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San Massimo, il primo vescovo della città di Torino

San Massimo é stato il primo vescovo della Città di Torino che ai tempi veniva chiamata Augusta Taurinorum, un piccolo castrum circondato da possenti mura che proteggevano una primordiale comunità cristiana e una moltitudine di abitanti  che veneravano divinità da secoli presenti nelle vicende quotidiane dei taurini.

Quando giunse in città, 1500 anni fa,  Massimo concentro  il suo impegno pastorale  su tre aspetti della vita torinese di allora: eliminare l’eresia Ariana, colpevole di rigettare la divinità di Cristo ponendolo ad un livello inferiore, convertire i pagani al cristianesimo ed infine vegliare sulle anime dei cittadini torinesi.

Gli eretici ariani non impegnarono il vescovo più di tanto, erano pochi e le abitudini di questi tendevano ad creare una forma di autoesclusione voluta che avrebbe portato ad una eliminazione naturale di gente che Massimo definiva pericolosa, falsa e cospiratrice, ma non peccatrice. Il peccato lo individuava nei pochi ebrei presenti in città  che erano ciechi di fronte alle loro colpe e alla venuta del cristianesimo, rivelazione che a conti fatti aveva svuotato l’ebraismo  del suo senso;  inoltre li accusava di operare con maligna astuzia infilandosi in tutti i settori per dedicarsi ai loro ignobili traffici.

Convertire i pagani si rilevó un compito relativamente facile. Torino era continuamente sotto assedio da parte dei primi barbari che attraversavano le Alpi e di banditi organizzati come piccoli eserciti. I Torinesi vivevano una continua condizione di terrore che divenne l’argomento principale del vescovo: la continua minaccia di invasioni, la crudeltà della vita erano segni dell’imminente fine , un percorso di fuoco senza pace che si sarebbe concluso con la  luce del signore solo per chi, terrorizzato dai suoi sermoni, si convertiva al cristianesimo.

Massimo era un vescovo molto esigente, duro nelle prediche, scontroso, collerico nei confronti dei suoi fedeli che amava sinceramente e spesso era costretto a motivarli, a dare un senso alla loro vita e alla loro fede. A loro chiedeva una fede sincera, una fede sentita e vissuta nella quotidianità attraverso le indicazioni che venivano impartite durante i sermoni.

Attraverso le 106 prediche di certa attribuzione lasciate ai posteri si capisce che Massimo non voleva una conversione di convenienza ma piuttosto una consapevole conversione basata su impegni, rispetto delle cerimonie e  una condotta di vita cristiana.

Il DIGIUNO, che provocó tante critiche da parte dei suoi fedeli, ma anche tanti adepti,  era  l’unico mezzo per evocare l’aiuto di Dio contro le invasioni e trovare forza ed il coraggio per affrontare la durezza della vita. Un impegno serio che dall’alba al tramonto impediva di mangiare, avere rapporti sessuali e divertirsi.
Quanto risparmiato doveva tramutarsi in ELEMONISA ed essere destinato ai poveri, atto che rinnovava il battesimo dentro il fedele.
Questi due atti rafforzati dalla PREGHIERA, dalla PENITENZA e dalle VEGLIE erano le migliori armi contro la durezza della vita e la perenne condizione di minaccia a cui era sottoposta una città che di pari passo doveva dotarsi di mura sempre piu efficienti e di misure difensive costanti.

Oltre all’importanza della fede il vescovo era consapevole del ruolo anche politico e sociale che aveva la sua figura. Forte delle nuove leggi imperiali che ponevano forti limiti al concubinato, Massimo esortava i cittadini a cacciare la concubina quando non sposati o a sposarla se non ancora impegnati nel sacro vincolo dl matrimonio.
Fedele alla sua missione invitava le autorità civili a mettere in atto ogni possibile mezzo per eliminare il paganesimo che al di fuori le mura continuava ad essere la  pratica religiosa piu diffusa e accusava le stesse autorità di fare leggi ma di non farle rispettare.
Agli inviti spesso aggiungeva aspre critiche nei confronti delle autorità che vendevano le sentenze, riscuotevano le giuste tasse con troppa discrezionalità, pensavano solo ad arricchire le proprie famiglie e tolleravano  i metodi aggressivi dei militari quando rivendicavano  il diritto di preda.

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SAN MASSIMO I

Quanto alla società civile le parole si San Massimo suonano ancora oggi attuali. Tolta l’incresciosa opinione che era preferibile l’arido deserto alle donne, il maggior male esistente, il resto delle sue parole raccontano vizi che il vescovo vive ed accetta con rassegnazione.
I torinesi trascurano le feste, non rispettano i digiuni e sono di dubbia moralità. In troppi pensano alle loro terre, ai loro beni e ai loro banchetti,  rifiutano il digiuno, scappano dalla città alle prime difficoltà e vengono in chiesa per paura di essere additati come pagani.
I ricchi proprietari al di fuori della città sono i peggiori, trattano con rispetto e amore i propri cani e tengono sul limite della sopravvivenza i propri schiavi. Inoltre, come se non bastasse, tollerano le credenza pagane e di conseguenza sono complici del peccato e un impedimento alla lotta contro il paganesimo.

Oggi di Massimo, primo vescovo di Augusta Taurinorum nel lontano V secolo, si parla poco.
É un argomento che interessa pochi, un periodo storico poco di moda, ma che ci racconta  la prima manifestazione della cristianità torinese in una città  che ai tempi contava pochissimi cristiani evangelizzati qualche  anno  prima da san Eusebio. Gli anni che vedevano la nascita dell’arcidiocesi torinese e la posa della prima pietra della chiesa di Sant’Andrea che sarebbe diventata la Chiesa della Consolata.

 

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Tommaso Francesco di Savoia, il capostipite dei Carignano

In tutte le grandi casate regnanti del passato, e quella dei Savoia non è da meno, ci sono tante tipologie di uomini e donne che vengono ricordati o dimenticati a seconda del loro ruolo: ci sono i memorabili, quelli cioè che hanno lasciato un segno tangibile e sono passati alla storia, ci sono i citati, meno importanti degli indimenticabili e che sono finiti nei libri di scuola almeno sotto forma di menzione, e per ultimo ci sono gli scordati, quelli che hanno contribuito alle sorti della storia della propria dinastia, ma che sono stati un pochino dimenticati; oggi vi racconto di uno di questi, Tommaso Francesco di Savoia, principe di Carignano.
Cominciamo col dire i motivi per cui andrebbe ricordato più spesso: innanzi tutto è stato il capostipite della dinastia Savoia-Carignano, è stato uno dei personaggi cardine del conflitto legato alla successione del ducato di Savoia dopo la morte di Vittorio Amedeo I e per ultimo, ma non meno importante, era il nonno di Eugenio di Savoia Soisson, il grande stratega che ha liberato Torino dai Francesi durante l’assedio del 1706.
Ma vediamo di andare con ordine…

Il cocco di papà

Tommaso Francesco di Savoia nasce a Torino il 22 dicembre 1596, è il nono figlio di Carlo Emanuele I, l’ ultimo maschio e per questo escluso da ogni possibilità di successione. Prima di lui e quindi destinato al trono c’è il fratello Vittorio Amedeo mentre Maurizio, il secondogenito, viene indirizzato alla carriera ecclesiastica (diventerà cardinale, anche se di fatto non ha mai preso i voti).
E Tommaso?
Voci del tempo raccontano che il piccolo di casa Savoia è il cocco di papà, la mamma muore quando Tommaso ha solo un anno dando alla luce il decimo figlio del duca. Forse dire cocco è un tantino esagerato pensando ai giorni nostri, infatti i rapporti con il papà sono piuttosto saltuari; il duca è quasi sempre impegnato nelle campagne di guerra in giro per l’Europa e la peste, che imperversa in Piemonte alla fine del ‘500, costringe i rampolli di casa Savoia a continui spostamenti nelle varie residenze piemontesi per sfuggire al mortale morbo. Possono quindi passare parecchi mesi, se non addirittura anni tra una coccola e l’altra.

