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…da Maurizio Pustianaz a Gerstein, la mutazione…

Il mio omonimo Maurizio Lattanzio, mi ha chiesto di scrivere qualcosa per i lettori di seeTorino sul come Maurizio Pustianaz sia diventato Gerstein, ma non poteva immaginare in che ginepraio si stesse ficcando. Non essendo stato un processo nato a tavolino, raccontarlo mi può mettere a nudo più del necessario e a disagio più del necessario. Perché? Vi potreste chiedere.
Perché Gerstein nasce da un processo di adattamento a delle privazioni. Privazioni sia sul piano umano che su quello materiale. Per quanto riguarda quello personale, posso dire che Gerstein è stato il mio modo di rispondere ad una situazione personale difficile e quindi è stato al tempo stesso la mia cura/sfogo. Dal punto di vista musicale, la privazione e l’adattamento si sono manifestate in questo modo: avevo solo il mio pianoforte e non avevo soldi per permettermi altro, quindi inventai il mio suono fatto di suite al pianoforte aventi come aggiunta rumori prodotti in vari modi.

Maurizio Pustianaz GersteinGerstein nasce nel Dicembre del 1984 quando ero quasi maggiorenne. Suonavo il mio piano da quando avevo nove anni, avevo alle spalle cinque anni di studi classici e non ero un bambino prodigio. Il tutto iniziò perché degli amici di famiglia avevano il pianoforte a casa ed i miei genitori mi chiesero se fossi interessato ad imparare. Risposi di sì, anche se non mi ricordo nessun tipo di entusiasmo a riguardo, senza sapere che per il primo anno non avrei visto il pianoforte neanche col binocolo.
Il primo anno doveva far parte di qualche metodo russo, dove ti viene condonata la tortura della goccia, solo perché è di estrazione cinese. Per un anno dovetti fare esercizi per le dita, tra i quali il fantomatico esercizio per l’indipendenza dell’anulare ed i solfeggi cantati e parlati. L’unica volta che potevo toccare qualcosa avente la parvenza di una tastiera, era l’organetto Bontempi, la quale forza sonora era pari a quella del fiato di un ubriaco marcio al test del palloncino. Passando sopra ai cinque anni fatti di queste delizie, le lezioni si interruppero quando ci dovemmo trasferire da Torino a Poirino, nel 1981.

Maurizio Pustianaz GersteinPoirino… paese per me traumatico, che negli anni 80, a parte le tinche, gli asparagi e le telerie di Poirino, poteva solo esportare la nebbia.
Poirino era la morte dell’anima e dell’entusiasmo. Mentre a Torino il movimento musicale era rigoglioso e produceva nel 1983 eventi come la due giorni del festival “Rock Contro Il Nucleare“, con la partecipazione di gruppi come Franti, Blind Alley, Monuments, Chromagain, Strana Officina, Deafear, Arti E Mestieri, etc., a Poirino… nebbia.
Nonostante le difficoltà, dal 1985 ebbi modo, grazie a mio fratello Marco, di vedere diversi concerti e di condividere con lui l’avventura della creazione di una fanzina chiamata Snowdonia. Da lì ne creai altre da solo e collaborai pure con Rockerilla, Urlo, etc. Questa mia parte di, diciamo, giornalista alternativo, è sempre attiva grazie a www.chaindlk.com, sito della rivista che creai a metà degli anni 90 con Marc Urselli, oggi vincitore di due Grammy, tecnico del suono di Zorn, etc (www.marcurselli.com).

Maurizio Pustianaz GersteinMaurizio Pustianaz, la Mutazione.

Tornando al 1984. La scintilla che dette fuoco alla miccia di Gerstein, fu un programma radio chiamato “Decoder“, condotto da Marco Farano e Marco Isnardi, sulle frequenze di Radio Torino Popolare. Quella radio, insieme a Radio Flash, fu molto importante per me e per Torino tutta. Per me, per “Decoder” ed il programma condotto da Aldo Chimenti (nota firma di Rockerilla) e Massimo Caporale, ma anche per un’altra trasmissione chiamata “Tracce”, condotta da Fabrizio Della Porta e Gilberto Maina. “Tracce” era dedicata esclusivamente alla musica italiana e trasmetteva demo ed uscite di tutti i gruppi wave et similia, di quel periodo. A tutt’oggi sono amico di Fabrizio e un paio di anni fa, abbiamo curato insieme il doppio CD compilation “391 Piemonte“, pubblicato dalla Spittle. In quei CD potete trovare un buon spaccato della Torino e del Piemonte degli anni 80.
Decoder“, dicevo… “Decoder” era un programma che trasmetteva musica per allora inusuale ed estremista: Vivenza, Club Moral, Asmus Tiechens, Psychic TV e tanto altro. I due Marco, un giorno dissero che accettavano dei demo, così iniziai a registrare in modo totalmente casalingo, i primi pezzi di Gerstein.

Maurizio Pustianaz GersteinAll’inizio, insieme all’organetto o al piano, si potevano trovare, come sottofondo, cut up sonori presi dalla televisione oppure oggetti casalinghi percossi o trattati. Nelle mie cassette risalenti al 1987/89, ad esempio, ho usato: un trapano che sfregava il fondo di una pentola metallica, oggetti ritrovati in una soffitta percossi (compreso un motore di una vespa), il ripiano di un lavello sfregato e registrato da dentro il mobile, un disco di cartone con un solco inciso con un ago e suonato con un vecchio giradischi e tanti film (tra i tanti “Il bacio della pantera” e “Terrore cieco”).
Il primo periodo, a parte la k7 “Phlegmaticus” (la quale è la registrazione di un concerto fatto con Marco Farano e con l’aiuto di Marco Milanesio dei DsorDNE al mixer/effetti e per la quale ho usato un synth imprestato), vede il pianoforte come strumento principale.
Arrivati a questo punto, devo fare una precisazione: tutto quello creato come Gerstein è frutto di improvvisazione. E’ grazie a questo processo che mi sono liberato di energie che se fossero ristagnate mi avrebbero portato ad atteggiamenti estremi. Non sto parlando di autolesionismo o cose del genere, ma di sicuro sarei stata una persona rancorosa ed arrabbiata.
La rabbia c’è ancora, ma come dice anche John Lydon nel titolo del suo libro: “La rabbia è un’energia”.

