Giuseppe Cafasso, il prete della forca

Giuseppe Cafasso, il prete della forca

Il Rondò ëd la forca è un ampio slargo, pomposamente definito  “piazza”, situato alla confluenza di corso Valdocco con corso Principe Eugenio, corso Regina Margherita e via Cigna ed è, forse, l’unico largo di Torino conosciuto da tutti con un nome in dialetto piemontese. Non ha una gran bella fama, poiché per mezzo secolo, fino al 1852, vi si eseguirono le sentenze di morte mediante impiccagione.
Per essere condotto al patibolo, il reo – le mani legate dietro la schiena – veniva fatto salire su di un carro insieme ad un sacerdote e il triste corteo si metteva in marcia accompagnato da una sorta di soldati e dai membri della Confraternita della Misericordia, che nel XIX secolo imperversava ancora.

Giuseppe Cafasso, il prete della forca e dei condannatiBen  cinquantasei condannati furono assistiti da Giuseppe Cafasso, che per questo motivo fu soprannominato “il prete della forca” e la cui dedizione è ricordata dal monumento al centro del rondò.Contemporaneo e compaesano di Don Bosco, dopo aver frequentato il seminario a Chieri entrò nel Convitto Ecclesiastico torinese del teologo Luigi Guala per approfondire gli studi e in seguito vi rimase come insegnante, direttore spirituale e infine rettore.
Di corporatura gracile e un po’ ingobbito da una deviazione della colonna vertebrale, Cafasso spese la sua vita a favore dei ragazzi diseredati, seguendo  l’esempio del suo più celebre collega e quando alcuni notabili gli proposero di scendere in politica egli rifiutò sdegnato, rispondendo:

Nel giorno del giudizio il Signore mi chiederà se avrò fatto il buon prete, non il deputato!

Morì il 23 giugno 1860 e fu tumulato nella basilica della Consolata. Fu elevato all’ onore degli altari nel 1947 da Pio XII, che lo proclamò patrono dei carcerati e dei condannati a morte.

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Il pane del boia, carceri e patibolo

Il pane del boia, carceri e patibolo

Il pane del boia.

Nel 1391 Amedeo VIII di Savoia dovette intervenire per obbligare i panettieri a produrre il pane per i boia. A quei tempi il pane veniva preparato a seconda degli acquirenti, ed il pane prendeva il nome dallo stesso compratore; esisteva quello del medico, del canonico, del Duca ecc., ma fino ad allora i fornai si rifiutavano di panificare per chi svolgeva l’infausto mestiere di boia.
Nel suo editto il duca scriveva “o accettate il boia come cliente o diventerete clienti del boia”, ma i panettieri non si diedero per vinti e divenne consuetudine servire il pane capovolto ai carnefici.
Amedeo VIII dovette nuovamente intervenire; ma la superstizione è dura da sconfiggere, ed i panettieri si ingegnarono producendo un pane a forma di mattone da poter essere consegnato al contrario senza che alcuno avesse di che lamentarsi. Fu l’origine del Pan carré che piacque particolarmente ai francesi nel periodo di dominazione napoleonica.
Successivamente il “pane-mattone” fu impiegato dal famosissimo caffè Mulassano che nella seconda metà dell’ottocento lo utilizzò nell’invenzione del tramezzino, nome dato alla succulenta tartina imbottita da Gabriele D’Annunzio, avvenimento ricordato con una targa all’interno del Caffè che recita “Nel 1926, la signora Angela Demichelis Nebiolo, inventò il tramezzino“.
La superstizione del pane capovolto si trascina fino ai giorni nostri, infatti ancora oggi  mettere il pane capovolto a tavola per alcuni è portatore di sventura.

Il pane del boia, carceri e patiboloLe carceri

Prima della costruzione delle carceri “Nuove” in corso Vittorio Emanuele II, inaugurate nel 1870, i luoghi di detenzione a Torino erano dislocati in più punti della città.
Via San Domenico 13 era sede del carcere criminale, mentre nell’omonima via ma al civico 32 il carcere femminile detto delle forzate.
In via Stampatori 3 il carcere correzionale e presso le porte palatine le Torri, carcere femminile per le condannate.
In tempi più antichi esisteva un altro temibile luogo di detenzione nei sotterranei di palazzo madama sul lato di via Po chiamate “croton” (cantinone).

Il patibolo

I luoghi destinati alle esecuzioni capitali a Torino furono diversi.
Il primo luogo destinato alla forca era sulle rive del fiume Po e successivamente in Piazza delle Erbe (attuale Piazza Palazzo di Città), alle porte palatine, in piazza Giulio, alla Cittadella e ed infine nell’incrocio ancora oggi conosciuto come Rondò della Forca. Il patibolo era dove oggi  è collocata la statua del beato Giuseppe Cafasso, patrono dei carcerati.
La ghigliottina fu utilizzata per il periodo di dominazione francese e fu collocata dapprima in piazza Carlina e successivamente in piazza Statuto.
Il luogo principale destinato al rogo per streghe ed eretici durante il periodo buio dell’Inquisizione era piazza Castello. Una targa posta sul pavimento della piazza ricorda il luogo dove fu barbaramente arso vivo Goffredo Varaglia.

