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Parchi e Fontane Storie di Torino

Fontana dell’Acquedotto dell’Eremo dei Camaldolesi

Non c’è niente di magico nell’obelisco situato nel piazzale difronte all’Eremo dei Camaldolesi e a poche centinaia di metri dai ripetitori della Rai. Si tratta della Fontana dell’Eremo, purtroppo in disuso da decine d’anni, abbandonata a se stessa e da alcuni, per fortuna pochi, spacciata come simulacro, non ben spiegato, legato alla Torino Magica che spesso non risponde  alla semplice curiosità di sapere cos’è quello o cos’è quell’altro.
Oggi, guardandola si rimane indifferenti e senza risposte, scritte imbrattano la sua superficie, il tempo la sta consumando e il compito più nobile che ricopre è quello di far compagnia a chi, vicino a lei, aspetta l’arrivo dell’autobus diretto verso Torino.
Il suo scopo però era ben altro, lasciare ai posteri il ricordo di una grande conquista che oggi a molti farebbe ridere: il municipio di Torino aveva portato l’acqua al di sopra dei 400 metri della collina Torinese, luogo che non era mai stata troppo generoso nel dispensare acqua.

Da decenni esisteva il problema dell’approvvigionamento dell’acqua in una zona che, nel dopoguerra, si configurava ideale per lo sviluppo residenziale e per le gite dei Torinesi che, grazie alla diffusione dell’automobile,  guardavano alla collina come luogo di distrazione dalla sempre più caotica ed industriale Città di Torino.
Erano gli anni in cui l’Azienda Acquedotto Municipale, dopo la sensata concentrazione della gestione delle acque alla cosa pubblica, aveva il dovere di portare l’acqua dove non c’era, per rispondere alle necessità reali dei suoi cittadini,  e dove avrebbe potuto arrivare per favorire lo sviluppo della città.
Nasce così l’ esigenza di costruire l’acquedotto sull’Eremo, un ambiziosa opera che, senza discostarsi dal preventivo originale di 50 milioni di lire, consisteva in lunghe tubature, una stazione di pompaggio con una adiacente vasca, una seconda vasca di compensazione in cima al colle e la Fontana dell’Eremo a ricordo dell’allora più grande opera costruita per le necessità idriche della collina torinese.

 

Fontana dell acquedotto dell eremo torinoLa Fontana dell’Eremo

La Fontana dell’Eremo, opera di  Mario Dezzuti, fu inaugurata in pompa magna il 30 maggio 1955 con una cerimonia che vide la partecipazione delle autorità cittadine, dell’ingegnere autore dell’opera Salvatore Chiaudiano, del presidente dell’Acquedotto Municipale, del Sindaco di Torino Peyron, dei soliti ministri presenti ad ogni cerimonia importante e del Cardinale Fossati che benedì la Fontana.
Nessuno però sapeva che questo piccolo monumento a forma di fontana sarebbe finito nel dimenticatoio nonostante le pure e buone intenzioni.
Gli applausi, le strette di mano e i reciproci complimenti festeggiavano un’opera importante e una fontana che avrebbe dovuto dare conforto e ristoro ai viandanti che si sarebbero trovati in cima al Colle dell’Eremo durante le loro gite domenicali o di ritorno verso casa.

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Cucina da Re Saperi e Sapori

Il pomodoro Re Umberto, dedicato ad Umberto I Re d’Italia

Visitando Napoli emerge chiaramente il rapporto tra la città partenopea e i sovrani d’Italia Umberto I e Margherita di Savoia; tanti sono i riferimenti al monarca sabaudo: la Galleria commerciale Umberto I, il monumento ad Umberto I, Corso Umberto I, il Liceo Umberto I e il pomodoro re Umberto… ebbene si, persino un pomodoro!