Principe di Tommaso Savoia Carignano Galleria Sabauda Torino
Principe di Tommaso Savoia Carignano Galleria Sabauda Torino

Nasce la dinastia dei Savoia-Carignano

Passano gli anni e per Tommaso arriva l’età del matrimonio, a quanto dicono i cronisti del tempo è un bell’ometto, ma si sa nel ‘600  fascino e bellezza non vengono assolutamente tenuti in considerazione. Carlo Emanuele I ha in mente un buon partito per il “preferito” dei suoi figli ed è quindi necessario per lui un titolo d’alto rango e di tutto rispetto: decide di erigere a principato il feudo di Carignano e di insignire Tommaso Francesco del titolo di Principe di Carignano. Al giovane principe viene data in sposa Maria di Borbone, contessa di Soisson, figlia di Carlo di Borbone, una delle più nobili famiglie francesi e ovviamente il matrimonio fa parte di un piano ben preciso di Carlo Emanuele I utile a consolidare i rapporti fra i Savoia e la Francia. Dal matrimonio nascono ben sette figli tra cui Eugenio Maurizio il papà di Eugenio di Savoia Soisson.
Tommaso Francesco è quindi  il capostipite del ramo Savoia-Carignano, i suoi discendenti saranno i futuri re d’Italia; quando Carlo Felice di Savoia, re di Sardegna nel 1831, muore senza lasciare eredi, gli succede Carlo Alberto di Savoia pro-pro-pronipote del principe Tommaso.

Principe Tommaso Francesco di Savoia
Principe Tommaso Francesco di Savoia

L’impegno militare

Fin dalla giovane età è coinvolto  nelle guerre promosse dal padre atte ad ampliare il territorio sabaudo, che col passare degli anni coinvolgono anche Francia e Spagna che non hanno alcuna intenzione di lasciare che i Savoia amplino i propri possedimenti e il loro potere.
Negli anni successivi, durante la guerra dei trent’anni i giochi politici dell’Europa inevitabilmente coinvolgono il casato piemontese e dividono il ducato sabaudo tra coloro che appoggiano i francesi, approvando la linea di Vittorio Amedeo I e della moglie Maria Cristina di Borbone-Francia, sorella di Luigi XIII e coloro che invece parteggiavano per la Spagna.
Il principe Tommaso abbraccia la causa spagnola, tanto da comandare le truppe iberiche nella battaglia sul Reno contro i francesi, come lui anche il cardinal Maurizio e le sorelle appoggiano la Spagna schierandosi tutti contro Vittorio Amedeo I ormai alleato con i francesi. Ovviamente la frattura all’interno del casato crea parecchi problemi alla corte, ma la crisi decisiva avviene con la morte di Vittorio Amedeo I al quale succede il figlioletto Giacinto Giuseppe di soli cinque anni.
Maria Cristina, la Madama Reale, diventa reggente, ma il piccolo duca muore dopo solo un anno e gli succede il fratello Carlo Emanuele, di quattro anni sempre con la mamma come reggente.

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Tommaso di Savoia, la corte si divide

Tommaso Francesco comincia a farsi due conti: Carlo Emanuele è l’ultimo figlio maschio di Vittorio Amedeo, è molto piccolo e soprattutto cagionevole di salute, nell’eventualità di una morte prematura del nipote i parenti più diretti per la successione al trono sono i fratelli di Vittorio Amedeo I, il cardinal Maurizio e lo stesso Tommaso.
Tutta la corte si divide tra i principisti che parteggiano per Tommaso e quindi per la Spagna ed i madamisti che appoggiano Maria Cristina e la Francia. La disputa diventa talmente violenta da sfociare in una guerra civile con due conseguenti assedi di Torino, nel 1639 da parte degli spagnoli e nel 1640 ad opera dei francesi che mettono fine al conflitto.
Finita la guerra civile vengono normalizzati i rapporti tra la Madama Reale ed i cognati; Maria Cristina continua a fare la reggente per il figlioletto, Maurizio prova a fare il cardinale e Tommaso riprende a fare il principe e le guerre schierandosi però con i francesi…

Abbiamo visto che Tommaso Francesco di Savoia-Carignano non è un personaggio di primo piano, non è ricordato spesso, ma ha sicuramente lasciato segni importanti nel percorso che ha permesso ai Savoia di regnare su Torino e poi sull’Italia per così tanti anni.

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Vittorio Amedeo II, per una città libera e vittoriosa

Arrivò il momento per Vittorio Amedeo II di prendere il controllo  della situazione. La reggenza della madre Maria Giovanna Battista era debole, succube, se non alleata, del re Francese Luigi XIV. Lo stato versava in condizioni pietose.
Allo sfarzo nobiliare della corte si contrapponeva il debito del ducato, il popolo stremato dalla fame, l’esercito francese libero di accamparsi e controllare i territori sabaudi. Insomma, un ducato del nulla costretto a strisciare ai piedi del lontano re francese.

Determinato e uomo tutto d’un pezzo Vittorio Amedeo II restituì alle sue terre la dignità,  alla corte l’autorità e al suo regno il prestigio europeo.
I territori Sabaudi si espansero verso il Monferrato, la Lombardia e la Sardegna. Riconquistò Pinerolo restituendo al mittente l’offesa e liberò il suo regno dall’invadente autorità dei cugini francesi.
Le casse dello stato si riempirono nuovamente nonostante le guerre e i nuovi istituti da lui  creati. Tutto ciò senza gravare sul suo popolo che tanta fame patì pochi anni prima. Insomma, l’unico a lasciare il segno dai tempi del suo avo Emanuele Filiberto di Savoia.

