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Curiosità di Torino

Ma esattamente, quando è stato musicato ‘Fratelli d’Italia’?

Quando è stato musica l’ Inno di Mameli?
Probabilmente è una curiosità tutta torinese o forse è un mistero solo per me che non conosco la storia ma, onestamente, non sono ancora riuscito a capire quale sia la data esatta del giorno in cui fu musicato il Canto degli Italiani.
Ho sempre saputo che la data era  il 23 novembre 1847, ma la targa in via XX settembre recita così: in questa casa che fu /  di Lorenzo Valerio / una sera  sui 10 di no/vembre 1847 / il Maestro / Michele Novaro di/vinava le note al / fatidico / INNO DI MAMELI / nel centenario della / nascita del poeta. / Auspice il Liceo Cavour 1927.
Ho sempre sbagliato? La data indicata nella lapide è il 10 NOVEMBRE 1847!

Ma esattamente, quando è stato musicato 'Fratelli d'Italia'?Per trovare una risposta ho sfogliato una cinquantina di testi,  la data indicata è sempre il 23 novembre 1847, due o tre volte il 10 novembre ed una volta sola il 15 novembre. Anche Wikipedia riporta la data del 23 aggiungendo un dettaglio in più: il 10 novembre Mameli spedisce al Novaro il testo scritto che giunge a Torino la sera del 23.
Il particolare curioso è che tutti i testi da me consultati fanno riferimento a due testi specifici: ‘Scritti Editi ed inediti di Goffredo Mameli’ di Anton Giulio Barrili edito nel 1902 e ‘I miei tempi’ di Vittorio Bersezio edito nel 1933.
Nel primo troviamo gli avvenimenti della serata raccontati nel 1875 a Barilli che riuscì ad intervistare nientemeno che  Michele Novaro e, nonostante il racconto sia molto dettagliato, non compare alcuna data, almeno nella copia in nostro possesso.
Nel secondo si possono leggere le parole di uno dei presenti, Vittorio Bersezio, che ricorda quella lontana serata e posticipa la data al marzo del 1848, cosa impossibile perché per certo esiste una prima partitura stampata nel dicembre del 1847 (l’ opinione più comune è che vista l’avanzata età del Bersezio, i ricordi  fossero un po sbiaditi).
Su Wikipedia c’è anche un’ulteriore fonte al lato della data del 10 novembre: Inni di Guerra e Canti patriottici del Popolo Italiano di Rinaldo Caddeo edito nel 1915.
Lo abbiamo consultato e non abbiamo trovato alcuna data.

Ma esattamente, quando è stato musicato 'Fratelli d'Italia'?Quello che sappiamo per certo è che la targa in via xx settembre è molto precisa ‘10 novembre’ e ‘divinava le note’. Anche in questo caso non siamo riusciti a trovare maggiori informazioni se non un  trafiletto de ‘La Stampa’ del 1927 che informava i torinesi dell’ avvenimento ma non c’è scritto niente di utile per trovare ulteriori informazioni o la data da noi cercata.

Quindi, quando è stato scritto l’ Inno d’Italia?
Il 10 non ci convince, se non altro per il fatto che il 90% dei testi indica la data a noi familiare anche se un dubbio ci rimane….
guardando attentamente il documentario realizzato da RaiStoria, al minuto 13 appare la partitura originale scritta da Michele Novaro e… sorpresa… c’è un’altra data il 5 ottobre/dicembre 1847!

Forse un giorno riusciremo a consultare lo spartito originale che oggi è proprietà dell’ Archivio Ricordi ed è consultabile solo andando da loro, per il momento ci dobbiamo accontentare di quello che abbiamo scoperto fino ad oggi.
Il ‘Canto degli Italiani’, scritto da Goffredo Mameli, e diventato ‘Fratelli d’Italia’, musicato da Michele Novaro, ha risuonato per la prima volta il 5 ottobre, 10 novembre, 15 novembre, 23 novembre, 5 dicembre del 1847.

Se avete ulteriori informazioni o una spiegazione storica, scriveteci!