Maurizio Pustianaz GersteinGERSTEIN

Il processo partì dalla scelta del nome. Gerstein fu scelto aprendo a caso una pagina di un libro di racconti di Edgar Allan Poe. Il racconto in questione era “Metzengerstein“, ma trovando il nome troppo lungo (anche se oggi qualcuno lo usa), optai per Gerstein. Tutto nasceva dall’improvvisazione ed il culmine del processo fu la k7 “La pomata delle femmine”. Il titolo principale, i titoli dei brani e le spiegazioni degli stessi furono scelti aprendo a caso il “Libro dei morti degli antichi Egizi” delle edizioni Athanor. La pomata ivi citata, era un unguento che serviva nella fase del passaggio all’aldilà.
Per questa uscita decisi di estremizzare il mio “essere tramite”, componendo le suite al buio per poi aggiustarle un minimo, successivamente. Solo il sesto ed ultimo pezzo non fu parte di questo processo, in quanto usai un synth monofonico della Yamaha e la batteria elettronica Roland TR606 imprestatemi da Ezio Albrile, al tempo attivo con il nome NUN ed artefice di un tipo di industrial elettronico ipnotico e primitivo.
Dopo questa cassetta entrai in crisi e pensai che Gerstein non avesse più nulla da dire. Un anno dopo, invece, registrai delle ballate per pianoforte aiutato dalla mia ragazza di allora. Il vero cambiamento avvenne quando entrai in possesso di un registratore a quattro piste della Yamaha, comprato insieme ad altri due ragazzi (Salvatore Oppedisano e Davide Venturino) con i quali suonavo il basso in un gruppo di rock demenziale chiamato Oppe E I Lupi. Con questo prodigio della tecnologia, finalmente ero in grado di registrare più parti, di cancellare e rifare, usare più voci, chitarre, basso e batteria… tutto e di più.

Posso sintetizzare il mio percorso successivo, parlando di tre album.
Sucker” (1993): parte dei pezzi presenti in “Sucker” uscirono in Francia per la Dedali Opera nella cassetta “A kindly method of living”. I pezzi di questo disco riflettevano la mia situazione emotiva dell’epoca. Tra amori difficili (sfociati dieci anni dopo in un suicidio) o lontani (Tunisia) e tormenti personali, i pezzi di questo disco suonano personali ed in un certo senso anche pop. Come dicevo, l’utilizzo del registratore multi traccia mi fece cambiare metodo compositivo e mi permise di avere il piano insieme al basso, alla batteria elettronica, alla chitarra ed alla sovrapposizione di due piste di voce (entrambe mie). Certi pezzi sono ispirati a David Sylvian ed altri cercano di ricreare un certo ambiente sonoro dove i rumori sono stati sostituiti da tappeti sonori più “fluidi”.
St. Anthony’s fire” (1996): qui entra in scena la mia prima tastiera. Una workstation della Yamaha, la SY77. Grazie al fatto di avere a disposizioni sia suoni elettronici che strumenti classici campionati, registrai pezzi dove l’elettronica, il chitarrismo industriale (leggi Godflesh) e le atmosfere da colonna sonora si fondevano creando pezzi particolari. Grazie all’aiuto di Johnny Mastrocinque al campionatore, il tutto suonava ancora più eterogeneo. Johnny da anni è un nome importante nell’ambito hip hop italiano. Gestisce un etichetta, fa il dj, ha creato “Tecniche perfette”, il primo e unico contest dove rapper si sfidano con le rime ed è stato tra i creatori del programma di MTV, “MTV Spit”.
Arise of a bleeding rose” (2009): uscì per l’etichetta israeliana The Eastern Front, gestita da due ragazzi russi, Igor e Tanya. I dieci pezzi sono una collaborazione con Gregorio Bardini (Thelema, Tuxedo Moon, Kino Glaz, T.A.C., etc). Ho composto dieci pezzi elettronici senza dimenticare il mio amato piano, avendo in mente la colonna sonora di “Inferno” composta da Keith Emerson. Gregorio ha aggiunto la voce in quasi tutti i pezzi ed essendo un professore di flauto traverso (inoltre ha studiato anche musica Euroasiatica ed ha una pletora di altri strumenti a fiato che padroneggia) abbiamo accoppiato l’elettronica a suoni meno convenzionali.

Maurizio Pustianaz GersteinSe siete curiosi di scoprire il mio percorso, tra un mese uscirà una mia compilation che copre 32 anni di musica come Gerstein (negli anni ho iniziato anche altri progetti musicali ed attualmente sono attivo anche con Noisebrigade ed A New Life) ed è disponibile all’indirizzo gerstein.bandcamp.com
Si intitola “32 Years Of Rain” e contiene un brano per ogni uscita ufficiale, tranne le ultime due k7 uscite per Luce Sia, perché sono uscite da poco ed inoltre volevo avere spazio per inserire tre pezzi inediti.
Potete avere più notizie su Gerstein e sugli altri miei progetti musicali, sul mio sito www.noisebrigade.org.

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Daniele Brusaschetto, un cantautore industrial

Daniele Brusaschetto possiamo definirlo un “cantautore industriale”, un musicista che non ama scendere a compromessi: ha un idea precisa su cosa e come suonare e ancora più precisa su cosa e come cantare. Torino, a distanza di 20 anni non è ancora riuscita a dare il giusto riconoscimento ad una personalità che, al contrario, ha trovato all’estero un terreno più fertile e attento alla singolarità della sua produzione musicale.
Io, che scrivo, conosco Daniele Brusaschetto da 20 anni e l’ho sempre trovato un genio incompreso, un genio buono,  uno di quei personaggi che non troveranno mai pace e condivido con lui la propensione alla musica come forma di rifiuto a ciò che lede la naturale, pura e spontanea visione della realtà, un modo di fuggire con stile dall’oscurantismo culturale e sociale che tende ad uniformare il tutto.
Erano tanti anni che non prendevamo da bere qualcosa in compagnia, seduti, parlottando del più e del meno, dell’ultimo vinile acquistato o dell’ultimo pedalino per storpiare un altro poco il suono della chitarra. Oggi ci siamo incontrati e abbiamo cominciato a parlare della sua musica e della sua storia musicale, le domande sono un po’ create ad-hoc per dare un senso a questo articolo che nasce come intervista, si sviluppa attorno ad un bicchiere di succo di mirtillo, per tornare ad essere un intervista.