Umberto I dopo il matrimonio con Margherita di Savoia, si trasferisce a Napoli, città scelta oculatamente per motivi politici dai futuri regnanti come dimora abituale, è il 1868. Nella città partenopea soggiornano per diversi anni, fino al successivo trasferimento a Roma.
La prima visita di Umberto I, divenuto Re d’Italia, avviene nel 1878 e proprio allora i cittadini napoletani decidono di omaggiare la figura del monarca, dedicandogli una delle varietà di pomodori più coltivati nelle campagne partenopee.
Si tratta di un pomodoro rosso scarlatto che cresce in grappoli da cinque a dieci frutti dalla resa straordinaria. Di forma ovoidale, grandi quanto un uovo di gallina e appiattiti sui lati, crescono a cespuglio e la loro intensa colorazione fa somigliare i campi che circondano Napoli un immenso giardino vermiglio che decora le campagne. È un pomodoro ottimo per preparare sugo e conserva, ma anche adatto all’essiccazione.
Oltre a condire i piatti della tradizione napoletana, il pomodoro Re Umberto viene esportato nel nord Italia e nel resto d’Europa dove, fortunatamente, la sua coltivazione diventa molto popolare mentre in Italia col passare degli anni è andato via via sparendo soppiantato dalla varietà San Marzano.
Non è del tutto estinto, è una rarità, ma sembra esistere ancora ed è molto ricercato dai collezionisti di semi tradizionali italiani.

Pizza Margherita col pomodoro Re Umberto ncopp’a

Tutti siamo a conoscenza della storia della “pizza margherita” inventata dal pizzaiolo Raffaele Esposito di Capodimonte per la Regina Margherita di Savoia con i tre colori della bandiera d’Italia, ma forse non tutti sanno che per preparare il piatto italiano più conosciuto al mondo è stato utilizzato il pomodoro Re Umberto.
A quanto si legge nelle cronache rosa del tempo, i sovrani non hanno avuto un buon rapporto di coppia nella loro vita coniugale, ma sicuramente la pizza Margherita col pomodoro Re Umberto ncopp’a è stato un successo!

Fotomontaggio Immagine: Umberto I by Studio Giuseppe e Luigi Vianelli  Public Domain | Pomodori del Museo Orazio Comes

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Curiosità di Torino

Le 4 navi del principe Eugenio di Savoia

Il principe Eugenio di Savoia è stato ed è un personaggio che gode di particolare prestigio, un uomo che ha lasciato un profondo solco nella storia sabauda, austro-ungarica ed europea.
Secondo alcuni  era un semplice mercenario, privo di scrupoli ed umanità, al soldo del finanziatore del momento, per altri invece è stato uno dei più grandi ed abili strateghi militari e su di lui sono state scritte tante storie.
Mentre in Italia, e in particolar modo a Torino, la sua figura è legata all’ Assedio di Torino e alla sua grande raccolta di opere oggi custodite alla Galleria Reale, nel resto d’Europa lui viene omaggiato e ricordato per il suo contributo alla difesa di Vienna minacciata dai Turchi, per le sue battaglie durante la guerra di successione,  per le vittorie conseguite sui campi di battaglia e per le sue abilità militari.
I più devoti alla figura del condottiero erano sicuramente gli austro-ungarici, direttamente coinvolti nelle vicende del principe che si sentiva più austriaco che italiano, ma quando si approfondisce l’ argomento ci si accorge che, effettivamente, il principe Eugenio è stato una sorta di mito, un punto di riferimento per tanti uomini di guerra venuti dopo di lui.
Un nome in grado di motivare gli uomini che, loro malgrado, nel ‘900 erano costretti a combattere sui campi di battaglia ed a mantenere operative le navi che salpavano gli oceani.
Bene!
Ben quattro navi sono state dedicate al Principe Eugenio e già il numero la dice lunga sull’ importanza del condottiero sabaudo e sull’ alone di mito che circondava il suo nome.
Una nave intitolata non è una cosa da poco e prestare servizio su una di queste forse,  ma non lo sappiamo, era un onore, motivava gli uomini a bordo e li illudeva di essere invincibili.

SMS PRINZ EUGEN
L’ SMS Prinz Eugen è la prima delle 4 navi dedicate al principe sabaudo. Costruito per la regia marina austro-ungarica, questo incrociatore viene varato il 30 novembre 1912 ed entra in servizio durante la prima guerra mondiale sparando contro le coste italiane all’altezza di Ancona.
La nave era lunga 152 metri, l’ equipaggio era formato da 1044 uomini impegnati a combattere contro il Regno d’Italia fino alla sua cattura avvenuta da parte delle forze italiane.
Alla fine della guerra la nave viene consegnata ai francesi come bottino di guerra e nel 1922 viene affondata dopo la decisione di utilizzarla come bersaglio per le esercitazioni navali.