Vittorio Amedeo II, per una città libera e vittoriosaVittorio Amedeo II non era il tipo di regnante che bisbigliava ordini. Lui procedeva spedito, non gli piaceva aspettare per arrivare ai suoi scopi o realizzare i suoi desideri,  non importava il come ma il quando: subito! Lui voleva devozione cieca, a “pensare” ci pensava lui, gli altri dovevano semplicemente eseguire senza cercare di capire se dietro ai suoi ordini ci fosse moralità, giustizia o utilità.
Non amava lo sfarzo della madre. Il suo operato era tutto finalizzato a dare lustro e prestigio ai territori sabaudi e per farlo andava nei campi di battaglia. Lui dirigeva le operazioni, lui esigeva e alle sconfitte reagiva con la sottile destrezza di chi ha un obiettivo più grande piuttosto che un palazzo più bello.
Con Vittorio Amedeo II la città di Torino uscì da un periodo buoi e stantio. L’industria, l’agricoltura e lo studio si diffusero nel regno, la pretese ecclesiastiche vennero sopite e regolate, l’esercito divenne un istituzione organizzata nel migliore dei modi. La cultura e la civiltà cominciarono a trovare casa nelle città sabaude.
Diede al Piemonte la forma di uno stato forte, prestigioso e determinante nelle dispute europee: il seme che un secolo dopo sarebbe germogliato nell’antico sogno millenario di un Italia unita.

Vittorio Amedeo II, per una città libera e vittoriosaInsomma, questo era Vittorio Amedeo II.
Il piccolo e gracile principe nato il 14 maggio del 1666 che la città accolse in festa; l’ amante di Anna Carlotta Teresa Canalis, di Jeanne Baptiste D’Albert de Luynes e di tante altre donne; il duca che perse le battaglie di Staffarda e della Marsaglia ma vinse la guerra liberando definitivamente Torino dall’intrusione francese; alla madonna lui si votò e la basilica di Superga edificò.
Insomma, lui è Vittorio Amedeo II.

Racconto liberamente arricchito e ispirato a “Storia del Regno di Vittorio Amedeo II” di Domenico Carutti | Le Monnier 1863
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Umberto Biancamano di Savoia

Quando Amedeo VIII di Savoia, figlio del Conte Rosso, decise di mettere un po’ di ordine nel proprio albero genealogico, si  trovò in un serio imbarazzo, perché le notizie certe sull’avo Umberto Biancamano scarseggiavano, così escogitò il modo di inventarsi una discendenza niente meno che dall’imperatore Ottone il Grande di Sassonia, il cui pronipote, un tale Beroldo, sarebbe stato il padre, non si sa se legittimo o meno, del primo pilastro della dinastia sabauda.

Alcuni storici sostengono che Umberto Biancamano, primo personaggio del casato a essere definito “conte” in un documento del 1003, nacque in Savoia, forse a Chambery, intorno al 980  e fu essenzialmente un guerriero e un avveduto uomo d’affari, tanto che, grazie a continui cambiamenti di fronte alla ricerca dell’alleanza più conveniente, riuscì a ottenere da Corrado II il Salico il controllo sui valichi alpini del Moncenisio del piccolo San Bernardo.
Ciò significò poter imporre pedaggi per il transito di mercanti e pellegrini, ma anche la facoltà di favorire il passaggio solo agli eserciti disposti a concedere favori al proprietario. Fu così che i Savoia iniziarono ad accumulare ricchezze e a diventare spregiudicati maestri nell’arte della diplomazia.
Umberto ebbe cinque figli, tra i quali Oddone, che successe al fratello primogenito, morto senza discendenti e che mise a segno il colpo grosso sposando l’erede al marchesato di Torino.
Perfino il nome Biancamano sembra essere il frutto di un errore: infatti lo si trova per la prima volta in un documento del XIV secolo.
Alcuni storici ipotizzano la svista di un amanuense, che invece di albis moenibus (“dalle bianche mura ” di una fortezza o delle Alpi) scrisse albis  manibus, “dalle bianche mani”, soprannome con con cui il capostipite dei Savoia passò alla storia: un curioso appellativo per un uomo che trascorse la vita combattendo e accumulando ricchezze e i cui discendenti non sempre si sarebbero meritati un alone tanto immacolato.

Guarda le immagini della tomba di Umberto Biancamano di Savoia

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Immagine modificata: Di Abate Ferrero di Lavriano – Albero Gentilizio della Casa di Savoia, Pubblico dominio | Wikipedia

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Maria Bricca, l’eroina di Pianezza del 1706

Maria Bricca o Maria Bricco? Questo è il primo mistero da risolvere quando ci si trova difronte alla storia, o racconto, di questa eroina nata a Pianezza il 2 dicembre 1684 da Giuseppe e Francesca Chiaberge. Maria Chiaberge acquista il nuovo cognome l’8 febbraio 1705 quando si sposa con Valentino Bricco e continua a mantenere lo stesso cognome fino al 23 dicembre 1733 quando lascia le sue spoglie mortali. Ciò nonostante viene ricordata con il come Maria Bricca e spesso soprannominata la Bricassa.
Il motivo è probabilmente da ricercare nell’ abitudine del passato di cambiare l’ultima lettera del cognome per renderne più piacevole il suono, inoltre il nome dell’ eroina, soprannominata ‘la bricassa’, meglio si tramandava con una consonante finale che identificava subito le caratteristiche femminili dell’eroina del 1706.
Maria Bricca, o Bricco, è realmente esistita e viveva a Pianezza, un piccolo borgo che a causa della posizione che consentiva di osservare comodamente tutto il territorio torinese, era spesso attraversato e saccheggiato dalle truppe francesi. Nel 1693, quando Maria era ancora bambina, passarono da Pianezza il Catinat e le sue truppe per dirigersi verso il Castello di Rivoli, che saccheggiarono e diedero alle fiamme per poi andare verso la Marsaglia per suonarle di santa ragione all’ ambizioso Vittorio Amedeo II.
Maria è quindi cresciuta con una particolare avversione nei confronti dei francesi e una sincera ammirazione nei confronti dei Savoia.
Di lei, però, si perdono le tracce molto presto, il suo nome ricompare solamente quando viene sepolta nella chiesa San Pietro e Paolo di Pianezza.

Maria Bricca, l'eroina di Pianezza del 1706Potrebbe concludersi qui la storia di Maria Bricco.
Fino al XIX secolo nessun atto parla di lei e neanche la bibliografia ufficiale dell’ Assedio di Torino cita mai il suo nome. Nonostante i testi non siano pochi, Maria Bricca non compare mai e bisogna aspettare un testo scritto da un anonimo francese perché la sua storia venga ripresa, ufficializzata dal re Carlo Alberto, immortalata in un famoso quadro oggi all’ interno degli appartamenti reali della Basilica di Superga e raccontata nei più svariati modi.
I testi del XVIII Secolo sull’ assedio di Torino, il più antico che abbiamo trovato risale al 1707, raccontano, con piccole variazioni tra di loro, questa storia che riassumiamo brevemente:

Venuto a sapere che il reggimento di Chatillon era in arrivo da Susa per unirsi agli assedianti francesi, Vittorio Amedeo ordina al marchese Visconti di far appostare la brigata Falchestein e i granatieri prussiani, comandati dal generale Monasterolo, nelle vicinanze della Dora, tra Alpignano e Collegno.
Quando le truppe francesi comandate dal marchese Bonet arrivano all’altezza della Dora cadono pietosamente in trappola. Le forze capitanate dal Monasterolo hanno subito la meglio sui soldati francesi che impreparati e comandati disordinatamente dal Bonet sono costretti a ritirarsi nel vicino castello di Pianezza. Parecchi soldati e il comandante restano uccisi, vengono arrestati ufficiali e gregari francesi e il bottino è immenso: 200 muli carichi di vettovaglie per gli assedianti appostati attorno a Torino, 50 muli carichi di Champagne per il duca D’Orleans e 250 muli carichi di polvere da sparo.
Il principe Eugenio di Savoia, abile stratega militare, non si lascia scappare l’ occasione per infliggere una pesante sconfitta ai francesi ed animare lo spirito dei suoi soldati in vista dello scontro finale di Torino.
Dopo una breve consultazione con il cugino Vittorio Amedeo II ordina di attaccare il castello contando sul fatto di trovare soldati in preda al panico, stanchi del lungo viaggio e impreparati alla difesa: dall’ esterno l’ attacco verrà sferrato dalle truppe comandate dal marchese Visconti mentre il Principe di Anhalt guiderà 50 granatieri prussiani lungo una galleria segreta per portare lo scontro direttamente all’ interno del castello.
La conquista del castello si conclude in brevissimo tempo, i francesi vengono annientati, i pochi che riescono a fuggire vengono inseguiti dai soldati sabaudi che danno la grazia ad ognuno di loro e infine il tocco di genio del principe Eugenio: bisogna motivare i soldati per lo scontro finale e quale miglior motivazione c’è dei soldi? Il bottino, che consisteva in soldi probabilmente destinati ai soldati francesi, viene diviso tra i soldati piemontesi.

Anche se con varianti minime, perlopiù sulla posizione e sulla presenza del principe Eugenio, di Vittorio Amedeo II e del marchese Visconti, due particolari sono sempre gli stessi: a comando del gruppo che percorre la galleria c’è sempre il principe di Anhalt e all’ interno del castello i soldati vengono descritti come arroccati e terrorizzati in attesa dell‘arrivo della morte.

Maria Bricca, l'eroina di Pianezza del 1706Questa è la storia raccontata per tutto il XVIII secolo fino a quando non compare un testo anonimo francese che racconta una storia che aggiunge particolari inediti sui fatti accaduti la notte tra il 4 e il 5 settembre 1706. In questo testo si parla di una certa Maria Bricca, detta Bricassa, che veduta assediata la sua città Pianezza oramai da troppo tempo, non perde l’ occasione propizia di far sloggiare gli odiati francesi.
La vicenda viene ripresa dal Canalis e in pochi anni si diffonde e viene raccontata in svariati modi fino a perderne l’ originale svolgimento anche se bisogna precisare che non tutti gli storici la considerano attendibile. Il Cibrario e altri studiosi scelgono di non citare l’ avvenimento, alcuni rivedono la posizione della Bricca in quanto ritengono impossibili una seria di particolari e alcuni invece mettono in dubbio la stessa presenza dell’ eroina nelle vicende della conquista del castello. Noi però siamo qui per raccontarvi di Maria Bricco, Bricca o Bricassa!

Vedendo i soldati francesi impegnati a festeggiare senza alcuna preoccupazione, ‘la Bricassa’ decide di recarsi presso gli accampamenti sabaudi per informare il principe Eugenio di Savoia di essere a conoscenza di un passaggio segreto che porta da casa sua fino al castello occupato dagli invasori.
Il principe non perde tempo e ordina al principe prussiano Leopoldo I di Anhalt-Dessau di seguire la donna che li avrebbe portati direttamente all’ interno della struttura e attaccare i francesi mentre il marchese Visconti avrebbe attaccato dall’ esterno.
Maria a capo di 50 granatieri brandeburghesi percorre la galleria che scoprirà bloccata da una cancellata che lei stessa abbatte e con furia irrompe nella sala da ballo urlando ‘Viva i Savoia’.
La vittoria è schiacciante! I francesi, presi di sorpresa, in un primo momento pensano che sia uno scherzo, qualcosa che faceva parte dei loro festeggiamenti, ma ai primi colpi di ascia sferrati dalla Bricassa comprendono che non si tratta di uno scherzo, ma ormai è troppo tardi: vengono tutti passati per la spada dai granatieri.
L’ assalto si conclude con l’ arresto di 2 colonnelli , 2 generali e un bottino di cannoni, 600 cavalli e due milioni di franchi”.

Maria Bricca, l'eroina di Pianezza del 1706Sicuramente la verità sta nel mezzo e la conosce solo chi quel giorno era lì a combattere, ma due osservazioni possiamo permetterci di farle, giusto per approfondire le nostre conoscenze su Torino e sul 1706. Giuste o sbagliate saremo poi noi a decidere!
Per certo sappiamo che il passaggio che portava da casa di Maria al castello esisteva e sappiamo che i francesi furono sconfitti.
Nell’ ambito della leggenda, invece, rientra ‘con chi’ abbia parlato Maria Bricca visto che le troppe versioni rendono impossibile sapere se era un villano del posto, il marchese visconti o addirittura il principe Eugenio, che difficilmente avrebbe parlato con la prima donna che passava nei pressi dell’ accampamento. Il famoso testo anonimo, però, ci dice che lei ha parlato con il marchese Visconti.
Sempre lo stesso testo presenta un errore dettato dall’ enfasi dello scrittore: Maria sarebbe entrata nel salone da ballo gridando ‘Viva il Re’, il chè è impossibile, perchè Vittorio Amedeo II non era ancora re, lo sarebbe diventato solo dopo la pace firmata ad Utrecht nel 1713. L’ errore è stato corretto poi dagli scrittori del XIX secolo trasformando le parole di Maria in ‘VIVA I SAVOIA’.

Un’ altro particolare strano è lo stato d’ animo dei francesi all’ interno del castello.
Prima dell’ arrivo di Maria Bricca, nei testi del XVIII secolo si afferma che all’ interno del castello si respirava aria di terrore, della sconfitta imminente e della morte vicina alle loro vite. Dopo invece viene detto che all’ interno del castello c’era un clima di gioia, di goliardia, della sicurezza di stare in un posto sicuro, talmente sicuro che i francesi passavano il tempo a bere champagne in compagnia di donne e talmente sicuri da sottovalutare l’ importanza di difendere il castello.
Anche i personaggi cambiano, uno in particolare sembra essere sparito.
Partendo dal primo testo che abbiamo consultato, datato 1707, abbiamo notato come il principe d’ Anhalt diventa sempre meno importante fino a scomparire del tutto dai racconti. É un peccato perché questo uomo, oltre a comandare i 50 uomini che si impadronirono del castello, è stato anche il primo ad entrare a Torino il 7 settembre 1706.

L’ impressione che abbiamo è che la storia di Maria Bricca, per quanto abbia dei collegamenti con la storia reale, sia cresciuta e diventata famosa in un periodo storico che aveva bisogno di punti di riferimento per la causa italiana. Eroi ed eroine del passato che, grazie alla loro dedizione e fedeltà, fossero punti di riferimento, personaggi ai quali i futuri italiani potessero ispirarsi, figure leggendarie che promuovessero l’ unificazione d’Italia e la famiglia dei Savoia a comando del regno che sarebbe arrivato nel 1861.