Il percorso dei condannati a morte

Il percorso dei condannati a morte

Con l’avvicinarsi della malcapitata ora della pena capitale, il condannato al patibolo veniva portato nel confortatorio, locale sito all’interno del carcere, già il giorno prima dell’esecuzione per purificarne spirito e corpo con preghiere, cibo ed abiti puliti. Dal confortatorio, il fatidico mattino, il giudicato colpevole veniva accompagnato dai membri incappucciati dell’ Arciconfraternita della Misericordia che, cantando il Miserere, attraversavano via Dora Grossa (attuale Via Garibaldi), diretti alla forca.
Nella Chiesa dei Santi Martiri la prima sosta per la benedizione.
Nella chiesa di Santa Croce (Basilica Mauriziana) in contrada Italia, attuale via Milano, la seconda sosta.

Il macabro corteo giungeva poi a destinazione ed il “paziente” incappucciato veniva accompagnato dal boia e dal suo tirapiedi sul patibolo. Una volta inserito il capestro, il portello della botola veniva aperto e nello stesso istante il tirapiedi, che frattanto si era infilato sotto l’impalcatura del patibolo, si attaccava ai piedi del morituro al fine di agevolarne la dipartita.
Il tirapiedi era salariato dal Podestà, ma percepiva molto spesso mance dai parenti del condannato poiché col suo gesto poteva evitare ai giustiziati lunghe e penose sofferenze.

Il percorso dei condannati a morte, Chiesa della misericordiaIl campo santo dei condannati

Gli impiccati venivano poi sepolti in una botola all’interno della Chiesa della Misericordia alla sinistra della cappella del Crocifisso fino al 1777 e successivamente nel Cimitero di San Pietro in Vincoli in un’area  sconsacrata.
All’ interno della Chiesa della Misericordia è presente una vetrina dove sono conservati oggetti legati alla triste usanza del passato.

Il percorso dei condannati a morte, Cimitero San Pietro in vincoliNon smetteremo mai di essere fieri della grande conquista di civiltà che ha rappresentato  l’abolizione della Pena di Morte.

La chiesa della Misericordia

La chiesa della Misericordia

Ai tempi di Carlo III di Savoia detto il buono, nella città di Torino prese vita la Confraternita della Misericordia.
Dedita ad opere di carità volte ai carcerati (soprattutto ai condannati a morte) nel XVI secolo la congregazione ottenne il permesso di costituire ufficialmente l’ Arciconfraternita di San Giovanni Battista Decollato detta della Misericordia.
In un primo momento l’arciconfraternità si insediò nella chiesa dei SS Simone e Giuda in via Doragrossa,  ma con l’aumentare dei confratelli la compagnia dovette trasferirsi dapprima nella chiesa di San Dalmazzo e successivamente presso il recinto del ghetto, nella chiesa dell’Ospedale di Carità.
Solo nel 1721 avvenne il trasferimento nell’ attuale sede dopo l’acquisto della  fabbrica dalle monache cistercensi di Santa Croce .
A metà del XVIII secolo venne affidato a Filippo Giovanni Battista Nicolis conte di Robilant, il progetto di ristrutturazione dell’intero edificio che terminò nel 1758.
La chiesa della Misericordia

La chiesa è a croce greca con navata unica, con due cappelle laterali quella dell’Addolorata nella quale è possibile ammirare un pregevole ovale del Beaumont “San Giovanni Nepomuceno davanti all’Addolorata”. La cappella a fronte è detta del Crocifisso o dei Condannati, dove è presente, al centro di una cornice realizzata da Antonio e Secondo Casella, un Crocifisso ligneo di pregevole fattura.

La chiesa della MisericordiaL’altare maggiore è stato progettato da Francesco Benedetto Ferroggio nel 1792 con un corpo convesso e decorazioni metalliche; posta dietro l’altare, sopra al coro, una bellissima tela di Federico Zuccari la “Decollazione di San Giovanni Battista”.
Ai lati dell’ingresso su piedistalli ottagonali, due grandi statue lignee opera di Carlo Giuseppe Plura, sono laccate di bianco e rappresentano una Madonna l’una ed un angelo inginocchiato l’altra.

La volta si articola su due cupole, con motivo ad archi intrecciati su quella posta sopra al presbiterio, mentre è semisferica con sei archi che terminano in un esagono di chiara ispirazione guariniana, quella sovrastante la navata.
La facciata, in stile neoclassico, è stata realizzata solo nel 1828 dai fratelli Gaetano e Lorenzo Lombardi mantenendo quasi completamente le indicazioni del progetto iniziale del Robilant con un frontone triangolare sorretto da quattro colonne ioniche.

 Chiesa della Misericordia

Curiosità
Nella cappella dei condannati, a sinistra, in una profonda botola, fino al 1777 venivano sepolti i giustiziati; successivamente le tumulazioni ebbero luogo in un’apposita zona sconsacrata, ma benedetta, presso il Cimitero di San Pietro in Vincoli.