Daniele Brusaschetto, un cantautore industrialPerché hai cominciato a far musica?
Frustrazione! Frustrazione dovuta alla scuola che frequentavo, il Rebaudengo, l’istituto dei Salesiani. Mi sentivo a disagio, non mi piaceva, non sopportavo l’oscurantismo di quel posto e quell’autorità finalizzata a cosa…non lo so! Giravano cassettine di gruppi Metal e Death Metal, mi piacevano e a quell’età non avevo troppi problemi a manifestare i miei gusti. Ho cominciato facendo un corso di chitarra, sempre all’interno dell’ istituto, e in breve tempo ho trovato un modo di rendere più tollerabile l’ambiente che ero mio malgrado costretto a frequentare.
Poi,  i miei capelli lunghi  erano un problema, anche se non so se era la mia capigliatura o la copertina dei Kreator ‘Pleasure to kill’ dietro il mio quadernone.
Certo quella me l’ha strappata il professore d’inglese.

Brevemente, cosa hai fatto prima di diventare il musicista cantautore?
A 15 anni ho cominciato a far musica grazie al centro d’incontro di via Cigna dove era possibile suonare, conoscere e condividere la giusta dose di casino adolescenziale. Tutti, forse tutti, non li ricordo, ma, sono passato attraverso varie band con improbabili nomi che a distanza di anni penso fossero più che azzeccati: Shit for brains, Fallen Sloppy Dead e Mudcake. Si è passati dal far casino a girare tutti i posti dove era possibile suonare.

Daniele Brusaschetto, un cantautore industrialAdesso, sempre brevemente,  nel ’96 inizi il tuo percorso musicale da solista ‘Daniele Brusascheto’.
Nel ’96 ho cominciato a promuovermi come solista, facevo tutto io, dal promoter alla vendita dei Cd, dall’immancabile banchetto al bordo del palco a suonare sullo stesso palco. È stato un lungo periodo spesso faticoso, però mi ha dato tante soddisfazioni e mi ha portato a girare, non dico il mondo, ma quasi tutta l’Europa e gli Stati Uniti con una tournee di 10 date. In  questi 20 anni ho prodotto, non ricordo, un discreto numero di album che …. sono soddisfatto del lavoro fatto e non sono ancora stanco.

Scusa se ti chiedo di essere breve ma gli aspetti musicali sono marginali rispetto alla voglia di parlare di te. Torino?
Torino è la mia culla, ultimamente giro poco ma devo dire che Torino non è male. Sono stato ai Cappuccini e trovo fastidiosi i due parallelepipedi che deturpano il panorama. Non li posso buttare giù, purtroppo, ma almeno adesso posso fare la spesa al Carrefour di corso Montecucco. È figo, puoi comprare la carta igienica alle tre di notte e sembra di essere a New York. Figo!
Ci sono un sacco di posti per mangiare, ovunque e qualsiasi cosa, anche questo è figo, meno i mezzi pubblici, è un casino, vanno lenti e sono scomodi.
Mi piacciono tutte quelle pietre una sopra l’altra che formano il centro storico e la mia ragazza è di Livorno.

Daniele Brusaschetto, un cantautore industrialChe lavoro fai?
Faccio l’ OSS. Si, ok!  Daniele Brusaschetto è operatore socio sanitario all’interno di una struttura che si occupa di disabilità psico-fisiche.

Progetti futuri?
Chi lo sa?

Torino?
Torino!

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Chromagain, ’80 Torino con Silvio Ferrero

 Chromagain sono stati un gruppo…. così non va!
… mentre l’ Italia vinceva i Mondiali di Calcio in Spagna lasciando ai posteri immagini che sono entrate nell’immaginario collettivo degli italiani, a Torino, nel 1982, tre giovani davano vita ai Chromagain, ad Hannover nella fabbrica della Philips veniva stampato il primo CD musical e al cinema usciva Blade Runner.

Trascorre il tempo  e arriva il 1983!
…mentre in Florida, a Cape Canaveral, da dove partivano gli shuttle per lo spazio, la Fiat presenta al mondo intero la mitica FIAT UNO, a Torino, nel 1983, i Chromagain  improvvisano il loro primo concerto all’interno della grande manifestazione ‘Rock contro il nucleare’ dividendo il palco con altri gruppi torinesi.

Trascorre ancora del tempo e arriva il 1985.
…al cinema esce Ritorno al Futuro, in Inghilterra viene organizzato il LiveAid con i più grandi artisti mondiali di musica rock,  in America la Microsoft presenta la prima versione del Windows e a Torino esce il primo ed unico album dei Chromagain ‘Any Color you like’.

Chromagain, '80 Torino con Silvio FerreroInfine arriva il 2016
…Torino è cambiata,l’MP3 ha sostituito i Compact Disc, è in produzione il sequel di Blade Runner, Windows è arrivato alla versione 10,  della FIAT sono rimaste tante parole ma poco lavoro, tante cose sono cambiate ed io incontro Silvio Ferrero in un Bar in piazza Massaua per farmi raccontare chi erano i Chromagain.

Ma adesso torniamo al 1982.
Nel 1982, sulla scia tracciata dai tedeschi  Kraftwerk nel 1978 e dopo il successo del primo disco dei Depeche Mode,  si formano una miriade di band che danno forma ad un genere musicale che ai tempi aveva un’unica egenerica definizione: ‘New Wave’.Il suono era caratterizzato dall’utilizzo quasi esclusivo di strumenti musicali elettronici particolarmente osteggiati da quelli che si definivano puristi del suono naturale e del rock.
Silvio Ferrero ai sintetizzatori, Luca Pastore al basso (e chitarra) e Riccardo Acuto alla voce, cominciano ad assemblare le prime song di ispirazione Post-Punk con alcuni strumenti  che oggi sono diventati oggetti da collezionismo con quotazioni astronomiche: un sintetizzatore Korg MS-10, una  batteria elettronica Roland TR-808, un sintetizzatore Korg MS-50 e un sequencer Korg Sq10. Mentre si susseguono le serate in sala prove alla ricerca di un proprio sound, Riccardo Acuto (voce) lascia il suo posto a Danilo ‘Dana’ Barbero che successivamente lo cederà a Davide Bassino.