NOTE

  • Esiste un testo più vecchio L’inno di Mameli musicato da Michele Novaro. Con note raccolte da A. Pastore e la musica trascritta pei giovinetti da G. Ferrari, del 1889. Non siamo riusciti a consultarlo ma sembra che a pagina 42 le note a margine raccontano la famosa serata. Forse li è possibile trovare qualche indicazione in più.
  • Non siamo riusciti ancora a consultare il libro di Vittorio Bersezio  ‘I miei tempi’ edito nel 1931 e ristampato dall’ ASSOCIASSION PIEMONTÈISA. Le pagine che riguardano i ricordi dell’ autore sono però riportate in innumerevoli siti web e testi stampati. Anche in questo caso non è mai indicata alcuna data.
  • I siti istituzionali non indicano mai una data precisa, si limitano a dire una serata del Novembre del 1847.
  • Nel libro ‘Scritti editi ed inediti di Goffredo Mameli ordinati e pubblicati con proemio introduzione e note a cura di Anton Giulio Barrili del 1902 viene indicato il mese di settembre. La data esatta non è indicata ma si parla di ‘una sera di mezzo settembre’
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Storie di Torino

La Madonna Immacolata dei Lavoratori

Mancavano pochi minuti alla benedizione della grande statua in bronzo dedicata alla Madonna dei Lavoratori e il vescovo di Lourdes monsignor Théas, rivolgendosi in francese alle migliaia di torinesi che si accalcavano lungo la strada che porta al Monte dei Cappuccini, ebbe a domandarsi se si trovasse a Torino o dinnanzi alla grotta di Lourdes.
Sul piccolo palco allestito erano presenti le maggiori autorità della città , il sindaco di Torino Peyron,  i presidenti della provincia, della Corte d’Appello, della SIP e della FIAT,  il prefetto di Torino, il procuratore generale, il questore, gli assessori del comune, molti parlamentari giunti da Roma e gli assessori del comune.

Madonna dei Lavoratori Monte dei CappucciniLa statua era ancora coperta, ma la cancellata che fino a due anni prima  chiudeva l’ingresso della grotta di Lourdes  era visibile e attirava gli sguardi e l’attenzione di tutti. La preziosa protezione era stata donata ai Lavoratori della Fiat nel 1958, proprio dal vescovo di Lourdes che oggi presenziava alla cerimonia, e da oggi avrebbe protetto i Torinesi e la Madonna dei Lavoratori, la grande e longilinea statua voluta dei lavoratori torinesi e dedicata alla Madonna Immacolata.

Madonna dei Lavoratori Monte dei CappucciniTolto il velo e benedetta la statua il cardinale Fossati si rivolse al Sindaco dicendo «…il simulacro, perché lo voglia accettare non soltanto come ornamento della città, ma anche come invito perenne perché la Madonna sia generosa delle sue benedizioni…» e lui, dopo aver ringraziato rispose con l’augurio che «…questo simbolo della pietà possa rappresentare protezione e difesa per tutti…»

Madonna dei Lavoratori Monte dei CappucciniA  rendere più solenne l’inaugurazione della grande statua posizionata al lato della chiesa di Santa Maria al Monte, alle 12, in filodiffusione, dagli altoparlanti usci la voce del pontefice Giovanni XXIII:
«…Ci piace immaginarvi diletti figli raccolti sulle pendici del colle, su cui la primavera distende i suoi primi colori…  L’antica cancellata della grotta, donata agli operai torinesi, è stata collocata su questo colle, sicché il messaggio di Massabielle rimarrà legato in modo anche visibile all’immagine mite e benedicente della Madonna, che d’ora innanzi guarderà verso la città di Torino a proteggere chi prega, chi soffre, chi lavora…»

Per tutta la giornata una lunga fiumana di persone si recò in pellegrinaggio per chiedere almeno una grazia alla Madonna…
… ma chi c’era oggi ricorda il lungo corteo di 20000 fiaccole luminose che da  corso Moncalieri si allungava senza sosta fino alla vetta del monte dei cappuccini…
Era il 27 marzo 1960!

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Parchi e Fontane Storie di Torino

Fontana dell’Acquedotto dell’Eremo dei Camaldolesi

Non c’è niente di magico nell’obelisco situato nel piazzale difronte all’Eremo dei Camaldolesi e a poche centinaia di metri dai ripetitori della Rai. Si tratta della Fontana dell’Eremo, purtroppo in disuso da decine d’anni, abbandonata a se stessa e da alcuni, per fortuna pochi, spacciata come simulacro, non ben spiegato, legato alla Torino Magica che spesso non risponde  alla semplice curiosità di sapere cos’è quello o cos’è quell’altro.
Oggi, guardandola si rimane indifferenti e senza risposte, scritte imbrattano la sua superficie, il tempo la sta consumando e il compito più nobile che ricopre è quello di far compagnia a chi, vicino a lei, aspetta l’arrivo dell’autobus diretto verso Torino.
Il suo scopo però era ben altro, lasciare ai posteri il ricordo di una grande conquista che oggi a molti farebbe ridere: il municipio di Torino aveva portato l’acqua al di sopra dei 400 metri della collina Torinese, luogo che non era mai stata troppo generoso nel dispensare acqua.