Maria Bricca non ha avuto lo stesso successo “commerciale” di Pietro Micca, forse perchè donna o forse perché non è morta come dovrebbe fare un eroe che si rispetti, ma ha lasciato varie tracce della sua esistenza e della sua impresa.
1844 – Il celebre Gonin realizza una tela per le decorazioni della Sala del Caffe di Palazzo Reale dove immortala l’ attimo in cui Maria Bricca irrompe nella sala colma di francesi. Oggi il quadro si trova negli appartamenti reali della Basilica di Superga.
1906 – All’ ingresso della famosa galleria viene posto un busto dedicato a Maria Bricca e nelle vicinanze viene inaugurato un monumento che ricorda l’impresa.
1910 – Esce nelle sale cinematografiche il film muto ‘Maria Bricca: l’ eroina del piemonte’ diretto da Edoardo Bencivenga con la famosa Lydia Quaranta che interpreta Maria. Il film viene distribuito in Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna.
2011 – La Fvm-quatb production realizza un cortometraggio che ripercorre la storia di Maria Bricca.

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Storie Storie di Torino

La peste, narrata dal Fiochetto.

L’ estate torinese del 1630 narrata dal Fiochetto racconta una Torino che mai potremmo immaginare e, forse a causa della vergogna, si evita di descrivere. Il problema non è tanto il fastidio di immaginare via Dora Grossa ricoperta di cadaveri in putrefazione ma il dover osservare come, nei momenti peggiori, anche l’ uomo tira fuori il peggio di se.

Si salvi chi può
Al duca il merito di essere stato tra gli ultimi a lasciare Torino quando oramai la situazione era prossima al peggio. Prima di lui la nobiltà aveva abbandonato la città portando via tutto quello che poteva e gli uomini del  consiglio comunale, neanche il tempo di essere eletti, lasciavano la città. Per arginare la fuga dei Torinesi il duca fu costretto ad emanare un piccolo editto che minacciava la confisca dei beni a chi lasciava la città. La povera gente invece passava per la frusta anche se c’erano delle eccezioni: vista la gravità della situazione erano esonerate le donne e i bambini essendo le sofferenze della morbo già sufficienti come pena.

La selezione
Il numero di cadaveri ai bordi delle strade aumentava di giorno in giorno. I beccamorti, pagati dal comune, colsero subito l’ occasione per guadagnare qualche soldo in più raccogliendo solo i defunti che avevano i familiari ancora in vita e disposti a cedere qualche soldo per far portar via il loro caro.
Bellezia dovette intervenire minacciando pene severe ai beccamorti che prendevano soldi o sceglievano i cadaveri in base allo stato di decomposizione, che se in stato avanzato perdevano pezzi durante il carico sul carretto.

Troppi
Nei momento peggiori sembra che i cadaveri ammassati arrivassero al primo piano delle abitazioni, venivano gettati direttamente in strada dalle finestre finchè c’erano familiari in casa ma poi anche loro morivano. Per le strade non c’ erano abbastanza beccamorti e anche loro perivano, tanto che il duca decise di  offrire due dei suoi schiavi di colore per la raccolta.
Quando la peste cominciò ad allentare la presa,  pulite le strade si passo a sanitizzare le case che da mesi erano visitate da ladri e  miserabili.

Sotto lo stesso tetto
É forse impossibile capire cosa succedeva in quei giorni ed è forse ancora più difficile accettare che la vita era molto diversa da oggi: tra la povera gente perdere un familiare voleva dire non poter più mangiare e perdere il marito voleva dire morire di fame. Nei mesi che precedettero il culmine della pestilenza,  quando moriva l’ uomo di casa non passavano neanche 24 ore che un altro uomo si sostitutiva nel suo letto. Il limite si tocco quando la sostituzione avveniva in tempi troppi brevi e sospetti costringendo il sindaco a vietare l’ abitudine con le consuete frustate.

Le campagne
Nelle campagne si moriva per due motivi, o per la peste o per i mercenari sabaudi. In prevalenza tedeschi, questi soldati si spostavano  di cascina in cascina uccidendo tutti gli abitanti e stazionando all’ interno finche non consumavano tutte le provviste.  Spostandosi da una cascina all’ altra lasciavano dietro di se tanti di quei cadaveri che non fu possibile seppellirli essendo piú veloce e sicuro buttarli direttamente nel fiume Po. Come se ciò non bastasse, nei pressi di quella che oggi è Vanchiglia, un accampamento di soldati tedeschi costrinse il municipio a scendere ad accordi per far passare il grano che la città aspettava.

Le Paure del duca
Prima di darsi alla fuga, giustificata dagli impegni che il ruolo esigeva, il duca cerco di convincere il sindaco a far entrare in città i mercenari al soldo della corte. Conoscendo l’ odio dei cittadini nei loro confronti, Bellezia preferì provvedere al pagamento di 300 cittadini per difendere la città. La situazione era talmente grave che non era consigliabile avere in città soldati stranieri che si sentivano padroni di dire, fare e volere qualsiasi cosa. Il popolo li temeva e li odiava e Bellezia non poteva permettere il loro ingresso in città nonostante, una Torino indebolita, era facile preda dei francesi che avrebbero potuto entrare ed impadronirsene. In realtà i soldati  francesi erano impegnati ad emulare i mercenari tedeschi nelle campagne all’ esterno di una Torino che cominciava ad avere piú cadaveri che vivi.

Numeri
11000 abitanti prima della peste meno 3000 abitanti alla fine della peste fa 8000 anime. Il conteggio si riferisce con tutta probabilità alle persone all’ interno delle mura Torinesi e nei lazzareti nelle immediate vicinanze. Il calcolo non tiene conto di tutte le persone morte, nelle campagne sabaude, per il morbo e per la spada dei tedeschi e dei francesi. Inoltre non considera le persone morte per la fame che circolava indisturbata, sempre nei territori sabaudi, prima, durante e dopo la peste.

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La Grande Peste Nera del 1630 a Torino

Sulla Peste del 1630 a Torino sappiamo che morirono dalle 8000 alle 11000 persone in base al campione che decidiamo di analizzare, ma sappiamo poco su cosa avvenne in quel fatidico anno.
Conosciamo i nomi di chi è restato in città a gestire l’ emergenza come Bellezia e Fiochetto, sappiamo che le famiglie nobili e aristocratiche scappavano a molti kilometri di distanza e sappiamo che la povera gente moriva come moriva chiunque, all’improvviso . . . il corpo ricoperto di tacchi, bubboni e . . . . .
Il cardinale Maurizio di Savoia non era indifferente alle condizione di quelli che lui chiamava ‘povera gente’ e, quando le autorità decisero di espellere dalla città mendicanti, poveracci e i più miseri dei miseri, non esito a stampare moneta per dare qualche soldo che alleviasse gli ultimi giorni di vita dei forestieri. I Torinesi, invece, potevano contare sull’ aiuto del municipio.