Chromagain, '80 Torino con Silvio Ferrero1983, la Torino del Metrò, del Tuxedo e del Big.
Nel 1983 al Metrò, locale mitico degli anni ’80 che raccoglieva attorno a se diverse tipologie di giovani, i Chromagain si esibiscono nel loro concerto di esordio. Inizia così una lunga serie di concerti che tocca i locali di Torino più in voga dell’ underground torinese degli anni ’80 e che raccoglievano attorno a se le varie comunità di Dark amanti della New Wave, del Post-Post-Punk e di tutte quelle sonorità che distavano anni luce dalle proposte radiofoniche.  Il Tuxedo, il Big e altri due o tre locali erano punti di riferimenti per una miriade di giovani che vestivano da ‘Inferno’ e ‘Suicidio’, si pettinavano da ‘New Heads’ in via Borgaro e compravano i dischi quasi esclusivamente da ‘Rock & Folk’. Chi ha vissuto quegli anni conosce perfettamente il peso di questi nomi che hanno lasciato a migliaia di torinesi un ricordo indelebile.
In uno di questi, il ‘Big’, Luca Pastore entra in contatto con un’etichetta di Milano, la ‘Supporti Fonografici’ che decide di produrre economicamente l’Ep dei Chromagain ‘Any Colour You Like’, disco che ottiene buone recensioni da Rockerilla, il Mucchio e Buscadero. Cominciano così i concerti per la promozione del loro disco e aneddoto racconta che il concerto al ‘Tempio’ di Cerone di Strambino si sia tenuto nonostante il cantante avesse avuto da poche ore un incidente stradale degno della parola e abbia cantato… il bassista!

Chromagain, '80 Torino con Silvio FerreroAlla lunga serie di concerti, forse per contrasti interni o per lo scarso appeal della Wave Italiana, segue nel 1986 la scomparsa dalla scene della band . . .  ma non del tutto.
Le mode a volte ritornano e grazie ad Internet il nome dei Chromagain ricompare come punto di riferimento della New-Wave elettronica italiana, tanto che nel 2011 l’etichetta indipendente tedesca  “Anna Logue Record”, assieme alla romana “Mannequin”, raccolgono il materiale dei Chromagain, il primo Ep e altre tracce inedite, nella compilation  “Any colour we liked”.

Chromagain, '80 Torino con Silvio FerreroI vari elementi del gruppo hanno preso varie strade e uno di loro, Silvio Ferrero, ho avuto il piacere di conoscerlo e scambiarci quattro chiacchiere della serie…

Cosa puoi raccontarmi della tua Torino negli anni dei Chromagain?
La Torino dei primi anni ’80 a me piaceva molto, andavo all’ università, i mezzi pubblici funzionavano abbastanza bene e c’era una giunta di Sinistra. Avevo preso un primo diploma in pianoforte al conservatorio e questo mi permetteva di guadagnare qualche soldo extra facendo il dimostratore per la Bontempi dentro la Rinascente di via Lagrange.
All’Università non mancavano gli stimoli e le possibilità di confronto, la vita sociale non mancava di opportunità per tutti, che nel mio caso hanno contribuito alla formazione dei Chromagain.
Io facevo parte di quelli che erano chiamati Dark e si incontravano da Rock & Folk anche se, onestamente, devo ammettere che io preferivo passare il mio tempo libero da Merizzi (negozio di riferimento di strumenti musicali). Esistevano anche altri punti di riferimento che in un modo o nell’altro sono stati determinanti per me, e  per tanti altri, come i negozi di abbigliamento Inferno, Suicidio, Egin, Arsenico & Breakfast e il mitico ‘Metrò’ che era per me era una sorta di seconda casa serale.

E il Silvio Ferrero di oggi?
La vita mi ha portato ad Asti dove vivo molto bene. Sicuramente non c’è fermento come a Torino ma si vive più che bene. Condivido con mia moglie la passione per la musica e lo studio dove continuiamo a sviluppare diversi progetti musicali.

Sai che ho due copie del vostro E.P. ‘Any Colour You like’?
Se ne vuoi vendere una…

No! Anzi, forse si!
Solo nel caso una macchina del tempo mi portasse nel 1985  per vedere un concerto dei Chromagain al Tuxedo.

Le immagini sono di  Maria Vernetti

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Francesco Mulassano e il Torino Synth Meeting

Dietro qualcosa che si materializza c’è l’impegno di diverse persone che mettono a disposizione le proprie competenze per realizzare un progetto che qualcuno ha deciso di trasformare in realtà.
Francesco Mulassano è l’ideatore del Torino Synth Meeting, ambizioso progetto che ha potuto realizzarsi per la prima volta nel 2011, quando, unite le forze con Luca Torasso, si è concretizzata quella che in origine era una semplice idea.
Francesco Mulassano, classe ’79, oggi lavora al politecnico di Torino e passa il suo tempo a smanettare con i pomelli dei suoi sintetizzatori anche se in realtà nasce come chitarrista: sul finire degli anni ‘90 si converte agli strumenti elettronici e nasce il suo personalissimo progetto musicale URBANSPACEMAN.

Francesco Mulassano Torino Synth Meeting StoriaNel 1999 scocca la scintilla che 12 anni dopo avrebbe portato al Torino Synth Meeting.
Durante le trasferte lavorative Francesco fa visita ai negozi di strumenti musicali che incontra nelle varie città e all’ interno di un piccolo negozio di Genova, mentre curiosa tra chitarre e multi-effetti vari, nota una tastiera con i fianchi di legno. Nonostante sia ignaro del funzionamento dei sintetizzatori chiede di poterlo provare.
Non escono chissà quali suoni, anzi, sembra che abbia perso una mezz’oretta per comprendere che i sintetizzatori erano per lui un mondo alieno. Il piccolo Moog Prodigy non suona e quello che emette durante la rotazione dei vari potenziometri è incomprensibile, ma è sufficiente ad illuminare Francesco che decide di comprarlo.
Ecco, possiamo dire che la scintilla del Synth Meeting nasce a Genova e non a Torino ma…

Tornato a casa comincia a studiare le basi della sintesi sonora, acquista un Korg Ms-20 ed inizia un lunghissimo periodo di compravendita di innumerevoli strumenti musicali (non sappiamo se li abbia provati tutti, ma sappiamo che li conosce, sa come suonano e sa come ottenere da loro quello che vuole).
Passano gli anni e alla passione crescente per la sintesi analogica si affianca un periodo di conoscenza e studio del software musicale e la stesura di recensioni musicali che gli permettono di conoscere Luca Torasso anche lui appassionato di sintesi analogica.
L’incontro porta nel 2008 alla nascita del NoiseCollective, un forum, un gruppo, un idea che realizza workshop dedicati al mondo dei sintetizzatori e mette in contatto amanti del settore.