Da decenni esisteva il problema dell’approvvigionamento dell’acqua in una zona che, nel dopoguerra, si configurava ideale per lo sviluppo residenziale e per le gite dei Torinesi che, grazie alla diffusione dell’automobile,  guardavano alla collina come luogo di distrazione dalla sempre più caotica ed industriale Città di Torino.
Erano gli anni in cui l’Azienda Acquedotto Municipale, dopo la sensata concentrazione della gestione delle acque alla cosa pubblica, aveva il dovere di portare l’acqua dove non c’era, per rispondere alle necessità reali dei suoi cittadini,  e dove avrebbe potuto arrivare per favorire lo sviluppo della città.
Nasce così l’ esigenza di costruire l’acquedotto sull’Eremo, un ambiziosa opera che, senza discostarsi dal preventivo originale di 50 milioni di lire, consisteva in lunghe tubature, una stazione di pompaggio con una adiacente vasca, una seconda vasca di compensazione in cima al colle e la Fontana dell’Eremo a ricordo dell’allora più grande opera costruita per le necessità idriche della collina torinese.

 

Fontana dell acquedotto dell eremo torinoLa Fontana dell’Eremo

La Fontana dell’Eremo, opera di  Mario Dezzuti, fu inaugurata in pompa magna il 30 maggio 1955 con una cerimonia che vide la partecipazione delle autorità cittadine, dell’ingegnere autore dell’opera Salvatore Chiaudiano, del presidente dell’Acquedotto Municipale, del Sindaco di Torino Peyron, dei soliti ministri presenti ad ogni cerimonia importante e del Cardinale Fossati che benedì la Fontana.
Nessuno però sapeva che questo piccolo monumento a forma di fontana sarebbe finito nel dimenticatoio nonostante le pure e buone intenzioni.
Gli applausi, le strette di mano e i reciproci complimenti festeggiavano un’opera importante e una fontana che avrebbe dovuto dare conforto e ristoro ai viandanti che si sarebbero trovati in cima al Colle dell’Eremo durante le loro gite domenicali o di ritorno verso casa.

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Storie Storie di Torino

La storia di Clara Maria Brigida Ribolet, la strega

Clara Maria Brigida Ribolet fu arrestata nel  1716 con l’accusa di stregoneria e di attentare alla vita del giovane principe di Piemonte Carlo Emanuele. Tecnicamente non c’era niente che provasse la sua colpa, ma erano anni dove la superstizione e l’ignoranza regnavano sovrane con la complicità delle istituzioni ecclesiastiche che alimentavano la credenza che le streghe esistevano e bisognava prima torturarle e poi porre fine al loro peccato.
La signora Ribolet  si vantava delle sue capacità magiche per  incutere timore e guadagnare il rispetto della  povera gente. Raccontava con tranquillità e dovizia di particolari di essere una grande esperta nella preparazioni di incantesimi e pozioni magiche, di frequentare balli e convegni notturni in compagnia di streghe  e demoni e di essere in grado di realizzare statuette magiche, insomma  tutti argomenti che nel lontano 1700 erano ritenuti veri, senza alcun ombra di dubbio.
Nella credenza popolare le statuette erano dei talismani dalle fattezze umane realizzati con cera, terra di cimitero, ostia consacrata, olio santo, sangue e cervella di bambino, sangue di gatto e Agnus Dei. Nessuno metteva in dubbio la loro efficienza e tutti erano a conoscenza del fatto che quando un ferro trafiggeva la statuetta  nello stesso istante sarebbe morta la persona raffigurata, un vero e proprio omicidio premeditato.
Un giorno, in un eccesso di superbia, la maldestra  Clara Maria si vantò, o forse confidò a qualcuno, di avere realizzato una statuetta con le fattezze del giovane principe figlio del duca Vittorio Amedeo II: quella fu l’ ultima volta che si vanto delle sua capacità magiche.