HSM PRINCE EUGENE
La Prince Eugene è stata una nave battente bandiera britannica e tra le tutte è quella che ha avuto vita più breve. Varata il primo febbraio del 1915 dalla Royal Navy, la nave vedetta viene dedicata al condottiero sabaudo per ricordare il suo ruolo di comandante al fianco del duca di Marlborough  durante la guerra di successione spagnola. La nave era lunga 102 metri e fu impiegata durante la prima guerra mondiale. La ‘Prince Eugene’  fu demolita nel 1921 dopo solo 6 anni di vita.

Prince EugeneEUGENIO DI SAVOIA
La ‘Eugenio di Savoia’ viene varata dalla Regia Marina Italiana nel 1935 e entra in servizio un hanno dopo.
Lunga 186 metri e con un equipaggio  di 578 uomini partecipa alla seconda guerra mondiale cambiando bandiera subito dopo l’armistizio del l’8 settembre 1943.
Alla fine della guerra la ‘Eugenio di Savoia’ cambia nome diventanto la ‘Elli’ e passa allo stato greco come riparazione ai danni di guerra. Sotto la bandiera ellenica, la nostra ‘Eugenio di Savoia’ sarà nave ammiraglia fino al 1965 quando, a seguito del suo disarmo, viene convertita in prigione fino al 1973 per venire poi demolita.

PRINZ EUGEN
La Prinz Eugen era un incrociatore pesante della marina militare tedesca, più grande di tutte misurava 210 metri e vantava un equipaggio composto da 1450 uomini.
Viene varata il 22 agosto del 1938 e allo scoppio della guerra viene subito impegnata negli scontri più cruenti fino al 1943 quando, colpita da un siluro,  viene messa in stato di manutenzione.
Tornata sulle acque come nave scuola per allievi ufficiali, quando la guerra prende una brutta piega per il reich, la Prinz Eugen viene impiegata per difendere la ritirata dei tedeschi dal mare baltico.
Finita la guerra, l’ incrociatore tedesco  passa di mano agli inglesi come  riparazione ai danni di guerra per poi  passare agli americani che decidono di utilizzarla come bersaglio per test nucleari.
La nave passa indenne il primo test ma non passa il secondo: gravemente danneggiata, imbarca acqua e finisce la sua vita nei pressi dell’ atollo Kwajalein dove affonda inesorabilmente.
Oggi la Prinz Eugen è diventata meta degli appassionati di immersioni subacque e noi possiamo vedere il relitto grazie a Google Maps.

Per chiudere vi proponiamo dei video interessati
Incrociatore Eugenio di Savoia – 1940 – Lancio di aereo da catapulta

Battle Cruiser Prinz Eugen

Immagini
SMS Prinz Eugen
Austria-Forum | ShipModels.info |  Monocrhome Specter | Wikipedia
HMS Prince Eugene
ModelWeb
Eugenio di Savoia
Wikipedia | Naviearmatori.net | Marina.difesa.it
Prinz Eugen
www.prinzeugen.com | Wikipedia | Wikipedia
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Saperi e Sapori

Cibi tipicamente piemontesi, breviario in lingua originale

Cosa mangiavano i piemontesi e cosa mangiano i piemontesi? Quello che mangiano un po tutti e quello che mangiavano un po tutti. In questo elenco, che potete aiutarci a completare,  cibi che ancora si cucinano o che sono stati dimenticati e si ritrovano solo nei testi più vecchi o in qualche paesino di montagna che porta avanti antiche tradizioni.