Francesco Mulassano Torino Synth Meeting StoriaFrancesco comincia così a maturare l’idea di creare un evento annuale che attiri appassionati di sintetizzatori. Il know-how c’è, l’amico Luca Torasso oramai è un fidato collaboratore che approva ciecamente l’idea e qualcuno interessato a parteciparci sembra esserci.
Nel 2011 viene organizzata la prima edizione Torino Synth Meeting che attira all’interno del Blah Blah, il famoso locale di via Po, solamente i più attivi del NoiseCollective. Qualcuno dice 15, qualcuno 17, ufficialmente vengono dichiarati 18 partecipanti: praticamente 4 espositori privati, 4 amici degli espositori, 4 fanciulle innamorate e i due organizzatori Francesco e Luca.
Passion Lives Here, si diceva una volta a Torino.
La seconda edizione si svolge nel 2012 sempre al Blah Blah e visto l’enorme successo dell’edizione… balle!
La possibilità di vedere e provare strumenti introvabili circola tra gli appassionati che colgono l’occasione per passare una giornata di confronto con altri patiti dei sintetizzatori. I numeri aumentano ma si fermano a 50 partecipanti.
Stand e strumenti musicali costringono Francesco a spostare la location, la terza edizione del #TSM si svolge all’interno del SuperBuddha dei Docks di via Valprato. L’unicità del meeting suscita l’interesse di Disconet che diventa partner dell’iniziativa ed una prima azienda decide di parteciparvi. La GRP Synthesizer è presente nientemeno che nella persona di Enrico Cosimi, il guru italiano della sintesi sonora.
Tra workshop e espositori privati si raggiunge il fatidico numero dei 100 spettatori e Francesco decide di dare un impronta più nazionale all’evento cercando di coinvolgere le aziende italiane ad esporre i propri strumenti alla quarta edizione.
All’invito rispondono positivamente i più grossi distributori italiani di strumenti musicali che portano in dote alcuni marchi importanti del settore e costringono gli organizzatori ad organizzare la fiera dentro la più ampia Student Zone dei Murazzi. Sono presenti molte aziende italiane, gli spazi si prestano a workshop di elevata qualità e il meeting è un evento che comincia a farsi conoscere anche fuori Torino. A fine giornata si conteranno oltre 400 persone.

Francesco Mulassano Torino Synth Meeting StoriaLa quinta edizione è forse la più facile. La location viene riconfermata, costruttori stranieri entrano in contatto con l’organizzazione per essere presenti all’unica fiera italiana dedicata ad un settore che sembrava essere scomparso dalle manifestazioni italiane.
La giornata attirano più di mille spettatori che passano il tempo a seguire work-shop proposti da aziende famose in tutto il mondo e possono provare gli strumenti musicali messi a disposizione dagli appassionati e dalle varie aziende.
La sesta edizione del TorinoSynthMeeting è ancora da scrivere ma le aspettative sono tante.
La location è stata spostata al Bunker di via Paganini per motivi logistici che esigono spazi più grandi. Le aziende presenti saranno tante e con le ultime conferme si superano i 50 espositori. Per la seconda volta la Roland sarà presente al meeting in veste ufficiale e, segno dell’importanza della manifestazione, quest’anno sarà presente anche la Yamaha che ha scelto i Torino Synth Meeting per la presentazione italiana di alcuni suoi prodotti.

Questa è la storia in breve del Torino Synth Meeting, da piccolo ritrovo di quattro amici al Bar ad evento italiano di rilievo ed unico a potersi confrontare con le grandi fiere che si svolgono nelle città europee. Francesco ha avuto una grande idea che grazie all’amico Luca Torasso è diventata realtà, una realtà che quest’anno ha avuto anche il patrocinio del Comune di Torino, del Dams e del IMSTA.
Cosa diavolo è l’IMSTA? L’ IMSTA è l’ente americano che raccoglie i produttori di software musicale e promuove l’uso consapevole e legale del software musicale. Un ulteriore segnale che del TSM se ne parla anche oltreoceano.
Francesco Mulassano, oltre a tutto ciò, nel 2004 ha fondato Ultrasonica, un portale di musica indipendente ed è stato membro della purtroppo disciolta Tacuma Orchestra. Oggi suona nei Space aliens from outer space, è mente attiva del progetto musicale GiAnts e, posso dirlo, anche amico mio.

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Il sarcofago di Lollia Procla, una storia antica

Di Lollia Procla sappiamo molto poco! Le uniche informazioni che si hanno su di lei sono state ricavate dall’iscrizione incisa sul sarcofago che conteneva le sue spoglie ‘mortali’ e che oggi è custodito all’interno del museo Camillo Leone di  Vercelli.  Il ritrovamento di questa testimonianza lo si deve al Dottor Dalmazzo Sancio di Balzola, medico chirurgo e studioso di cultura latina e lettere italiane che, durante il suo peregrinaggio alla ricerca di reperti del passato piemontese,  si imbatté in una curiosa fontana.
All’interno del giardino dei Frati della Consolata di Vercelli esisteva,  probabilmente da secoli,  una curiosa fontana di forma rettangolare con alla base alcuni fori per lo scolo dell’ acqua, ai lati due ghirlande e sul fronte, tra due geni alati, una lunga iscrizione in latino che per secoli nessuno aveva tentato di tradurre.
Il Dottor Sancio non impiegò molto tempo a riconoscere l’importanza della grande vasca, sapeva che era abitudine del passato utilizzare sarcofaghi dell’ epoca romana come fontane e conosceva il latino. Probabilmente fu proprio questo ritrovamento a convincere il dottore che era indispensabile realizzare un grande catalogo di tutti i resti del passato, ‘il frutto dei genio e del sapere de’ nostri maggiori’.

Ma chi era Lollia Procla?

Lollia è vissuta in un periodo storico che si trova tra il I e il III secolo d.c., quando ancora il Cristianesimo non si era ancora affermato nei nostri territori. Questo dettaglio è interessante perché l’iscrizione differisce da quelle che sarebbero venute dopo: non c’è la consapevolezza che esiste un dopo, ma solamente un adesso che quando finisce . . . finisce! Dalle parole, fatte scrivere dai genitori, è evidente il dolore che dovettero provare, forte, come quando perdi un figlio  ma senza il conforto che  Lollia sarebbe  andata nel mondo dei cieli. Per loro non esisteva il paradiso, non potevano neanche immaginarlo e non potevano fare altro che piangere la perdita di una figlia e posare le sue spoglie dentro  un bel sarcofago di marmo bianco che ne ricordasse la sua memoria e le sue virtù: Lollia Procla era una brava cantante, celebre ai tempi nell’arte della musica e abile suonatrice di lira. Non si conosce l’età, ma dall’ iscrizione è possibile intuire che era giovane, che era morta prematuramente e che lasciava dietro di se un grande dolore nel cuore dei genitori che tanto l’amavano.