La strega al castello

La strega viene arrestata e messa alle strette confessa che era in atto una congiura nei confronti di Carlo Emanuele da parte dei Principi di sangue, dei Ministri di Stato, dei sacerdoti  e di tutto l’ entourage di corte più influente. Le sue parole e la sua fama di strega  sono quanto serve per farla arrestare e rinchiudere nel  temibile Castello di Miolans, prigione dove esisteva una sezione dedicata a streghe, eretici e povera gente accusata di pratiche abominevoli tipo rubare un ostia per evocare un incantesimo.
All’ interno del castello la prigioniera subisce tutto il trattamento  riservato alle donne accusate di stregoneria che, però, non sono sufficienti a piegare la donna,  lei conferma la sua versione dei fatti e reagisce alle torture affermando che il dolore era il suo gradino, pegno, per andar nel mondo dei cieli.
La sua determinazione costringe il medico del carcere a interrompere le torture altrimenti sarebbe morta e non avrebbe potuto tornare a Torino per far da esempio a tutti gli aspiranti fattucchieri della città.
Nel 1717 Clara Maria Brigida Ribolet viene riportata a Torino in compagnia di Catterina Corte, altra strega ospite della prigione accusata di fornicazione e patti con il diavolo, e per l’ occasione vengono predisposte misure di sicurezza eccezionali.
Le streghe vengono incatenate e sorvegliate a vista dai birri, guardie a tutela dell’ ordine pubblico, attorno a loro viene predisposta l’elite della cavalleria e viene data indicazione che al suono delle campane tutti i cittadini torinesi dovevano scendere in strada armati ed intervenire contro le forze del male.

Dopo un breve processo, il Senato di Torino condanna a morte le due donne che verranno condotte al patibolo senza che fosse pubblicata la loro sentenza per paura di una vendetta da parte degli spiriti infernali e del demonio  stesso.

Immagine: Wallpaperup
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Storie Storie di Torino

La favola della bella damigella Alasia

Su Aleramo e la sua amata Adelasia, talvolta chiamata Alasia, esistono tante storie e tante leggende, alcune molto fantasiose altre invece storicamente  molto vicine alle vicende che investirono il Monferrato e i territori limitrofi nel periodo a cavallo tra X e XI secolo.
Purtroppo molte si stanno perdendo perché la storia ha raccontato come andarono effettivamente le cose e poi perché il copia/incolla selvaggio tra siti web ripropone sempre la stessa versione che  si pone a metà tra la leggenda e la storia.
Ho pensato così di proporvi la storiella sul Monferrato, su Aleramo e la sua innamorata Alasia prendendo spunto da un antico testo degli inizi del ‘800 dove la protagonista è la bella damigella e non il valoroso guerriero carbonaio e neanche il Monferrato.

La favola della bella Alasia

C’era una volta un castello dove viveva una giovane e bellissima damigella di nome Alasia, figlia dell’ imperatore Ottone e della consorte Teofonia.
Alasia passava le giornate a fare la damigella e a fare lunghe passeggiate dentro il castello sotto lo sguardo severo ed attento del papà Ottone.  Un giorno, mentre passeggiava,  incrociò lo sguardo di Aleramo,  giovane, orfano,  bel guerriero e scudiere  del padre.
Alasia si innamora subito di Aleramo  ma tiene segreto il suo amore perchè il papà Ottone non avrebbe mai approvato il loro amore:  Aleramo era un bellissimo guerriero che mai avrebbe dovuto cedere alle attenzioni della damigella e Alasia era la figlia dell’ imperatore e mai avrebbe dovuto amare quello che era un povero scudiero.
Ma all’ amor non si comanda e così i due innamorati, una notte, decidono di scappare in sella ad un cavallo bianco ed uno rosso per nascondersi  ad Albenga.

Nel contado marittimo la vita non era facile ma i due si amavano e questo era sufficiente:  la giovane donna accudiva i figli e il bello Aleramo cuoceva e vendeva carbone  agli albenganesi. Tra di loro c’ era il cuoco del vescovo che, presa confidenza con Aleramo, viene a sapere delle sventure della bella Alasia e le racconta al Vescovo di Albenga.   Tale è lo sconforto che  il vescovo decide di incontrare Alasia e farsi raccontare tutta la storia in modo da  riferirla ad Ottone per convincerlo a perdonare i due giovani.
L’ imperatore,  padre e nonno inconsapevole  di quattro maschietti e tre femminucce, ancora soffre del lungo periodo di lontananza dalla figlia e così decide di perdonarli e accoglierli nelle mura del suo castello. Al suo interno,  un giorno, in un attimo di generosità, il nonno  Ottone  decide di creare sette marchesati da donare a tutti i sette nipoti. Ecco così che nacquero i marchesi di Monferrato, di Saluzzo, di Busco, di Ceva, d’Incisa, di Ponzone e del Bosco.
La  bella Alasia visse così felice e contenta per tutta la vita: vicina al padre Ottone, sotto il tetto con Aleramo e i suoi sette figli a capo di sette marchesati.