Frità ‘d lüertin o lasertin: frittata con germogli di luppolo
Frità rugnusa: frittata col salame
Salam d’la duja : salame conservato nel grasso del maiale
Tripa ‘d Muncalè: salume tipico di Moncalieri preparato con gli stomaci di diversi animali
Salampatata: salame di patate
Cisrà: minestra di ceci
Ris an cagnòn: riso preparato con burro e formaggio
Ris cun le rañe : risotto con le rane
Pulenta cuncia: polenta concia
Pulenta cumidà: polenta accomodata – condita e gratinata in forno
Tenche: tinche
Lampré: lampreda di fiume
Lümasse: lumache – chiocciole
Mnestra: minestra
Ris e cussa: riso e zucca
Büseca: minestra di trippa
Vianda: minestra di castagne e latte
Mnestra marià: con riso spinaci e uova
Lait e cussa: latte e zucca
Panada: pane raffermo cotto nel brodo
Bruss: parti di diversi formaggi lasciati macerare nella grappa fino a divenire una crema
Sambajun: zabaglione
Büjì mist: bollito misto
Bagnet: bagnetto – salse che accompagnano i bolliti
Pulast a la Marengo: pollo alla Marengo
Brasà con ël Baröl: brasato al barolo
Salada rüssa: insalata russa
Tumin elétric: tomini elettrici
Lenga al verd: lingua al verde
Tajarin con ël ragoüt: tagliolini al ragù
Bunet: dolce a base di uova, latte, amaretti e cioccolato
Turta ‘d ninsole: torta di nocciole
Ratafià: liquore ottenuto con lo sciroppo di ciliegie nere
Agnulot: agnolotti
Tufeja: zuppa di fagioli cotti al forno in una pentola di terracotta
Piutin: zampino di maiale
Preive: cotenna di maiale insaporita e arrotolata solitamente cotta nella tofeja
Panissa: riso cotto con lardo e fagioli
Fricia a la piemunteisa: fritto misto alla piemontese
Finansiera: finanziera – piatto preparato principalmente con rigaglie di pollo
Vitel tunné: vitello tonnato – arrosto di vitello cotto a lungo con acciughe, capperi e vino bianco
Bagna caôda: bagna calda
Ciapiñabò: topinambur
Rosa Sperone ci informa che esistono anche:
Capunet  o Pes-coj: involtini di foglie di verza con  avanzi di bollito , arrosto, salam dla duja  uova  tritati;  praticamente si usavano gli avanzi
Ris e lait:  riso al latte
Semulin: fatto con la semola e il brodo
Subric: polpette di patate lesse e poi fritte
Bagnet verd:  prezzemolo aglio capperi acciughe peperoncino  rosso d uovo mollica di pane imbevuta nell’aceto tutto tritato finemente
Rave fricasà:   rape fritte
Maria Angeli ci informa che esistono anche:
Fritura dosa: semolino fritto
Raviole: agnolotti
Coradela: polmone di bovino
Ratatuja: verdure
Rognon: rene sempre di bovino
Cesare Graciotti ci informa che esistono anche:
Sancrau: cavoli e salamini
Cognà: composta di mosto
Fricandò: spezzatino

Manca qualcosa?
Fatecelo sapere!

Abbiamo notato che i nomi cambiano in base alle provincie e spesso anche tra paesi anche limitrofi, fa parte delle tradizioni che una volta c’erano e stanno scomparendo.

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Curiosità di Torino

Buoi “danzanti” nel Duomo per il patrono di Torino San Giovanni Battista

La festa di San Giovanni Battista, patrono di Torino, tanto cara ai torinesi è stata, fin dal medioevo, la festa più popolare dell’anno. Già dal XIII secolo i festeggiamenti coinvolgevano i torinesi e i contadini provenienti dalle campagne circostanti. L’ evento constava di tre fasi salienti: la veglia di San Giovanni (la sera precedente), la corsa del carro (nella mattinata) e i divertimenti popolari (nel pomeriggio).

In tempi remoti, il giorno precedente i festeggiamenti, Torino si riempiva di gente festante che si accampava in piazza S. Giovanni con ricoveri di fortuna composti da rami e frasche. Tutta la serata e la notte venivano dedicati a pregare e cantare le lodi del Santo fino all’accensione del falò in piazza Castello vegliato dal Cavaliere del Vicario.
Il mattino successivo, il clou della festa: la corsa del carro e la distribuzione di cibarie ai poveri.
Un maestoso carro dipinto con colori vivaci, riccamente decorato con fiori e spighe di grano e tirato da due buoi bianchi, veniva caricato con sacchi di frumento, botti di vino e cesti di pane bianco. Il carro così allestito e governato dai Massari (in Piemonte, coloro che soprintendono alla festa del villaggio) veniva fatto correre per le anguste vie cittadine e  terminava la corsa all’interno del Duomo di Torino passando per la navata centrale.

I buoi dovevano “danzare” ed è presumibile che il loro scorrazzare tra i vicoli e soprattutto l’ingresso in Duomo creasse non poco trambusto, con gioia e gaudio degli astanti, ma con  continue proteste da parte del Vescovo e della curia (…la corsa dei buoi, con caratteristiche diverse da città a città, era comune in parecchi festeggiamenti medievali e, anche se non ci sono fonti certe, si narra che per far “danzare” meglio i buoi, questi venissero ubriacati prima della corsa).
Una volta in Duomo, il carro veniva benedetto solennemente e alla fine della funzione il Massaro leggeva “ritto sul carro” l’elogio del Santo terminando con un gran salto in onore di San Giovanni. Terminata la funzione il carro veniva fatto uscire dalla chiesa e i doni venivano distribuiti, grano e vino per i poveri e pane bianco per tutti e, successivamente, il carro veniva spinto a corsa sfrenata per le vie della città tra le grida esaltate della popolazione che continuava con i festeggiamenti fino a sera inoltrata.