Indirizzo

via Barbaroux 41

Mi chiamo Piero Pantoni, di professione boia!

Mi chiamo Piero Pantoni, di professione boia!

Mi chiamo Piero Pantoni, di professione boia!

Il mio destino è stato quello di vivere nel peccato, nella mia imperfezione mi sono arreso a ciò che per me era già stato deciso.

Sono stato il boia della città di Torino per più di trent’anni, Ministro di Giustizia fin dal 1831, con patente rilasciata da Urbano Rattazzi.
Non ho scelto il mestiere del boia, per me era già stato tutto deciso prima della mia nascita, mio padre Antonio Pantoni, boia dello Stato Pontificio, mio Fratello Giuseppe Boia a Parma ed io?
Piero Pantoni quali altre opportunità avevo? Nessuna, vi assicuro, nessuna!
In giovane età me ne andai a Parigi per sfuggire a quello che non volevo fosse il mio destino, ma la fama di mio padre tra gli immigrati era sempre un passo avanti a me; fui costretto a tornare per intraprendere il mestiere del tirapiedi con mio fratello a Parma, prima, e del boia a Torino, poi.

Nella città di Torino ho sempre abitato in via Fornelletti 2, nell’abitazione affidatami dal Podestà, da sempre destinata a chi come me svolgeva il famigerato mestiere.
Vivo con mia moglie ed i miei cinque figli, è stato Giuseppe Cafasso ad officiare il mio matrimonio, gran sacerdote, lui, confortatore degli impiccati; per tutti, il prete della forca.

La casa del Boia di Torino

Mia moglie, una gran brava donna, tapina, costretta alla solitudine, nessuno le rivolge una parola, un saluto e tutto perché è la moglie del boia.
Anche solo l’andar per botteghe è una tortura, i bottegai per prendere il nostro denaro porgono una ciotola colma di aceto, perché a loro dire, i soldi del boia sono soldi sporchi, soldi macchiati di sangue, soldi del diavolo e devono essere disinfettati prima di essere toccati.
“Ipocriti” certo, i miei soldi sono sporchi, ma dopo ogni impiccagione l’assembramento di gente attorno alla forca che si spintona per riuscire a toccare il cappio ancora fremente, per avere fortuna nella cabala; non è di malaugurio!
E che dire del mio predecessore, Gaspare Savassa, il famigerato Gasprin, che vendeva il grasso degli impiccati come rimedio per l’epilessia; c’era la coda dinnanzi a casa per acquistare il macabro lenitivo, lo ricordo bene io, prima di divenire boia ero il suo tirapiedi!
Io son Ministro di Giustizia in nome di Dio e del Re . . .  io semplicemente eseguo, esecutore non porta pena agli occhi di Dio, mi confesso e mi comunico almeno una volta al mese e sono sicuro di essere ogni volta perdonato dal mio Signore.
Che dire poi del pane, fosse per i fornai neppure il pane per la mia categoria avrebbero preparato, secondo loro anche preparare il pane per i boia portava sventura.  Meschini! Fosse per loro dovrei privare del pane i miei figlioli.

Mi chiamo Piero Pantoni, di professione boia!

La cosa che più mi manda in bestie e che mi definiscono un misantropo.
Chi non lo sembrerebbe! Per poter assistere alle funzioni religiose, un banco nella chiesa di Sant’Agostino completamente isolato dagli altri.
Tutti che mi evitano come la peste, un solo amico, il Caranca, pensate un po’ il becchino di Rivarolo, ironia della sorte!
E tutto questo per cosa? Per 2.400 grame lire all’anno, più 3 lire per ogni esecuzione in Torino e 22 franchi per le esecuzioni fuori sede.
Almeno nel 1575, quando l’ Inquisizione imperava, esisteva un vero e proprio prezzario ed i boia avevano un vero tornaconto, 21 lire per un impiccagione semplice, 16 lire per appiccare il fuoco ad un rogo e ben 36 lire per uno squartamento cruento.

In tanti anni di servizio 150 esecuzioni a mio carico, macigni che ricordo singolarmente, così uguali eppure così diversi; la mia prima esecuzione la ricordo molto bene, ero con mio Fratello Giuseppe, a Parma, erano due, i condannati, rivoltosi che tramarono per spodestare il Duca di Modena Francesco IV d’Asburgo-Este durante i moti del 1831.
Erano le otto del 26 maggio 1831, a mio fratello toccò Vincenzo Borelli a me toccò Ciro Menotti.
È stato difficile, ma ho agito in nome e per conto di Dio e del Duca, lo ripeto, io non ho colpe!

Ora sono a riposo, la mia ultima esecuzione risale al 1864 ed in tutto il regno d’Italia si parla ormai di abolire la pena di morte; tutto sommato, una gran cosa, ma agli occhi di tutti io ormai son segnato come portatore di sventura e morte, boia e carnefice, ma io son solo stato Ministro di Giustizia in nome di Dio e del Re!

Non ho colpe, io, Piero Pantoni