Che c’era qualcosa che non andava lo si era capito il 5 gennaio del 1629 quando, durante la seduta municipale, il ‘medico chirurgo civico’ informava  il consiglio che all’ospedale dei poveri erano presenti molti ammalati con evidenti segni sul corpo della peste: tacchi e bubboni.
Chi erano?
Poveri che in città trovavano sempre un torinese disposto ad alleviare le loro sofferenze, erano forestieri arrivati in città per scappare dalle truppe mercenarie tedesche. Questi soldati oltre a combattere al soldo del duca sabaudo razziavano tutto ció che trovavano sul loro cammino e, probabilmente, contribuirono a portare la peste dai territori milanesi. Ma non solo . . .
A Susa premevano i francesi, che al pari dei loro nemici di battaglia, non erano troppo gentili con i valsusini. Gli abitanti della valle furono così costretti a spostarsi verso la città portando con loro il morbo che, arrivato forse dalla Francia, si dirigeva verso Torino; l’ anno precedente si era concluso con i frati torinesi che si dirigevano in Val di Susa per aiutare, appunto, i malati di peste.
Capita la gravità della situazione, il comune decide di spostare i malati al San Lazzaro e inizia la distribuzione di 1000 pasti al giorno per i più poveri nella speranza di contenere il morbo e alleviare le sofferenze della ‘povera gente’.

L’ autunno inizia con la notizia di due forestieri morti con tacchi nel corpo ad Orbassano e di focolai di peste a Brianson, Chiomonte e San Michele.
L’ opinione diffusa che la peste arrivasse dalla Francia e i consigli del protomedico Fiochetto suggeriscono al consiglio comunale, presieduto da Bellezia, di adottare provvedimenti urgenti: dal mese di novembre è impossibile entrare in Torino senza una bolletta di sanità che indichi caratteristiche fisiche della persona e l’ indicazione di essere sano nel paese di provenienza; non può entrare in città la merce proveniente da Susa, i privati non possono ricevere visite e le sepolture devono avvenire fuori città.

Arriva la Peste

Il 1630 inizia con ‘Guglielmo Calzolaio abitante  presso il Guanto Rosso’ identificato dal Fiochetto  come ‘Franceschino Lupo’: è il primo caso di peste certificato a Torino*.
Ad aprile la situazione precipita: il miglioramento delle condizioni climatiche favorisce la diffusione del morbo. Il 17, dello stesso mese, il Magistrato di Sanità, preoccupato della velocità con cui si diffonde la malattia, decide di espellere tutti i mendicanti dotando loro di 200 fiorini; anche il cardinale Maurizio di Savoia si interessa del problema ordinando il conio di nuova moneta non disponibile in città.
All’ interno delle mura rimangono solo i torinesi che, arrivata la stagione calda, cominciano a morire in centinaia ogni giorno. Il panico si diffonde trovando terreno fertile nell’ ignoranza, qualcuno da bruciare con l ‘ accusa di unzione lo si trova sempre e tale pratica facilità il mantenimento dell’ ordine pubblico.  I roghi pubblici diventano anche un modo liberarsi dei corpi che cominciano ad accumularsi ai bordi delle strade: é ben documentato il caso di Francesco Giugulier che viene bruciato in piazza castello sopra una catasta fatta dai cadaveri sparsi nella piazza, avvenimento che causo anche le protesta da parte del popolo ma  . . .  cosa doveva o poteva fare il sindaco Bellezia?

Mentre i duchi e la nobiltà cittadina scappavano dalla città, lui continuava a combattere contro la peste e in particolar modo contro l’ ignoranza e la cattiveria umana che nelle situazioni difficili esplode in tutta la sua crudeltà. Furti, omicidi, sostituzione di identità, adulterio, paura, vigliaccheria si impadroniscono della città e costringono il sindaco a emanare giornalmente una nuova disposizione per mantenere l’ ordine.
Nonostante il forte impegno di Bellezia, del protomedico Fiochettto e dei pochi uomini municipali rimasti in città il morbo decima la popolazione torinese. In un anno la popolazione passa da 11000 a 3000 anime e quando il morbo comincia ad essere sotto controllo oramai e troppo tardi.
Non esistono più attività commerciali e laboratori artigianali, i frati e gli uomini di chiesa sono tutti morti colpiti anche loro dal morbo durante la loro opera di aiuto alla città e i lazzaretti sono diventati cimiteri a cielo aperto.

Ai pochi cittadini rimasti vivi spetta il compito di risollevare le sorti della città diventandone padroni per poco tempo. Finita l’ emergenza, la nobiltà torna in città ripristinando la solita vita,  i saltimbanchi tornano ad animare le piazzette cittadine, le porte della città vengono riaperte ricominciando ad attrarre i mendicanti che trovano nei torinesi la generosità che distingueva la ‘povera gente’ delle piccole strade di una Torino che non esiste più.

* Esistono varie interpretazioni sul primo caso di peste a Torino. La peste girovagava nei territori sabaudi già dal 1629, arrivando molto vicina alle mura della città. Sappiamo che nel 1629 alcune persone erano state condotte a morire di peste nei lazzareti  e sappiamo che un probabile caso era stato registrato in via Dora Grossa.  Si riportano varie date e le più attendibili ci sembrano quelle riportate da Vincenzo Claretta che possiamo riassumere in questo modo: 6 gennaio il medico Zurlino informa il municipio di un calzolaio sospetto di avere il morbo, il 12 gennaio Bellezia invia Fiochetto a verificare la presenza della malattia, il 14 gennaio il Sindaco informa la congrega che è stato registrato il primo caso del 1630 di peste a Torino.

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Storie di Torino

La Battaglia della Marsaglia, 1693

La ‘Battaglia della Marsaglia‘ è un massacro che la storia chiama ‘battaglia’ per dare un senso  alla morte di oltre 12000 anime. Uno scempio di corpi aggravato dall’abbandono dei cadaveri sul campo di battaglia e dal sospetto che ‘forse’ si poteva evitare visto essendo in corso trattative segrete tra il duca Vittorio Amedeo II e il re di Francia Luigi XIV per porre fine alla guerra.  Il Principe Eugenio di Savoia cercò di dissuadere il cugino, ma Vittorio Amedeo II decise di affrontare il Catinat alla base del monte San Giorgio di Piossasco . . .  e perse!
Il periodo storico è conosciuto. La Francia si espande, la Lega Augustea si contrappone, tu sei figlio a me, lui è cugino a me, si ma tu, no ma io.  Guerra!
Modi e alleanze non importano più di tanto. Per Vittorio Amedeo II l’unico obiettivo è scrollarsi di dosso l’ invadente presenza di Luigi XIV nella vita e nella politica del ducato di Savoia. Il duca è consapevole che il futuro del suo ducato è legato all’indipendenza della sua corte.