Come abbiamo già detto, Vescovo e curia non erano affatto contenti di veder correre i buoi all’interno del Duomo e le continue proteste ottennero che nel 1342 il comune vietasse l’ingresso dei buoi nel Duomo. Il divieto fu tranquillamente ignorato tanto che, quando alla fine del quattrocento il cardinale Della Rovere decise di riedificare il Duomo, per evitare il proseguimento dell’usanza tanto discussa, fece costruire un’ampia scalinata al fine di impedire, di fatto, l’ingresso nella basilica ai tanto ingombranti ospiti.
A mali estremi, estremi rimedi.

p.s. L’ immagine del bue è presa dalla pagina Wikipedia perchè non abbiamo mai pensato di fotografar un bue, appena lo troveremo sostituiremo l’ immagine.

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Curiosità di Torino

Il ‘Cannone Corriere’ di Francesco Zignoni

Non stiamo parlando dell’ Assedio di Torino del 1640 ma di un singolare servizio di posta aerea inventato dal cannoniere Francesco Zignoni Bergamasco. Il signor Zignoni figura spesso come inventore del ‘Cannone corriere’ ma, in realtà, sembra che abbia semplicemente messo in pratica una tecnica già utilizzata nelle lontane Fiandre dove lui aveva prestato i suoi servigi nelle fila delle truppe spagnole.

. . . . . le truppe del  principe Tommaso occupano Torino costringendo i francesi ad asserragliarsi all’interno della cittadella.  I rinforzi francesi inviati da Richelieu a loro volta circondano Torino impedendo il rifornimento di viveri, armi e medicinali. In breve tempo i soldati sabaudi si ritrovano senza munizioni per assediare la cittadella e difendere le mura della città: circondano chi li circonda!
Manca qualcuno? Si!  Mancano gli spagnoli alleati dei sabaudi,  in ordine sparso, lontano dalle mura e troppo deboli per aprire una breccia nelle linee francesi che circondano la città . . . .

Cannone Corriere

Francesco Zignoni ha un idea geniale: sparare palle di cannone cave all’interno in modo da inviare alle truppe sabaude quanto loro serviva. Comincia così un fitto scambio di cannonate tra gli spagnoli e i sabaudi inaugurando a Torino il primo servizio di posta aerea, se pur breve!
Le caratteristiche del servizio erano molto semplici: ogni spedizione era preceduta da una levata di fumo e trasportava all’ incirca 10 kg di materiale in palle di cannone di grosso calibro.
La merce spedita era esclusivamente riservata a materiale utile alle esigenze e strategie delle truppe sabaude: polvere da sparo utili per continuare l’ assedio della cittadella; informazioni sugli spostamenti francesi per organizzare la difesa delle mura; sale e medicinali per curare le ferite.
Il rumoroso servizio di spedizione cesso alla fine dell’ assedio lasciandoci questa piccola curiosità da raccontare.

*L’ immagine è puramente indicativa.

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Curiosità di Torino Storie

Tre ch’a ‘s dan, un monumento in origine poco gradito ai Torinesi

“le statue brute ch’a mostro? ..
A mostro un corno; tre ch’a ‘s dan”*

Così scriveva Viriglio alla fine dell’ottocento raccontando cosa pensavano i torinesi della statua del Conte Verde che ancora oggi fa bella mostra di se in piazza Palazzo di Città…

Eh si, la statua realizzata da Pelagio Palagi non ha colpito subito il cuore dei cittadini sabaudi.
E pensare che il Municipio voleva impressionare tutti, facendo realizzare la statua di Amedeo VI di Savoia dal grande architetto, come regalo di nozze per il matrimonio di  Vittorio Emanuele II di Savoia  con Maria Adelaide arciduchessa d’Austria nel 1842.