Il sarcofago di Lollia Procla, una storia anticaFin qui sono tutte informazioni si riescono a ricavare da tre testi del  XIX secolo e dalle brevi descrizioni che oggi si trovano su Internet. Messe assieme danno un quadro sulla storia di Lollia Procla e del suo Sarcofago ma . . . .  un nostro amico, Piero Loccisano ha trovato il tempo di cimentarsi nella traduzione dell’iscrizione nonostante son passati 25 anni da quando il latino lo studiava.
Noi lo ringraziamo perché questo  ci permette di offrirvi  quel qualcosa che manca e permette di apprezzare di più questa storia che vi abbiamo raccontato.

Addio per sempre Lollia Procla
Eterno saluto, non dolerti così del destino supremo
se la sorte ti ha fatto scorrere brevemente la vita,
tutti gli uomini sono uguali
infatti siamo legati al destino
Se la ricompensa della fama, se la nomea di onorabilità,
se grazie a quella fama, se la più alta gloria è tutta parte di te:
cosa dunque rimane ancora in vita.
Non di un interesse materiale per te stessa si venne a conoscenza.
Strilla tu ,lira, tu arcaica cetra insieme alla voce rimpiangetela.
Quelle lacrime mai potranno lenire il dolore.
Fiori bellissimi…sepolcro, tumulo, iscrizione,
le lettere splendenti proclamano una pietra bianchissima ornata di marmo
I genitori

Questa è la traduzione dell’ iscrizione ma, visto che effettivamente è poco comprensibile ed inoltre essendo un epitaffio è scritto con il sentimento e lo stile di 2000 anni fa, diverso da quello attuale.
Potremmo parafrasare il tutto in questo modo:

Addio  per sempre  cara Lollia,  non dolerti per il tuo destino.
l’inesorabile fato ha deciso che la tua vita fosse breve, tutti gli uomini sono uguali e tutti dobbiamo morire:
A te il destino ha dato la fama, l’ onorabilità e la gloria.
Non avevi interessi per le cose materiali ma per la lira e la tua voce che rimpiangiamo
Nessuna lacrima potrà mai lenire il nostro dolore e a te dedichiamo questo sepolcro in marmo bianco con
iscritte le tue lettere che faranno risplendere il tuo nome per l’ eternità.
I genitori.

L’immagine del sarcofago: Museo Borgogna
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Personaggi Torinesi

Teresa e Marianna Gattinara, cantarono per la corte

Teresa Gattinara e la sorella Marianna  non hanno lasciato immagini o dipinti che le raffigurano e forse questo ha contribuito a far si che il loro nome sia ricordato solamente nei testi e negli innumerevoli del  XIX secolo. Tocca quindi a noi ricordare queste due cantanti che nella seconda metà del XVIII secolo intrattenevano la colta società vercellese durante i banchetti e le ricreazioni.

Le due sorelle nascono a Biella intorno alla metà del 1700 e vengono educate alla musica dal padre, l’ufficiale Giovan Battista Gattinara. Le due ragazze si applicano, studiano, cantano e la più grande, Teresa, svolge anche il ruolo di precettrice nei confronti della più piccola Marianna che dimostra di avere la stessa inclinazione al canto e alla musica, insomma erano state dotate da madre natura di una bella voce e di una naturale predisposizione.
Non esistono tracce sulle loro esibizioni, per lo più racconti o brevi testi dove si parla di loro, ma siamo certi che nel 1755, in occasione delle nozze tra il  principe di Piemonte Carlo Emanuele e Maria Clotilde di Francia, le due ragazze biellesi cantano al castello di Moncalieri difronte alla corte reale riunita per i festeggiamenti.
Di quella giornata rimane il ricordo della corte che esplose in forti ovazioni nei confronti delle due cantanti che tanto impegno misero  nel cantare per i reali sposi.

Teresa Gattinara

Il nome di Teresa è citato più volte probabilmente perché, a differenza della sorella, lei si era impegnata nello studio del contrappunto ed era un’ abile suonatrice di Cembalo, con il quale compose alcune sonate di ‘ottimo gusto’, come si usava dire una volta.

IMMAGINE: l’ immagine non rappresenta la cantante ma una statua all’interno di Palazzo Reale.
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Gli Statuto, una band SKA ma prima di tutto Torinese

Ovviamente parlare degli Statuto non è facile, la loro musica non è semplicemente la giusta sequenza di 12 note, ma un’ espressione che rivendica la loro appartenenza alla città di Torino, il loro sentirsi Torinesi, il loro sentirsi cittadini tra tanti e non tra pochi.
Ho avuto modo di passare un po di tempo con Naska che, anche se non era sul palco nel lontano 1983 durante il primo concerto alla Tesoriera  nel contesto della Festa dell’ unità del PCI che oggi sembra chiamarsi PD, è entrato subito a far parte del gruppo originario della band torinese che più di tutte si può definire torinese. Poco importa se i riferimenti musicali arrivavano da oltre manica, le contaminazioni hanno sempre rappresentato una possibilità di crescita culturale per l’uomo e quando trovano casa nel cuore di qualcuno,  uno stile diventa unico, con un preciso marchio di fabbrica.

Gli Statuto, una band SKA ma prima di tutto TorineseUna discussione che doveva essere forse musicale è diventata velocemente uno scambio di ricordi e curiosità come la più stupida di tutte: perché piazza Statuto?
Il gruppo prende il nome dall’omonima piazza dove ancora oggi, dopo oltre 30 anni, si incontrano i Mods cittadini. Al numero 18, e non in centro alla piazza come ingenuamente pensava il giovane Naska che sperava di incontrare i nuovi amici, si riunivano i primi Mods Torinesi che condividevano la necessità di avere un identità propria. Di questo si parla!
Punk, Dark (si chiamavano così negli anni ’80), Metallari o Mods,  la necessità era quella di non accettare omologazioni ma rivendicare una propria identità utilizzando la musica come collagene.
In questo clima di opportunità, l’assenza di cellulari e Internet certo facilitava le possibilità di confronto,  i soliti ragazzi con la chitarra in mano danno vita agli Statuto che, come si usava fare una volta, iniziano la gavetta. Concerti, tanti concerti, tanta musica e un’ impronta che è diventata una bandiera che difficilmente sarà possibile portaglierla: Gli statuto sono un gruppo di Torinese, vivono del loro essere torinesi e suonano la nostra Torino.  Non sono ciechi, anzi: la prima cattedra di ‘Oscar’ (si! è un professore) è all’origine del loro singolo ‘Ghetto’ nel lontano 1987, uno spaccato di Torino, di una gioventù costretta a confrontarsi con un disagio sociale che esisteva e ultimamente sembra tornare realtà.
Ghetto e il singolo precedente dell’86 (Io dio) danno agli Statuto una certa notorietà a livello nazionale: suonano musica SKA, cantano in italiano e  raccontano la realtà e gli spaccati sociali della grande metropoli.