Luigi XIV non sta a guardare e per tenere a freno le intenzioni di  Vittorio Amedeo II gioca la sua carta migliore: il maresciallo Nicolas de  Catinat de La Fauconnerie.
Catinat non è un uomo mite e non ama le mezze misure, abile combattente e stratega preferisce la ‘bajonette‘ alla ‘parola‘.  Attraversa in lungo e in largo i territori del duca travolgendo tutto quello che incontra: castelli, paesi, campagne, uomini e donne.
Non fa distinzioni, è fedele Luigi XIV, vuole vendicare le  sanguinose scorrerie sabaude nei territori francesi e vuole dare una lezione al duca sabaudo che osa sfidare il suo amato re.
La situazione nel 1692 è diventata pesante. Pinerolo è in mano ai Francesi, Nicolas de Catinat soggiorna a Fenestrelle in attesa di nuove truppe per attaccare Torino nella speranza di consegnare al suo Re un gloriosa vittoria come  quella di Staffarda.

Il castello della Marsaglia a Cumiana.
Il castello della Marsaglia a Cumiana.

Vittorio Amedeo II, diremmo oggi, non ci sta più dentro! È stanco di essere trattato come un vassallo da Luigi XIV, si sente minacciato ed sempre meno tollerante nei confronti dei francesi.
Il duca decide cosí di  riprendere con la forza il controllo dei territori in mano al nemico. Lui in Val di Stura,  il duca di Schomberg nella Val di Luserna, il marchese di Parella a Barcelloneta e il principe Eugenio di Savoia al colle di Vars. Purtroppo, o per fortuna degli abitanti, l’inverno alle porte costringe le truppe a rimandare le operazioni.
L’ anno successivo  Vittorio Amedeo II  si rimette in marcia deciso a riprendersi la cittadella di Pinerolo, ma è costretto ad  rinunciare all’impresa ed a spostare le truppe alla Cascina della Marsaglia: sono giunte voci che Nicolas de Catinat ha iniziato la discesa verso Torino, ha saccheggiato Venaria e dato fuoco al Castello di Rivoli.
Venuto a conoscenza dello spostamento delle truppe confederate il maresciallo francese decide di andare incontro al duca e si apposta alle  cascine del Dojrone.

Quartier generale del maresciallo Catinat
Quartier generale del maresciallo Catinat

La nebbia dell’alba annebbia la vista e le menti. ! Il mattino del 4 ottobre le truppe sono già dislocate e pronte allo scontro.
Vittorio Amedeo II schiera 25000 uomini, il fronte destro poggia sul fiume Chisola ai piedi delle colline del monte San Giorgio, quello al centro occupa il territorio dell’ attuale Volvera e quello a sinistra lambisce il Sangone e Orbassano. Il maresciallo Nicolas de  Catinat schiera 40000 uomini nei pressi degli attuali Tetti Francesi di Rivalta con le punte estreme che toccano Piossasco e Orbassano.
Le prime cannonate mettono in movimento i soldati che, protagonisti di una sanguinosa battaglia da dimenticare, cominciano ad accasciarsi per terra in modo disordinato.
I francesi attaccano con una violenza inaudita le truppe comandate dal Principe Eugenio, vera minaccia per l’ esito della battaglia mentre  Vittorio Amedeo II, e non trovando una grossa opposizione sul fronte da lui comandato, si convince che la battaglia si può anche vincere.
Dopo poche ore, però, il duca si accorge che ha commesso un errore: ha sottovalutato l’importanza strategica della collina di Piossaco che il Catinat si è affrettato ad occupare per controllare dall’alto lo svolgimento della battaglia.
Da quella posizione il maresciallo francese nota che sul lato destro i confederati sono molto deboli e ordina di attaccare con decisione le truppe ai piedi del monte San Giorgio.
Vittorio Amedeo ordina di inviare truppe a supporto del fronte destro, ma è troppo tardi!
I soldati vengono sopraffatti dall’esercito francese che comincia le operazioni di accerchiamento delle truppe confederate.

Vittorio Amedeo II sconfitto si ritira a Moncalieri.
Vittorio Amedeo II sconfitto si ritira a Moncalieri.

La superiorità numerica è schiacciante, i francesi  sono diventati abili nell’utilizzo del l’ultimo ritrovato tecnico, la bajonetta, e fanno strage di soldati. Il principe Eugenio di Savoia combatte senza sosta ma l’offensiva francese è talmente devastante che è costretto alla ritirata verso il castello di Moncalieri in compagnia del cugino Vittorio Amedeo II.
Oramai vincitore della battaglia Nicolas de Catinat si reca al Castello della Marsaglia e scrive a Luigi XIV per informarlo della vittoria. Vittorio Amedeo II,  al sicuro al castello di Moncalieri, si lecca le ferite in compagnia del cugino e dei suoi fedelissimi. Sul campo di battaglia rimangono a terra 9000 uomini del duca e 2000 soldati francesi.
Nonostante la vittoria, il duca a Moncalieri e la città di Torino forse indebolita, Nicolas de  Catinat decide di ritirarsi; aveva perso molti uomini, l’inverno era alle porte, l’esercito dei piemontesi sembrava essersi ricompattato e forse non era prudente muovere le truppe verso Torino.

A ricordo dell’ ordinanza per la sepoltura dei soldati.
A ricordo dell’ ordinanza per la sepoltura dei soldati.

L’ abbandono dei cadaveri esposti agli sciacalli, che recuperavano le armi, e agli animali, che trovavano cibo in abbondanza, segnò pesantemente i paesi coinvolti nella battaglia. La zona divenne una sorta di inferno nel mondo dei vivi, i comuni vicini erano invasi del puzzo di putrefazione che arrivava dalle campagne.
L’ anno successivo, per ordine del Magistrato della Sanità,  si cominciarono a seppellire i morti in fosse comuni e per parecchi anni qualsiasi tipo di coltivazione fu impossibile a causa dell’ inquinamento dell’aria e delle acque.
Forse è questo il motivo, oltre alla sconfitta, per cui si è evitato di parlare della battaglia della ‘Marsaglia’. Per duecento anni, gli unici a ricordare il 4 ottobre del 1693 sono stati i cittadini dei vari paesi coinvolti che, forse per purificare la zona dalla colpa, posizionavano croci in onore delle 12000 anime passate a vita migliore.

Monumento a ricordo della battagliaLa Battaglia della Marsaglia, oggi!

Castello della Marsaglia
Il famoso castello della Cascina della Marsaglia che ha dato il nome alla battaglia.
La struttura ha visto nel giro di 24 ore cambiare inquilino. Il 3 ottobre, all’interno delle sue stanze, Vittorio Amedeo II pianificava la sua strategia. Il 4 ottobre, sempre al sue interno, Nicolas de Catinat scriveva al Re Luigi XIV per informarlo della vittoria.
Di fronte alla cascina nel 1993 è stato inaugurato un monumento che ricorda la battaglia e la fragilità della pace.

Targa a ricordo del maresciallo Catinat
Targa a ricordo del maresciallo Catinat

Dojrone
Una targa ricorda l’ impresa di Nicolas de Catinat. Si ritiene che qui si fosse appostato il maresciallo francese nei giorni precedenti alla battaglia.

Cascina “La Bruina”
In prossimità di via Piossasco-Rivalta, nel comune di Bruino, è presente una croce dove presumibilmente era presente un ospedale da campo delle truppe francesi.

Orbassano
Sotto il porticato del palazzo del municipio nel 1913 è stata posizionata una targa che ricorda l’ordine di ripulire i campi a causa del fetore provocato dall’abbandono dei cadaveri.
Più in basso, invece, una targa del 1993 ricorda la battaglia.

La Croce Barone a Volvera
La Croce Barone a Volvera

Volvera
Su iniziativa del conte Ludovico Laderchi,  nel 1913 fu inaugurato un monumento alla memoria dei vincitori e dei  vinti risorti in dio. La grande croce, che poggia sopra una grossa pietra di granito, fu posizionata sopra quella che avrebbe dovuto essere una fossa comune realizzata nel 1694.
Di fronte alla grande croce, sul muro perimetrale di una azienda privata sono stati collocati alcuni pannelli realizzati da numerosi artisti che ricordano il triste giorno.

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Curiosità di Torino

Il Toro è simbolo della città di Torino

Nel volume Historia dell’Augusta città di Torino di Tesauro Emanuele c’è una bellissima illustrazione in antiporta che ritrae il re Eridanio che mostra la pianta della città di Torino al Dio Api dalle sembianze di un toro, in basso un uomo muscoloso con anch’esso la faccia di un toro, rappresenta Eridano, il fiume Po.

Il Toro è simbolo della città di TorinoL’ epigrafe è posta nella parte alta della stampa, in un vessillo sorretto da due cherubini e sintetizza l’ipotesi del Tesauro rispetto alla nascita della città di Torino e alll’origine del suo simbolo.
Egyptiorum Rex Eridanus – Eridani Fluviorum Regis in Ripam – Urbem Egiptio Tauro Cognominem Inaugurat – Septé Seculis Ante Romam conditam (Il Re degli Egizi Eridano – sulla riva del Re dei Fiumi Eridano (Po) – fonda l’URBE col nome del Tauro egizio – sette secoli prima della fondazione di Roma)
“Perchè prendendo gli auspici dal suo Api, adorato in Egitto per patrio Nume sotto sembianza di Toro; del Nume istesso le diede le insegne e ‘l Nome. Onde troviamo anche delle antiche memorie questa istessa Città con due diversi Nomi dal suo Autore illustrata. Peroche da quel Toro Augurale fu detta Taurinia: & Taurini gli suoi Cittadini, e Popoli del suo Distretto, essendo Capo di Provincia. Et Taurine le Alpi sopra lei eminenti, che lunghi secoli appresso furono chiamate Cottie. Dal cognome del suo Fondatore fu cognominata Eridania; & Eridano il suo Fiume, unico Re de’ Fiumi”.

A quanto pare, però, la storia sull’origine del Toro, simbolo di Torino, è un tantino diversa e decisamente più recente.
Nel medioevo, l’araldica, è un metodo semplice, vista la moltitudine di analfabeti, per associare ad un determinato simbolo una persona o una qualsiasi entità. Per rendere più semplice il riconoscimento, solitamente, viene scelto una figura che ricorda il nome, nel caso di Torino, per assonanza il Toro che viene definita appunto figura parlante.

La prima immagine che ci è pervenuta risale al 1360 sul “Codice della Catena”. Su due pagine le miniature dei Santi protettori di Torino ed in basso un toro rosso in campo bianco alternato alla croce bianca in campo rosso, stemma del conte Amedeo VI di Savoia. In questa miniatura il toro è rappresentato passante, ovvero in una posizione naturale di passo, solo un centinaio di anni dopo comincia l’evoluzione del toro che da passante diventa “furioso” e quindi imbizzarrito, poggiato solo sulle due zampe posteriori.

Il Toro è simbolo della città di TorinoUn Toro che cambia

L’ evoluzione della figura del toro continua fino ai primi del novecento; presso l’archivio storico della città è possibile, consultando gli atti del Consiglio Comunale, vedere i cambiamenti dell’animale fino all’attuale figura. Tra le varie evoluzioni ricordiamo che durante il periodo napoleonico sulla parte alta dello stemma tre api (simbolo di napoleone) sormontavano il toro infuriato, più recentemente, nel 1934, sullo scudo appare il fascio littorio dal quale è stato “liberato” dopo la Liberazione e il toro è tornato ad essere solo ed imbizzarrito sullo scudo.

Dal 1460 e per circa trecento anni, in cima alla torre di San Gregorio (la torre civica) un grande toro dorato muggisce al vento. L’animale, realizzato in metallo cavo, è costruito in modo che al passare del vento un verso simile ad un muggito segnala ai torinesi la sua presenza.

Lampioni, stemmi, portoni, decorazioni e ancora piatti, statue, capitelli e l’immancabile Toret, la tipica fontanella di Torino;  il simbolo del toro è costantemente presente e radicato a Taurinia ed ai Taurini.

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Storie di Torino

Vittorio Amedeo II, la Vergine e la Basilica di Superga.

All’ interno della Chiesa di Santa Cristina è visibile un dipinto di autore ignoto che ricorda il giorno in cui il  duca Vittorio Amedeo II, in compagnia del Principe Eugenio, fece voto di costruire una grande chiesa in caso di vittoria contro i francesi.

Mentre la città era sotto assedio, il 2 settembre 1706  i due ‘Sabaudi’ si appostarono in punta alla collina dove oggi sorge la Basilica di Superga. La posizione permetteva di avere una visione generale di tutta Torino e di studiare le caratteristiche e il dislocamento delle truppe francesi. 5 giorni di osservazioni, analisi e  progetti.
Vittorio Amedeo II e Eugenio pianificano la difesa,  le modalità di attacco e i movimenti delle truppe Savoiarde all’interno di un contesto bellico che non faceva sperare in un esito positivo dello scontro.
Nella vita, non si sà mai!  Vittorio Amedeo II decide di fare un voto alla Vergine! Difronte all’ altare della Vergine nell’ antica Cappella di Nostra Signora di Saropergia, il Duca promette di costruire una grandiosa chiesa in caso di vittoria contro l’esercito francese che assedia la città di Torino.

Vittorio Amedeo II, la Vergine e la Basilica di Superga.Vittorio Amedeo II devoto alla Vergine.

Oggi abbiamo la fortuna di vedere ogni giorno, in punta alla collina, quella magnifica costruzione che ci osserva dall’ alto, segno inequivocabile che le cose sono andate esattamente come voleva Il duca Vittorio Amedeo II.
Mah c’è sempre un però!
Agli inizi del ‘900, dopo attenti studi dei documenti del XVIII secolo, gli storici  hanno evidenziato come la ‘leggenda del voto’ fosse un racconto romantico posteriore all’ assedio di Torino. Una leggenda per dare forza e legittimità alla famiglia dei Savoia. L’unico dato effettivo è la dedizione dei Savoia nei confronti della Madonna, dato che risulta invece evidente nei documenti.