Esistono più o meno 700 versioni della favola e storicamente a capo del Monferrato c’era proprio lui, Aleramo. La storia è stata raccontata in primis da Iacopo d’Acqui nel XIV secolo e successivamente da molti altri autori compreso Carducci che ha reso immortale Adelasia e Aleramo. Inoltre esistono mille curiosità attorno al Monferrato ma oggi abbiamo preferito raccontarvi di una donna che al cuore ha ceduto e non ha saputo dir di no.

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Personaggi Torinesi

Enrico Reffo, storia di un pittore cristiano e maestro

Ad Enrico Reffo non fu dato il giusto riconoscimento durante la sua vita  perché i soggetti delle sue opere erano esclusivamente sacri, perché era profondamente cattolico, perché era fratello di Eugenio braccio destro di Don Murialdo e perchè era attivo socialmente al Collegio degli artigianelli ed in altre mille iniziative.
Niente di male di per sè,  ma non bisogna dimenticare che prima, durante e dopo l’ unificazione d’ Italia la storia ci racconta che i rapporti tra lo stato Italiano e la chiesa erano molto tesi:  le leggi di Carlo Alberto, le intenzioni di Vittorio Emanuele II che condivise con Cavour la scomunica da parte di Roma, la stampa che scoperchiava le storie, i misteri e misfatti della chiesa torinese ed un atteggiamento che, come succede ancora oggi, tendeva ad isolare culturalmente chi la pensava diversamente dal pensiero dominante del luogo di appartenenza.
Enrico Reffo ha subito questo isolamento e solo dopo la sua morte, quando erano evidenti  le capacità, il sentire e la maestria  del maestro,  gli ambienti che contano dovettero cambiare atteggiamento; si sapeva che era bravo,  ma non lo si poteva dire.

Riconosciuto come uno dei maggiori esponenti piemontesi  della pittura sacra del XIX secolo, le sue opere sono ispirate dalla sua profonda religiosità e fortemente dedicate a rappresentare una cristianità popolare, diremmo oggi, ‘fruibile a tutti’. Si racconta che la sua opera sia la conseguenza di un voto fatto a 25 anni quando, ammalato e in pericolo di vita, decise di fare un voto: se sarebbe sopravvissuto  si sarebbe dedicato esclusivamente alla pittura sacra. Onestamente non sappiamo se sia vero ma sappiamo che era torinese!

Breve storia di Enrico Reffo

Enrico Reffo nasce a Torino nel 1831 e viene avviato dal padre alla carriera di orafo presso una bottega torinese.  Ma … all’ arte non si comanda e all’ età di 22 anni comincia a frequentare i corsi serali dell’ Accademia Albertina dove ha la possibilità di seguire le lezioni di un altri grandi torinesi: Alessandro Antonelli e Michele Cusa.
Il percorso scolastico è pieno di successi ma, forse a causa del voto o forse a causa del fratello che era il braccio destro di Don Murialdo, finiti gli studi Enrico Reffo dedica  la sua attività di insegnante  e pittore alla causa cristiana.  Diventa professore all’ Istituto degli artigianelli e comincia a stringere relazioni con gli ambienti e le personalità cattoliche della città di Torino, le quali cominciano a commissionargli  un lavoro dopo l’altro.

Lavora, lavora, lavora . . Enrico Reffo per 50 anni dipinge quasi esclusivamente per la Chiesa seminando per il Piemonte decorazioni, pale ed affreschi nelle cappelle private, negli oratori e nelle chiese di Varallo, Novara, Pinerolo, Giaveno, Vigone, Volpiano e ovviamente la sua Torino dove ha lasciato un segno del suo passaggio in vari edifici tra cui la chiesa di San Domenico, la Consolata, San Filippo NeriSan Tommaso, San Secondo Martire e Santa Barbara.
Enrico Reffo si occupa anche delle decorazioni delle pareti  e di altri ambienti della chiesa di San Dalmazzo in via Garibaldi e proprio al suo interno è stato dedicato un busto a ricordo professore, pittore, artista e maestro del Colleggio degli artigianelli.