Gli Statuto, una band SKA ma prima di tutto TorineseQui taglio le tante parole con Naska e la racchiudo in un solo periodo: nel 1988 esce il primo album ‘Vacanze’ seguito da un minialbum ‘Senza di lei’ nel 1990. Nel ’91 pubblicano ‘Qui non c’è il mare’, nel 1992 partecipano al Festival di Sanremo con ‘Abbiamo vinto il Festival di Sanremo’ ed  esce l’ album ‘Zighida’ poi….. nella loro lunga carriera di oltre 30 anni gli Statuto hanno pubblicato la bellezza di 19 album e hanno raccolto anche qualche dispiacere…
In occasione del Traffic del 2004 fu organizzata una serata  dove si esibirono i gruppi torinesi più importanti. Destino vuole che qualcuno si dimenticò di invitare gli Statuto e l’errore porto ad un istintivo rifiuto di suonare nella loro città fino al 2010 quando, sempre al Traffic, suoneranno in compagnia dei The Specialist e Paul Weller.

Gli Statuto, una band SKA ma prima di tutto TorineseFin qui gli Statuto come band ma il mio incontro è stato con Naska:

Torino è sempre stata una perla, una perla ben nascosta che, dopo tanta fatica, adesso fa bella mostra di sé.  Ma le perle luccicano, non si mangiano. Una certa forma di degrado la sta circondando, le situazioni da ghetto non sono un ricordo del passato ma una realtà che sta tornando e resta ancora più nascosta di una volta.
In vista del 2006 sono state fatte promesse sulla cultura,  ma sono rimaste promesse. Le proposte sono tante e sempre di alta qualità ma le possibilità per i torinesi sempre meno e non stupisce visto che la nostra cultura identifica il musicista come un fancazzista e la cultura come una spesa e non un’ opportunità.
Manca quell’entusiasmo che c’era una volta, quando l’ esperienza  era una componente della vita e non una fase da saltare.
Prendi i Talent-Show, assolutamente poco realistici, manca tutto quello che definisce un musicista, studiare mentre sposti  gli amplificatori, fare esercizio mentre carichi il furgone, cantare senza sapere dove e come dormirai alla fine del concerto. Ste cazzo di Cover Band che contribuisco ad un certo appiattimento culturale togliendo spazio e opportunità a chi vede la musica come forma di espressione e riscatto.
Non è sentirsi vecchi, ma constatare che tutto luccica, ma c’è tanta forma nelle cose e poca sostanza.
L’ alternativo di oggi è sempre più un fighetto che spara sentenze senza neanche voglia di mettersi  a confronto con quello che vede.

La storia è finita? Assolutamente NO!
Da poco è uscito l’ultimo album degli STATUTO “Amore di Classe” prodotto con la collaborazione di Max Casacci dei Subsonica.
Vi proponiamo il video di ‘Batticuore’ invitandovi ad ascoltarlo attentamente perchè personalmente (io che scrivo) non sopporto chi ascolta musica tanto per far qualcosa o perchè non ha niente da fare, la musica è vita.

 

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The Fantom’s, il Beat torinese nel 1965

I The Fantom’s suonavano a Torino quando non esistevano le discoteche, la città era coperta da una cappa industriale che imponeva rigidi orari alla vita quotidiana e portare i capelli lunghi era sinonimo di sporco e di peccato, quando, insomma un pensiero unico regolava la vita dei torinesi. Niente di strano, ma ieri come oggi, la necessità di evadere e rifiutare l’omologazione ha sempre rappresentato la scintilla della creatività.
Erano gli anni che andavano di moda le balere, le più famose erano il Castellino, La Perla e l’Hollywood, ambienti dove la nascente media-borghesia trovava le occasioni di svago ma che non lasciavano spazio a chi era influenzato dall’ondata beat che, partita da Londra,  prepotentemente scendeva verso il continente.
Oggi  può sembrare ridicolo ma il soul americano, la psichedelia e il successo planetario dei Beatles stavano stravolgendo non solo i gusti musicali, ma anche le abitudini dei ragazzini che all’ improvviso furono travolti da qualcosa che rompeva gli schemi ed esigeva la rottura con tutto quello che era standard, normale e accettato.  Oltre manica si parlava degli Who e dei Kinks, autori del riff di chitarra più famoso della storia musicale rock ‘You really got me’ (primato forse da spartire con Smoke on the Water dei Deep Purple).
In questo contesto storico nascono i The Fantom’s: i fratelli  Spartaco e Luigi Nagliero e i cugini Gino e Walter Nagliero.

The Fantom's, il Beat torinese nel 1965Oggi siamo abituati a vestirci un po come ci pare, anche se in realtà siamo vestiti tutti allo stesso modo, ma negli anni ’60, se portavi i capelli lunghi capitava spesso che venivi apostrofato con la solita e vuota esclamazione ‘vai a lavorare’.  Spesso succedeva che auto ferme al semaforo accennavano un accelerazione se le  strisce pedonali erano attraversate da un capellone, oppure che il bravo padre di famiglia ti fermava per strada per offenderti e compiere il proprio dovere di buon cittadino con qualche oggetto contundente in mano.
Uno dei modi per sfuggire a questo oscurantismo sociale era aspettare la sera e andare in uno dei tanti locali che permettevano di svagarsi ed esprimere la propria personalità.
In uno di questi , ‘La Tampa’,  gestito dal padre di Spartaco e Luigi, esisteva un rituale: le ragazze entravano in bagno vestite in un modo e ne  uscivano completamente diverse. Perché?
Per sentirsi libere di esprimere la loro personalità che la quotidianità sopiva con grigi vestiti. La musica e il ballo facevano il resto.
All’ interno di questo locale nascono i The Fantom’s dove cominciano a provare, ad esercitarsi  e suonare le canzoni che giungevano dalla lontana Inghilterra.  Una volta affiatati, cominciano a suonare di fronte ai clienti della ‘TAMPA’  ogni domenica  contribuendo  a fare del locale un punto di riferimento del Beat torinese.