La statua è realizzata secondo lo stile troubadour, ricca di dettagli per celebrare le virtù guerriere del Conte Verde.
Inaugurata nel 1853 proprio da Vittorio Emanuele II, fin da subito non è gradita, e ben presto diventa motivo di scherno ed ottimo pretesto per alludere ai continui contrasti politici e alle baruffe che avvenivano allora, come oggi, all’interno di Palazzo Civico: i 3 soggetti che compongono la statua diventano i personaggi che occupano le più alte cariche politiche cittadine.

…quindi: “A mostro un corno; tre ch’a ‘s dan”

* le statue brutte cosa mostrano? Non mostrano un corno (assolutamente nulla); tre che si picchiano…

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Curiosità di Torino

Una curiosa meridiana sul Duomo di Torino

Su una delle pareti del duomo di Torino, quella rivolta verso il passaggio che dà accesso alla piazzetta Reale, vi è una curiosa meridiana: non manca l’ ora solare, come tutte le altre del mondo, bensì è una meridiana astrologica, che indica il segno zodiacale nel quale  ci si trova.
E se si pensa all’ostilità attualmente dimostrata dalla Chiesa verso questo tipo di discipline, il particolare non può che risultare bizzarro.
C’è una stravaganza in più che la caratteristica: su di essa i segni zodiacali sono disposti verticalmente e non in cerchio come la tradizione astrologica vuole, all’apice superiore si trova il segno del Capricorno, in corrispondenza di quello inferiore è rappresentato il Cancro.
Ma non basta: i disegni sono chiaramente distinguibili solo in particolari condizioni di luce, come in una sorta di ologramma ante litteram.

Ci troviamo, secondo gli esperti, difronte ad un altro dei tanti messaggi esoterici sparsi per Torino. Il segno del Capricorno corrisponde al solstizio d’ inverno, quando si celebra la festa di San Giovanni Apostolo; sotto il segno del Cancro, al solstizio d’estate, cade il 24 giugno, giorno di San Giovanni Battista.
C’è chi afferma che i due Giovanni rappresentino la continuità del Cristo e consentano agli iniziati di aprire la porta tra il tempo dell’ uomo e il tempo di Dio.
Gli stessi segni zodiacali sono spesso raffigurati sul portale di altre chiese con significato analogo.
Per il momento, nessun censore cattolico ne ha ordinato la cancellazione.

Questa e altre 500 storie le trovate su

laura fezia il giro di torino in 501 luoghi

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Storie di Torino

Ecce Homo, una misteriosa statua

Ecce Homo

Durante una visita alla Basilica Magistrale Mauriziana siamo stati amichevolmente accolti da alcuni membri della ‘Confraternita dei Santi Maurizio e Lazzaro‘ che ci hanno accompagnato in un percorso ricco di emozione e significato religioso e culturale. Tra le varie bellezze della chiesa ci siamo soffermati sulla statua dell’ Ecce Homo: ci hanno raccontato che è stata trovata in uno stanzino, tra i molti che si affacciano nei piani ammezzati della basilica, coperta con un vecchio telo polveroso.
La statua non è ancora stata studiata dagli esperti ma è bellissima, non solo per le fattezze e l’ abbondanza di dettagli scultorei e artistici,  soprattutto per la spiritualità che traspare.

Ecce Homo, una misteriosa statuaGesù è raffigurato seduto con il capo leggermente inclinato sulla sinistra, i lunghi capelli bruni sciolti sulle spalle, trattenuti da una coroncina in canapo (in origine doveva essere una corona di spine), incorniciano un viso emaciato. Gocce di sangue scendono sulla fronte fino all’incavo orbitale.
Lo sguardo, forse la parte che più di tutte lascia trasparire l’interiorità dell’uomo, con gli occhi infossati rivolti verso l’alto sembra cerca rassicurazioni e la bocca semiaperta sembra faccia fatica a respirare. Sulle spalle il mantello pesante rosso porpora scende sulla schiena verso i fianchi fino a coprire parte delle nude gambe segnate da piaghe e ferite. Le braccia sono incrociate sul petto, insolitamente non legate, anch’esse con i segni del martirio.
È impressionante la cura dei dettagli e l’impegno messo nella realizzazione di quest’opera. Un laudo agli affiliati della ‘Confraternita dei Santi Maurizio e Lazzaro’ che, scoperta un’opera di tale bellezza, hanno voluto rendere partecipi tutti i torinesi posizionandola, ben visibile, nella cappella alla destra della Basilica.