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Curiosità di Torino

Buoi “danzanti” nel Duomo per il patrono di Torino San Giovanni Battista

La festa di San Giovanni Battista, patrono di Torino, tanto cara ai torinesi è stata, fin dal medioevo, la festa più popolare dell’anno. Già dal XIII secolo i festeggiamenti coinvolgevano i torinesi e i contadini provenienti dalle campagne circostanti. L’ evento constava di tre fasi salienti: la veglia di San Giovanni (la sera precedente), la corsa del carro (nella mattinata) e i divertimenti popolari (nel pomeriggio).

In tempi remoti, il giorno precedente i festeggiamenti, Torino si riempiva di gente festante che si accampava in piazza S. Giovanni con ricoveri di fortuna composti da rami e frasche. Tutta la serata e la notte venivano dedicati a pregare e cantare le lodi del Santo fino all’accensione del falò in piazza Castello vegliato dal Cavaliere del Vicario.
Il mattino successivo, il clou della festa: la corsa del carro e la distribuzione di cibarie ai poveri.
Un maestoso carro dipinto con colori vivaci, riccamente decorato con fiori e spighe di grano e tirato da due buoi bianchi, veniva caricato con sacchi di frumento, botti di vino e cesti di pane bianco. Il carro così allestito e governato dai Massari (in Piemonte, coloro che soprintendono alla festa del villaggio) veniva fatto correre per le anguste vie cittadine e  terminava la corsa all’interno del Duomo di Torino passando per la navata centrale.

I buoi dovevano “danzare” ed è presumibile che il loro scorrazzare tra i vicoli e soprattutto l’ingresso in Duomo creasse non poco trambusto, con gioia e gaudio degli astanti, ma con  continue proteste da parte del Vescovo e della curia (…la corsa dei buoi, con caratteristiche diverse da città a città, era comune in parecchi festeggiamenti medievali e, anche se non ci sono fonti certe, si narra che per far “danzare” meglio i buoi, questi venissero ubriacati prima della corsa).
Una volta in Duomo, il carro veniva benedetto solennemente e alla fine della funzione il Massaro leggeva “ritto sul carro” l’elogio del Santo terminando con un gran salto in onore di San Giovanni. Terminata la funzione il carro veniva fatto uscire dalla chiesa e i doni venivano distribuiti, grano e vino per i poveri e pane bianco per tutti e, successivamente, il carro veniva spinto a corsa sfrenata per le vie della città tra le grida esaltate della popolazione che continuava con i festeggiamenti fino a sera inoltrata.

Come abbiamo già detto, Vescovo e curia non erano affatto contenti di veder correre i buoi all’interno del Duomo e le continue proteste ottennero che nel 1342 il comune vietasse l’ingresso dei buoi nel Duomo. Il divieto fu tranquillamente ignorato tanto che, quando alla fine del quattrocento il cardinale Della Rovere decise di riedificare il Duomo, per evitare il proseguimento dell’usanza tanto discussa, fece costruire un’ampia scalinata al fine di impedire, di fatto, l’ingresso nella basilica ai tanto ingombranti ospiti.
A mali estremi, estremi rimedi.

p.s. L’ immagine del bue è presa dalla pagina Wikipedia perchè non abbiamo mai pensato di fotografar un bue, appena lo troveremo sostituiremo l’ immagine.

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Curiosità di Torino

La reputazione magica di Torino

Una certa divulgazione dice che Torino è la città magica per eccellenza e su questa affermazione vaga si sono creati confusione, disinformazione e business.
Gli elementi principali, ormai citati perfino dalle guide turistiche, che giustificano questa fama sono:  l’’ appartenenza della città a entrambi i triangoli “magici”, bianco e nero, la sua costruzione sul 45° parallelo, la sua posizione alla congiunzione di due fiumi, uno maschile e uno femminile, la presenza delle grotte alchemiche nel sottosuolo.

Questi, almeno, sono gli argomenti che vengono rispolverati ogni volta e si aggiunge anche un altro particolare: Torino è magica perché nel tempo ha ospitato innumerevoli personaggi legati al mondo dell’ occulto, che è una delle tante sciocchezze che la riguardano, poiché, caso mai, si tratta del contrario.