The Fantom's, il Beat torinese nel 1965I The Fantom’s  non erano un semplice gruppo che scimmiottava gruppi famosi, oggi diremmo cover band,  erano musicisti e compositori influenzati da quello che accadeva attorno a loro e presto si dedicarono a realizzare brani di loro creazione caratterizzati da sonorità beat-psichedeliche.  Iniziano a suonare nei vari locali torinesi trascinandosi dietro il pubblico di affezionati che si era consolidato nel locale di papa Nagliero.
Nel  1966 pubblicano un primo 45 giri che contiene tre canzoni: Nadia, Il treno e Insegne Pubblicitarie.
Le canzoni sono facilmente reperibili su Youtube grazie a Spartaco che le ha pubblicate e danno una chiara idea della differenza che intercorreva tra la loro attitudine, che negli anni ’90 avremmo chiamato Underground, e le proposte della Rai, ai tempi unico canale di diffusione musicale. Il testo stesso di ‘Insegne Pubblicitarie’ che può sembrare avveniristico è un interessante denuncia nei confronti del consumismo che ai tempi si presentava solamente come minaccia.
Entrati in contatto con la casa discografica CEDI pubblicano un secondo 45 giri con due canzoni ‘Noi trionferemo’ e ‘Vieni qui Vicino’  che sarà seguito da un altro singolo per la Polydor ‘Felicità vuol dire’ e poi ….. una esperienza teatrale che li porta ad essere il complesso di scena che accompagna  Sergio Liberovici nell’allestimento di Il mercante di Venezia di William Shakespeare,  e poi … è difficile dire cosa sia successo.

Nel 1971 il gruppo si sfalda, non per dissidi interni ma, per la vicinanza di età dei componenti che li costringere ad assentarsi uno per volta per svolgere il servizio militare. L’ atmosfera si perde e ognuno prende la sua strada.
E denti stretti possiamo anche raccontare una storia diversa: capitava spesso in quei anni che entrare in contatto con una casa discografica era un modo per interrompere la propria carriera.
I gruppi venivano parcheggiati in una sorta di limbo dove ne usciva solamente chi, al momento giusto, era ritenuto un interessante opportunità commerciale e, se eri sotto contratto non potevi far nulla, non potevi pubblicare, non potevi  cambiare etichetta e non venivi inserito nelle tournee che ti permettevano di tirar su qualche soldino.

Luigi e Spartaco Nagliero si dedicano ad altri progetti musicali ma bisogna aspettare il 1998 per sentir parlare di nuovo dei The Fantom’s.
Luigi Nagliero all’insaputa di tutti e in accordo con la Destination X  autorizza la pubblicazione di un album, guardacaso dal titolo ‘Le Insegne Pubblicitarie’, che raccoglie 16 canzoni della fulminea  carriera della band torinese.
L’ operazione ha i suoi frutti.
In molti riscoprono il gruppo e la critica non può non notare quanto unica fosse la loro musica. Spartaco viene invitato alla Primavera Beat di Alessandria e sul palco con i Fenomeni canta ‘Insegne Pubblicitarie’, un singolare occasione che non passa inosservata: i più giovani conoscono  musica e testo della canzone più rappresentativa dei The Fantom’s.

Questa storia è stata raccontata grazie a Spartaco Nagliero che abbiamo avuto il piacere di conoscere e ascoltare.
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Gabriella Fatta, una voce da soprano

Gabriella Fatta è stata una cantante di discreto successo nella seconda metà del ‘700 e in compagnia della sorella ha calcato i palcoscenici di Roma, i più importanti teatri europei e anche il nostro Teatro Regio nel lontano 1768.
Nata a Masserano, piccolo comune oggi in provincia di Biella, si trasferisce a Roma dove conduce una vita normale e da buona cristiana accompagna la sorella in chiesa dove le due pregano e cantano durante le funzioni pastorali. Le loro voci vengono notate dal maestro di cappella che, stupito dalla loro purezza, decide di istruirle al bel canto e insegna loro la musica; le due ragazze apprendono velocemente  e in breve tempo cominciano ad esibirsi nei teatri romani.
Il timbro di voce di Gabriella, soprano,  era particolarmente ricercato dagli impresari teatrali e questa caratteristica facilitò la carriera della cantante che non aveva difficoltà a trovare ingaggi.
Diventate famose, le due sorelle  partono per una serie di esibizione nei teatri europei più importanti dove  Gabriella ha modo di distinguersi, tanto che  gli ammiratori cominciano a chiamarla ‘La Gabrielli’, pseudonimo che accompagnerà la cantante per il resto della vita.
Nel 1768, ‘La Gabrielli’ arriva a Torino e si esibisce al Teatro Regio  in due drammi  ‘Il trionfo di Clelia’ e il ‘Creso’ del maestro Caffaro. Le cronache, o sarebbe meglio dire i ricordi postumi, raccontano di una esibizione spettacolare seguita da ovazioni ed acclamazioni che, con tutta probabilità,  hanno dato a Gabriella la possibilità di essere ricordata ai posteri; effettivamente l’ unica data che esiste è quella dello spettacolo torinese.

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By Pietro Metastasio, Johann Adolph Hasse , Public Domain

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Giovanna Astrua, la voce più bella d’ Europa

I tempi cambiano ma per raggiungere la perfezione i metodi sono sempre gli stessi, esercizio, gavetta e talvolta una predisposizione che solo madre natura può dare, come nel 1720 quando a Graglia, piccolo paese in provincia di Biella, nasce Giovanna Astrua.
La  giovane cantante  dimostra fin da subito una dote naturale per il canto e la musica che educa andando a Milano dove si forma per esordire a Torino nel 1737.
Inizia nella capitale Sabauda la carriera artistica della voce più bella d’ Europa, come ebbe a definirla Voltaire. In breve tempo la sua fama la porta in tutti i teatri italiani e successivamente in Germania dove Giovanna Astrua si stabilisce come cantante alla corte di Federico II.
La sua voce non passa inosservata e la sua fama raggiunge tutte le corti europee.

Giovanna Astrua canta per Vittorio Amedeo III

Nel 1750 viene richiesta espressamente dai reali sabaudi che la vogliono per cantare durante il matrimonio di Vittorio Amedeo III con Maria Antonietta Ferdinanda. In quella stessa occasione, finito probabilmente il matrimonio, si esibisce anche  dove oggi sorge la Gran Madre: ai tempi esisteva un tempietto pagano perfetto per rappresentare  ‘Fetonte sulle Rive del Po’, opera composta dal torinese Giovannantonio Giaj sul libretto di Giuseppe Baretti, luogo dove secondo la leggenda Fetonte sarebbe caduto dal suo carro.
Pochi anni dopo si ritira dalle scene a causa di problemi alla voce e purtroppo nel 1757 la tubercolosi spegne la giovane e grande cantante.

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Romanino Carro Fetonte Buonconsiglio” by LauromOwn work. Licensed under CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons.