelli aperti in paradiso.

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Storie di Torino

Il grande sciupafemmine, Camillo Benso Conte di Cavour.

Votato al celibato perché troppo occupato da altri pensieri, ‘sposato’ al re Vittorio e al regno sabaudo, Camillo Benso conte di Cavour, nato a Torino il 10 agosto 1810, pur essendo tutt’ altro che un bell’ uomo,  ebbe numerose amanti. Il conte sceglieva dame colte, raffinate, anche non necessariamente avvenenti,  ma certamente con una caratteristica sine qua non: dovevano essere sposate, così da non procurargli complicazioni sentimentali.
L’ elenco delle signore del bel mondo con cui si accompagnò è lungo, in Francia come in Piemonte: Clementina Guasco, Emilia Nomis di Pollone, Melanie Waldor e molte altre.
Ma furono il primo e l’ultimo amore ad impegnarlo di più, creandogli anche – forse – qualche rimorso.
Il ventenne Cavour, nel 1830, a Genova, conobbe Nina Schiaffino Giustiniani, moglie del marchese Stefano e tra i due nacque in intensa passione, ma poi il giovane ufficiale del genio fu richiamato a Torino e il rapporto divenne soprattutto epistolare. Si rividero solo  quattro anni più tardi e quando la nobildonna comprese che l’ex amante, oramai lanciato nella carriera politica, aveva smesso di  pensare a lei, si suicidò.

Il grande sciupafemmine, Camillo Benso Conte di Cavour.

Il conte di Cavour

Di avventura in avventura, mentre ormai il progetto dell’ Unità d’Italia stava prendendo concretezza, Cavour conobbe Bianca Berta di Valentino Servitz-Ymar, ballerina ungherese bella e spregiudicata, sposata al coreografo Domenico Ronzani e questa volta fu l’ austero piemontese a perdere la testa. Seguiranno cinque anni di incontri segreti, le lettere appassionate, piene di un ardore che Bianca seppe abilmente sfruttare. Con lei, il gelido Cavour conobbe la gelosia e allargò perfino i cordoni della borsa, elargendole cospicue somme di denaro, donandole una villa e riempiendola di regali. Il 17 marzo del 1861, il suo sogno si avverò, ma alcuni mesi più tardi il conte morì.
Bianca, accortasi improvvisamente che l’ aria di Torino era diventata pesante, vendette la villa e se ne tornò a Parigi con un nuovo amante. Sarebbe morta in miseria due anni più tardi.

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Saperi e Sapori

Cavour, Camillo Benso Conte di Cavour! Lo statista buongustaio.

Scriveva alla moglie, il padre di un ancor giovanissimo Camillo Benso Conte di Cavour.

Nostro figlio è un ben curioso tipo. Anzitutto ha così onorato la mensa: grossa scodella di zuppa, due belle cotolette, un piatto di lesso, un beccaccino, riso, patate, fagiolini, uva e caffè. Non c’è stato modo di fargli mangiar altro!”.

Fu un grande cultore dei piaceri del palato, amava la buona tavola ed il buon vino; possiamo tranquillamente dire che quella di Cavour era una presenza ingombrante negli equilibri politici così come in quelli gastronomici. Egli era un fervente sostenitore delle virtù diplomatiche di un buon pranzo o di un buon bicchiere, al tal fine si accertava sempre che alcune bottiglie di Barolo fossero presenti nel bagaglio dei diplomatici in partenza per le città straniere.

Cavour era un assiduo frequentatore di locali che servivano le migliori prelibatezze piemontesi come “il bicerin“, bevanda calda a base di caffè cioccolata e fior di latte, servita durante la mattinata accompagnata da fragranti paste secche i bagnà (crociòn, garibaldin, brioss, chifel, biciolàn, torcèt, parisien, forè, democratic, cicia d’monia, picòl d’frà, michette).
Il ristorante Del Cambio era frequentato quotidianamente dal politico piemontese, ancora oggi troviamo alcuni piatti che portano il suo nome, dove amava farsi servire il pasticcio di riso appunto “alla Cavour”:riso lesso, condito con burro, parmigiano e pomodori maturi appassiti in padella con l’olio, adagiato in una pirofila e messo a gratinare in forno, coperto con 3 o 4 uova al tegamino “Che il bianco sia fritto, e il rosso resti intatto e molle“. Oppure scaloppine o animelle brasate servite su crostini di polenta fritti o al forno e ancora crocchette di semolino fritte, “guarnizioni” che accompagnavano le carni arrostite; altra pietanza di cui andava ghiotto era “la finanziera“. Il Cambio ha intitolato al Conte la sua sala principale identificando il suo posto prediletto con una targa in bronzo e un nastro tricolore.

Cavour, abbiamo capito, era un estimatore dei locali della Torino del XIX Secolo, molto spesso (per preparare lo stomaco ad uno dei suoi pranzetti di lavoro) lo si trovava a sorseggiare il “vermouth” vino liquoroso aromatizzato con assenzio maggiore ed altre piante aromatiche, inventato da Antonio Benedetto Carpano nel 1786.
Questo ci fa capire l’importanza che aveva la gastronomia per il politico piemontese e la moltitudine di piatti della tradizione che portano il suo nome. È vero che in quel periodo era d’uso dedicare ai piatti nomi di personaggi storici famosi, ma nel caso di Cavour é legittimato il sospetto ch’egli amasse passare buona parte del suo tempo seduto a tavola e che, conseguentemente, alle pietanze che richiedeva più assiduamente venisse associato il suo nome.

Cavour e le metafore gastronomiche

Anche negli argomenti che con la tavola sembra non abbiano nulla a che fare, il Conte trovava sempre il modo di fare metafore attinenti alla gastronomia, un esempio su tutti è un dialogo epistolare tenutosi nel 1860 con Vittorio Emanuele II. Garibaldi aveva già conquistato la Sicilia e si stava dirigendo verso la Campania “Le arance sono sulla nostra tavola e stiamo per mangiarle. Per i maccheroni bisogna aspettare perché non sono ancora cotti” e subito dopo “lasciamo cuocere i maccheroni(Lasciamo arrivare prima Garibaldi a Napoli)“. Rispondeva il Re “i maccheroni non sono ancora cotti, ma le arance sono già sulla tavola e non possiamo rifiutarle”. Conquistata Napoli Cavour scrisse “I maccheroni sono cotti e noi li mangeremo”. Grande esempio di politica gastronomica!

Il grande amore per la gastronomia lo portò ad impegnarsi in prima persona per migliorare le materie prime prodotte nel suo Piemonte, con l’aiuto di un grande enologo francese rese il Barolo da lui prodotto a Grinzane, un vino di qualità tale da competere con i più importanti vini di Francia. Apportò innovazioni radicali in agricoltura e nell’allevamento, fondò una società d’irrigazione tutt’ora esistente e introdusse la sperimentazione di nuove macchine agricole.
Ultimo aneddoto a proposito di Cavour, dopo aver respinto l’ultimatum dell’Austria e proclamato la guerra, il 29 aprile del 1859, egli disse:  “Alea iacta est (oggi abbiamo fatto la storia) e adesso andiamo a mangiare!!!”

Plures amicos mensa quam mens concipit

Cattura più amici la mensa che la mente