I personaggi in questione vennero a Torino proprio perché la città è magica.
Poiché il termine “magia” evoca sempre qualcosa di intrigante, ho cercato a lungo una parola con la quale sostituirlo, senza trovarla, però per spazzare via tutti i fraintendimenti che circolano sempre più numerosi, intensificando il business dell’ occulto commerciale (leggi: studi ‘esoterici’ & affini, inesauribili fucine di truffe, senza eccezione alcuna), posso solo dire che Torino è una sorta di campo energetico ad altissima intensità, dove vi sono tutte le condizioni e gli strumenti per lavorare in senso cosmico, un laboratorio alchemico a cielo aperto dove bianco e nero non significano buono e cattivo, ma sono espressione di opposte polarità, indispensabili al lavoro dell’ alchimista, riscontrabili anche nel suo tessuto urbano.

Se questa definizione non soddisfa gli amanti del ‘mistero pesante’, perché troppo poco intrigante, questi non hanno che da seguire gli innumerevoli personaggi che, sguazzando nel torbido, incrementano una leggenda utile solo alle loro tasche e al loro ego: Torino, certamente ‘magica’,  anche se in senso diverso da quanto comunemente inteso, è ben altro e ben di più.

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Chiese di Torino

La cappella della pia congregazione dei banchieri, dei negozianti e dei mercanti.

La nascita delle corporazioni, in Europa, può essere fatta risalire al XII secolo, quando nacque l’ esigenza di regolamentare e tutelare l’ attività (e gli interessi) dei rappresentanti di una stessa categoria. Poiché all’ epoca il potere ecclesiastico era più importante di quello civile, le varie corporazioni, o gilde, non appena costituite si premuravano di procurarsi una cappella, impegnandosi ad abbellirla: molte di esse si travestirono addirittura di “pia congregazione”.

A Torino, per esempio, nel 1636 nacque la corporazione dei minusieri, ebanisti e mastri di carrozza, che acquisì una cappella nella chiesa di Santa Maria di Piazza, mentre già da tempo i pittori, gli scultori, i chirurghi, i calzolai, gli orefici e i panificatori si riunivano in Duomo, tutti sotto la protezione di San Luca, mentre i sarti, i sarajè, i ‘mastri da muro’ , gli scalpellini, gli stuccatori, gli speziali e i notai erano di casa in San Francesco d’Assisi.

La cappella della pia congregazione dei banchieri, dei negozianti e dei mercanti.Presso la chiesa dei Santi Martiri, in via Dora Grossa, si riuniva una potente corporazione che comprendeva i nobili, gli avvocati, i banchieri, i negozianti e i mercanti: forse la convivenza tra di loro divenne, a un certo punto, difficile, forse nacquero gare di personalità, perché i banchieri, negozianti e mercanti, nel 1692, si trasformarono in “pia congregazione” e si fecero costruire una cappella separata, accanto alla chiesa, incoraggiati da padre Agostino Provana, rettore dei gesuiti.

La cappella della pia congregazione dei banchieri, dei negozianti e dei mercanti.La cappella, al civico 25 dell’ odierna via Garibaldi, è ancora attualmente luogo di culto, aperto al pubblico solo nei weekend: non è chiaro il motivo per cui ci si trovi la tomba di Joseph_Marie Maistre, scrittore e membro del senato sabaudo, che con i banchieri, negozianti e mercanti non ebbe mai nulla a che fare.
Le corporazioni furono abolite definitivamente da Carlo Alberto nel 1844: sarebbero rinate dalle proprie ceneri sotto forma di ordini professionali, perpetrando, nel tempo, le antiche tendenze elitarie.

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Storie di Torino

Elemosinieri Segreti ed Elemosinieri Pubblici dell’ Opera di San Paolo

Gli elemosinieri dell’ Opera di San Paolo.

Correva l’anno 1848 e i rapporti tra lo stato sabaudo e lo stato pontificio non erano dei migliori. Alcuni che bazzicavano dalle parti di Roma consideravano i Sabaudi una minaccia per lo stato comandato dal Papa e con fiumi di parole sulla carta stampata raccontavano i retroscena, veri e falsi, della Real Casa torinese. Altri che invece bazzicavano dalle parti di Torino, spinti da impulsi risorgimentali e anticlericali, raccontavano i retroscena e le abitudini, vere e false, dell ‘Opera di San Paolo’.
Curiosando tra i testi antichi reperibili nel grandioso museo on line ‘Museo Torino‘ abbiamo notato un libro del 1848, di autore ignoto, con un titolo abbastanza anonimo ai giorni nostri: ‘Misteri di Torino‘.
Spinti dalla curiosità di vedere come e in cosa sono cambiati quelli che vengono chiamati ‘Misteri‘ abbiamo scoperto che gli argomenti sono molto diversi e anche le storie raccontate. Un mistero in particolare racconta un aneddoto dell’ Opera di San Paolo, opera caritatevole con una storia secolare nella vita della Città di Torino.

