Umberto Biancamano di Savoia

Umberto Biancamano di Savoia

Quando Amedeo VIII di Savoia, figlio del Conte Rosso, decise di mettere un po’ di ordine nel proprio albero genealogico, si  trovò in un serio imbarazzo, perché le notizie certe sull’avo Umberto Biancamano scarseggiavano, così escogitò il modo di inventarsi una discendenza niente meno che dall’imperatore Ottone il Grande di Sassonia, il cui pronipote, un tale Beroldo, sarebbe stato il padre, non si sa se legittimo o meno, del primo pilastro della dinastia sabauda.

Alcuni storici sostengono che Umberto Biancamano, primo personaggio del casato a essere definito “conte” in un documento del 1003, nacque in Savoia, forse a Chambery, intorno al 980  e fu essenzialmente un guerriero e un avveduto uomo d’affari, tanto che, grazie a continui cambiamenti di fronte alla ricerca dell’alleanza più conveniente, riuscì a ottenere da Corrado II il Salico il controllo sui valichi alpini del Moncenisio del piccolo San Bernardo.
Ciò significò poter imporre pedaggi per il transito di mercanti e pellegrini, ma anche la facoltà di favorire il passaggio solo agli eserciti disposti a concedere favori al proprietario. Fu così che i Savoia iniziarono ad accumulare ricchezze e a diventare spregiudicati maestri nell’arte della diplomazia.
Umberto ebbe cinque figli, tra i quali Oddone, che successe al fratello primogenito, morto senza discendenti e che mise a segno il colpo grosso sposando l’erede al marchesato di Torino.
Perfino il nome Biancamano sembra essere il frutto di un errore: infatti lo si trova per la prima volta in un documento del XIV secolo.
Alcuni storici ipotizzano la svista di un amanuense, che invece di albis moenibus (“dalle bianche mura ” di una fortezza o delle Alpi) scrisse albis  manibus, “dalle bianche mani”, soprannome con con cui il capostipite dei Savoia passò alla storia: un curioso appellativo per un uomo che trascorse la vita combattendo e accumulando ricchezze e i cui discendenti non sempre si sarebbero meritati un alone tanto immacolato.

Guarda le immagini della tomba di Umberto Biancamano di Savoia

Questa e altre 500 storie le trovate su

laura fezia il giro di torino in 501 luoghi

altri testi scritti da Laura Fezia

 

Immagine modificata: Di Abate Ferrero di Lavriano – Albero Gentilizio della Casa di Savoia, Pubblico dominio | Wikipedia

La favola della bella damigella Alasia

La favola della bella damigella Alasia

Su Aleramo e la sua amata Adelasia, talvolta chiamata Alasia, esistono tante storie e tante leggende, alcune molto fantasiose altre invece storicamente  molto vicine alle vicende che investirono il Monferrato e i territori limitrofi nel periodo a cavallo tra X e XI secolo.
Purtroppo molte si stanno perdendo perché la storia ha raccontato come andarono effettivamente le cose e poi perché il copia/incolla selvaggio tra siti web ripropone sempre la stessa versione che  si pone a metà tra la leggenda e la storia.
Ho pensato così di proporvi la storiella sul Monferrato, su Aleramo e la sua innamorata Alasia prendendo spunto da un antico testo degli inizi del ‘800 dove la protagonista è la bella damigella e non il valoroso guerriero carbonaio e neanche il Monferrato.

La favola della bella Alasia

C’era una volta un castello dove viveva una giovane e bellissima damigella di nome Alasia, figlia dell’ imperatore Ottone e della consorte Teofonia.
Alasia passava le giornate a fare la damigella e a fare lunghe passeggiate dentro il castello sotto lo sguardo severo ed attento del papà Ottone.  Un giorno, mentre passeggiava,  incrociò lo sguardo di Aleramo,  giovane, orfano,  bel guerriero e scudiere  del padre.
Alasia si innamora subito di Aleramo  ma tiene segreto il suo amore perchè il papà Ottone non avrebbe mai approvato il loro amore:  Aleramo era un bellissimo guerriero che mai avrebbe dovuto cedere alle attenzioni della damigella e Alasia era la figlia dell’ imperatore e mai avrebbe dovuto amare quello che era un povero scudiero.
Ma all’ amor non si comanda e così i due innamorati, una notte, decidono di scappare in sella ad un cavallo bianco ed uno rosso per nascondersi  ad Albenga.

Nel contado marittimo la vita non era facile ma i due si amavano e questo era sufficiente:  la giovane donna accudiva i figli e il bello Aleramo cuoceva e vendeva carbone  agli albenganesi. Tra di loro c’ era il cuoco del vescovo che, presa confidenza con Aleramo, viene a sapere delle sventure della bella Alasia e le racconta al Vescovo di Albenga.   Tale è lo sconforto che  il vescovo decide di incontrare Alasia e farsi raccontare tutta la storia in modo da  riferirla ad Ottone per convincerlo a perdonare i due giovani.
L’ imperatore,  padre e nonno inconsapevole  di quattro maschietti e tre femminucce, ancora soffre del lungo periodo di lontananza dalla figlia e così decide di perdonarli e accoglierli nelle mura del suo castello. Al suo interno,  un giorno, in un attimo di generosità, il nonno  Ottone  decide di creare sette marchesati da donare a tutti i sette nipoti. Ecco così che nacquero i marchesi di Monferrato, di Saluzzo, di Busco, di Ceva, d’Incisa, di Ponzone e del Bosco.
La  bella Alasia visse così felice e contenta per tutta la vita: vicina al padre Ottone, sotto il tetto con Aleramo e i suoi sette figli a capo di sette marchesati.