L’ opera probabilmente databile tra il sei e settecento, è in legno cavo e rappresenta l’ Ecce Homo.
Nel Vangelo di S. Giovanni Battista il governatore romano in giudea, Ponzio Pilato, mostra ai sommi sacerdoti Gesù martirizzato, ridotto all’impotenza, sanguinante e con gli evidenti segni del flagello subito.
Ecce Homo”, dice loro, pensando che per gli ebrei la punizione inflitta potesse essere sufficiente,
ma non lo è, e
“al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”.
Disse loro Pilato:
“Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa”…

Ecce Homo, una misteriosa statua

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Curiosità di Torino

Il Toro è simbolo della città di Torino

Nel volume Historia dell’Augusta città di Torino di Tesauro Emanuele c’è una bellissima illustrazione in antiporta che ritrae il re Eridanio che mostra la pianta della città di Torino al Dio Api dalle sembianze di un toro, in basso un uomo muscoloso con anch’esso la faccia di un toro, rappresenta Eridano, il fiume Po.

Il Toro è simbolo della città di TorinoL’ epigrafe è posta nella parte alta della stampa, in un vessillo sorretto da due cherubini e sintetizza l’ipotesi del Tesauro rispetto alla nascita della città di Torino e alll’origine del suo simbolo.
Egyptiorum Rex Eridanus – Eridani Fluviorum Regis in Ripam – Urbem Egiptio Tauro Cognominem Inaugurat – Septé Seculis Ante Romam conditam (Il Re degli Egizi Eridano – sulla riva del Re dei Fiumi Eridano (Po) – fonda l’URBE col nome del Tauro egizio – sette secoli prima della fondazione di Roma)
“Perchè prendendo gli auspici dal suo Api, adorato in Egitto per patrio Nume sotto sembianza di Toro; del Nume istesso le diede le insegne e ‘l Nome. Onde troviamo anche delle antiche memorie questa istessa Città con due diversi Nomi dal suo Autore illustrata. Peroche da quel Toro Augurale fu detta Taurinia: & Taurini gli suoi Cittadini, e Popoli del suo Distretto, essendo Capo di Provincia. Et Taurine le Alpi sopra lei eminenti, che lunghi secoli appresso furono chiamate Cottie. Dal cognome del suo Fondatore fu cognominata Eridania; & Eridano il suo Fiume, unico Re de’ Fiumi”.

A quanto pare, però, la storia sull’origine del Toro, simbolo di Torino, è un tantino diversa e decisamente più recente.
Nel medioevo, l’araldica, è un metodo semplice, vista la moltitudine di analfabeti, per associare ad un determinato simbolo una persona o una qualsiasi entità. Per rendere più semplice il riconoscimento, solitamente, viene scelto una figura che ricorda il nome, nel caso di Torino, per assonanza il Toro che viene definita appunto figura parlante.

La prima immagine che ci è pervenuta risale al 1360 sul “Codice della Catena”. Su due pagine le miniature dei Santi protettori di Torino ed in basso un toro rosso in campo bianco alternato alla croce bianca in campo rosso, stemma del conte Amedeo VI di Savoia. In questa miniatura il toro è rappresentato passante, ovvero in una posizione naturale di passo, solo un centinaio di anni dopo comincia l’evoluzione del toro che da passante diventa “furioso” e quindi imbizzarrito, poggiato solo sulle due zampe posteriori.

Il Toro è simbolo della città di TorinoUn Toro che cambia

L’ evoluzione della figura del toro continua fino ai primi del novecento; presso l’archivio storico della città è possibile, consultando gli atti del Consiglio Comunale, vedere i cambiamenti dell’animale fino all’attuale figura. Tra le varie evoluzioni ricordiamo che durante il periodo napoleonico sulla parte alta dello stemma tre api (simbolo di napoleone) sormontavano il toro infuriato, più recentemente, nel 1934, sullo scudo appare il fascio littorio dal quale è stato “liberato” dopo la Liberazione e il toro è tornato ad essere solo ed imbizzarrito sullo scudo.

Dal 1460 e per circa trecento anni, in cima alla torre di San Gregorio (la torre civica) un grande toro dorato muggisce al vento. L’animale, realizzato in metallo cavo, è costruito in modo che al passare del vento un verso simile ad un muggito segnala ai torinesi la sua presenza.

Lampioni, stemmi, portoni, decorazioni e ancora piatti, statue, capitelli e l’immancabile Toret, la tipica fontanella di Torino;  il simbolo del toro è costantemente presente e radicato a Taurinia ed ai Taurini.