L’ Opera di San Paolo era una banca composta da lasciti antichi e dai prodotti annui del sei percento del Monte di Pietà. Questa banca era diretta dai padri Gesuiti che ne erano usufruttuari a condizione di dispensare una parte degli immensi redditi per soccorrere i ‘poveri infermi e vergognosi‘ della Città di Torino.
C’era però un problema! Essendo i Gesuiti un ordine religioso mendicante non potevano distribuire loro stessi gli aiuti, quindi dovevano ricorrere a commessi esterni chiamati ‘Elemosinieri segreti‘ ed ‘Elemosinieri pubblici‘.

Elemosinieri Segreti ed Elemosinieri Pubblici dell' Opera di San PaoloElemosinieri segreti

Gli elemosinieri segreti si occupavano di dispensare aiuti ai nobili caduti in disgrazia ai quali non potevano venir meno lo status e i privilegi che l’etichetta garantiva.
Le famiglie venivano mantenute con i guadagni fatti dall’ Opera San Paolo grazie ai lasciti antichi. Quando i fondi non erano sufficienti, venivano mantenute con i guadagni realizzati dal sei per cento di interesse che i poveri pagavano sugli aiuti ricevuti sempre dall’ Opera San Paolo.
L’ esser poveri e ricevere aiuti garantiva l’essere nobili anche se scellerati nella gestione del patrimonio familiare.
Per evitare che le famiglie ‘nobili‘ potessero ricevere le visite dei creditori e vedere il proprio nome scritto sul libro del caposoldo, gli elemosinieri segreti gestivano in segreto e secondo propria coscienza le cifre elargite.
Il popolo non poteva e non doveva essere a conoscenza delle sfortune di classe.

Essendo elemosinieri segreti non si conoscono i dettagli delle singole opere messe in atto e tanto meno i nomi delle famiglie ma qualche dato sembra essere sfuggito alla segretezza; i cavalieri a due croci caduti in disgrazia avevano diritto una pensione di 20000 lire annue.
Esistevano un sorta di condizioni di vita minime che bisognava garantire in ogni caso ad una famiglia nobile. Queste consistevano in un bel alloggio arredato con mobili e una tavola imbandita per le serate eleganti con gli altri nobili.
Un trattamento particolare era riservato alle famiglie dove era presente una giovane donna: la fanciulla godeva di un pensione di 15000 lire per attirare a se baldi giovani da affiliare al Sacro Cuore di Gesù.

Elemosinieri pubblici.

Gli elemosinieri pubblici vagavano nei piani bassi della città di Torino dove la povertà regnava sovrana e la fame era compagna di vita.
Erano autorizzati ad elargire aiuti sufficienti a garantire la sopravvivenza giornaliera e . . . basta! Cifre superiore, spesso utili alla cura di qualche malattia, dovevano essere autorizzate dal consiglio e dai gesuiti che si riunivano senza un preciso calendario e a malattia oramai passata in altra casa.
Gli aiuti ai poveri erano elargiti in piccolissima quantità, dopo lunghe attese ed erano gravati da un interesse del 6 percento che alimentava i fondi necessari agli elemosinieri segreti.
Se una famiglia povera poteva pregiarsi della presenza di una giovane fanciulla, le visite degli elemosinieri pubblici si facevano molto più frequenti e spesso era onorata della visita di qualche elemosiniere segreto. Un via vai che garantiva aiuti molto piu consistenti e suscitava l’invidia delle famiglie vicine.

Quando fu chiesto all’Opera di San Paolo come si conciliassero le intenzioni dell’ opera con gli ambigui comportamenti la risposta sembra sia stata:
Quid ad nos? Che fanno a me queste miserie? Ilo io tempo ad occuparmi di cose terrestri? I nostri Padri sono ortodossi, e abborrono dai vostri sistemi di filantropia messi in voga da serittori protestanti: Oh! che? ci vorreste voi forse socialisti?
Sguaiati! Nel mondo non deve:dominarechelaSocietà…diGesù.

Leggendo questa storia non abbiamo potuto a fare a meno di notare come le cose non sono cambiate molto anche se oggi siamo decisamente più civili . . . . . .