Esistono più o meno 700 versioni della favola e storicamente a capo del Monferrato c’era proprio lui, Aleramo. La storia è stata raccontata in primis da Iacopo d’Acqui nel XIV secolo e successivamente da molti altri autori compreso Carducci che ha reso immortale Adelasia e Aleramo. Inoltre esistono mille curiosità attorno al Monferrato ma oggi abbiamo preferito raccontarvi di una donna che al cuore ha ceduto e non ha saputo dir di no.

Chiesa di San Giorgio, Piossasco

Chiesa di San Giorgio, Piossasco

A 837 metri, sul vetta del Monte San Giorgio  a pochi chilometri da Torino, da oltre mille anni esiste una piccola chiesetta raggiungibile a piedi,  a  due ore dal centro cittadino di Piossasco.
La chiesa è circondata da un ampio  spazio verde che si affaccia sulla pianura permettendo di riconoscere chiaramente Pinerolo, Rivoli, Torino, Volvera, Grugliasco, i vari comuni della provincia e, se il tempo lo permette, anche la Basilica di Superga.

Chiesa di San Giorgio, Piossasco

Questa chiesa dedicata a San Giorgio, forse  responsabile della denominazione del monte, compare per la prima volta in documenti datati 999,  ma si parla chiaramente di lei nel 1064 in un documento  redatto in occasione di alcune donazioni fatte da Adelaide di Susa marchesa di Torino.
Queste donazioni, apparentemente motivate da un vocazione religiosa,  erano in realtà mosse politiche per controllare i  due valichi verso la Gallia che passavano per Fenestrelle e Susa, inoltre erano un  messaggio nei confronti dell’ allora vescovo di Torino: questa è zona mia e da qui ti controllo!
Adelaide  è la stessa persona che in terze nozze sposa Oddone di Savoia, figlio di Umberto Biancamano, aprendo la strada all’ influenza  della dinastia  Savoia nella zona taurinese a noi familiare.

Grazie a questo documento sappiamo che nel 1064 la chiesa esisteva già, ma non sappiamo esattamente se era già l’ edificio che conosciamo o era la piccola vedetta costruita dai Romani.  A quanto pare,  ai tempi di Augusta Taurinorum,  la vetta era un ottimo punto di osservazione  che permetteva  di osservare il muoversi delle genti che attraversavano la Taurinia e, ancor prima, il monte fin dal neolitico era sede di espressioni e rituali sacri.  Non  era una montagna disabitata.

Chiesa di San Giorgio, Piossasco Panorama del TorineseLa chiesa di San Giorgio, oggi.

Di stile Romanico, la chiesa ha assunto la sua attuale forma nel XII secolo:  tre piccole navate che fino al XIX secoli presentavano ancora degli affreschi andati purtroppo perduti.
La piccola chiesa è stata oggetto di restauri da parte di volontari una trentina di anni fa e oggi è possibile andare a visitarla, passeggiarci attorno e  apprezzare il panorama che offre la vetta del monte San Giorgio.
Sicuramente la Chiesa di San Giorgio non rientra negli itinerari classici ma, almeno una volta nella vita,  bisognerebbe raggiungere la cima del monte e passare qualche oretta in un posto unico e meraviglioso.

Campanile di Sant’ Andrea

Campanile di Sant’ Andrea

Nell’anno 440 S. Massimo, primo vescovo di Torino, fece collocare nella chiesa di Sant’ Andrea la prima effigie di Maria Vergine detta della Consolazione; fu quella la prima cappella innalzata in venerazione della Santissima Vergine.  In seguito, nel X secolo, Sant’Andrea fu affidata ai monaci novalicensi fuggiti dalla Valsusa a causa delle incursioni saracene e nel secolo successivo la basilica fu rimaneggiata dal monaco Brunico che fece erigere il campanile.

Si narra che ad Arduino d’Ivrea gravemente infermo apparve la Beata Vergine e che ella avrebbe gradito la fondazione di tre templi a lei dedicati. Iniziò così la costruzione della cappella sotterranea, l’attuale cripta, ed i primi rimaneggiamenti che si susseguirono nell’arco dei secoli.

Tutto ciò che rimane del precedente complesso è il campanile, forse l’esempio meglio conservato di architettura medievale a Torino sopravvissuto ai grandi rimaneggiamenti che hanno coinvolto la basilica tra il XV e il XVIII secolo, questi ultimi ad opera di Guarino Guarini.

Nella costruzione della torre campanaria sono stati utilizzati materiali di risulta di epoca romana tra i quali rilievi marmorei ancora ben visibili.
La base quadrata, la forma leggermente tronco-piramidale danno al campanile un aspetto austero, tipicamente romanico che si discosta dalle forme barocche della basilica a fianco.

Il Campanile si Sant’ Andrea è alto 40 metri, alleggerito da archetti pensili in cotto, bifore e trifore. Nel 1406 sulla nervatura guelfa ancora visibile fu eretta l’attuale cella campanaria all’interno della quale sono presenti un concerto di nove campane non in scala, la principale emette una nota di SOL2 ed è la più grande del Piemonte ed una delle più grandi d’Italia.

Il Campanile di Sant’ Andrea