La storia di Clara Maria Brigida Ribolet, la strega

La storia di Clara Maria Brigida Ribolet, la strega

Clara Maria Brigida Ribolet fu arrestata nel  1716 con l’accusa di stregoneria e di attentare alla vita del giovane principe di Piemonte Carlo Emanuele. Tecnicamente non c’era niente che provasse la sua colpa, ma erano anni dove la superstizione e l’ignoranza regnavano sovrane con la complicità delle istituzioni ecclesiastiche che alimentavano la credenza che le streghe esistevano e bisognava prima torturarle e poi porre fine al loro peccato.
La signora Ribolet  si vantava delle sue capacità magiche per  incutere timore e guadagnare il rispetto della  povera gente. Raccontava con tranquillità e dovizia di particolari di essere una grande esperta nella preparazioni di incantesimi e pozioni magiche, di frequentare balli e convegni notturni in compagnia di streghe  e demoni e di essere in grado di realizzare statuette magiche, insomma  tutti argomenti che nel lontano 1700 erano ritenuti veri, senza alcun ombra di dubbio.
Nella credenza popolare le statuette erano dei talismani dalle fattezze umane realizzati con cera, terra di cimitero, ostia consacrata, olio santo, sangue e cervella di bambino, sangue di gatto e Agnus Dei. Nessuno metteva in dubbio la loro efficienza e tutti erano a conoscenza del fatto che quando un ferro trafiggeva la statuetta  nello stesso istante sarebbe morta la persona raffigurata, un vero e proprio omicidio premeditato.
Un giorno, in un eccesso di superbia, la maldestra  Clara Maria si vantò, o forse confidò a qualcuno, di avere realizzato una statuetta con le fattezze del giovane principe figlio del duca Vittorio Amedeo II: quella fu l’ ultima volta che si vanto delle sua capacità magiche.

La strega al castello

La strega viene arrestata e messa alle strette confessa che era in atto una congiura nei confronti di Carlo Emanuele da parte dei Principi di sangue, dei Ministri di Stato, dei sacerdoti  e di tutto l’ entourage di corte più influente. Le sue parole e la sua fama di strega  sono quanto serve per farla arrestare e rinchiudere nel  temibile Castello di Miolans, prigione dove esisteva una sezione dedicata a streghe, eretici e povera gente accusata di pratiche abominevoli tipo rubare un ostia per evocare un incantesimo.
All’ interno del castello la prigioniera subisce tutto il trattamento  riservato alle donne accusate di stregoneria che, però, non sono sufficienti a piegare la donna,  lei conferma la sua versione dei fatti e reagisce alle torture affermando che il dolore era il suo gradino, pegno, per andar nel mondo dei cieli.
La sua determinazione costringe il medico del carcere a interrompere le torture altrimenti sarebbe morta e non avrebbe potuto tornare a Torino per far da esempio a tutti gli aspiranti fattucchieri della città.
Nel 1717 Clara Maria Brigida Ribolet viene riportata a Torino in compagnia di Catterina Corte, altra strega ospite della prigione accusata di fornicazione e patti con il diavolo, e per l’ occasione vengono predisposte misure di sicurezza eccezionali.
Le streghe vengono incatenate e sorvegliate a vista dai birri, guardie a tutela dell’ ordine pubblico, attorno a loro viene predisposta l’elite della cavalleria e viene data indicazione che al suono delle campane tutti i cittadini torinesi dovevano scendere in strada armati ed intervenire contro le forze del male.

Dopo un breve processo, il Senato di Torino condanna a morte le due donne che verranno condotte al patibolo senza che fosse pubblicata la loro sentenza per paura di una vendetta da parte degli spiriti infernali e del demonio  stesso.

Immagine: Wallpaperup
Maria Bricca, l’eroina di Pianezza del 1706

Maria Bricca, l’eroina di Pianezza del 1706

Maria Bricca o Maria Bricco? Questo è il primo mistero da risolvere quando ci si trova difronte alla storia, o racconto, di questa eroina nata a Pianezza il 2 dicembre 1684 da Giuseppe e Francesca Chiaberge. Maria Chiaberge acquista il nuovo cognome l’8 febbraio 1705 quando si sposa con Valentino Bricco e continua a mantenere lo stesso cognome fino al 23 dicembre 1733 quando lascia le sue spoglie mortali. Ciò nonostante viene ricordata con il come Maria Bricca e spesso soprannominata la Bricassa.
Il motivo è probabilmente da ricercare nell’ abitudine del passato di cambiare l’ultima lettera del cognome per renderne più piacevole il suono, inoltre il nome dell’ eroina, soprannominata ‘la bricassa’, meglio si tramandava con una consonante finale che identificava subito le caratteristiche femminili dell’eroina del 1706.
Maria Bricca, o Bricco, è realmente esistita e viveva a Pianezza, un piccolo borgo che a causa della posizione che consentiva di osservare comodamente tutto il territorio torinese, era spesso attraversato e saccheggiato dalle truppe francesi. Nel 1693, quando Maria era ancora bambina, passarono da Pianezza il Catinat e le sue truppe per dirigersi verso il Castello di Rivoli, che saccheggiarono e diedero alle fiamme per poi andare verso la Marsaglia per suonarle di santa ragione all’ ambizioso Vittorio Amedeo II.
Maria è quindi cresciuta con una particolare avversione nei confronti dei francesi e una sincera ammirazione nei confronti dei Savoia.
Di lei, però, si perdono le tracce molto presto, il suo nome ricompare solamente quando viene sepolta nella chiesa San Pietro e Paolo di Pianezza.

Maria Bricca, l'eroina di Pianezza del 1706Potrebbe concludersi qui la storia di Maria Bricco.
Fino al XIX secolo nessun atto parla di lei e neanche la bibliografia ufficiale dell’ Assedio di Torino cita mai il suo nome. Nonostante i testi non siano pochi, Maria Bricca non compare mai e bisogna aspettare un testo scritto da un anonimo francese perché la sua storia venga ripresa, ufficializzata dal re Carlo Alberto, immortalata in un famoso quadro oggi all’ interno degli appartamenti reali della Basilica di Superga e raccontata nei più svariati modi.
I testi del XVIII Secolo sull’ assedio di Torino, il più antico che abbiamo trovato risale al 1707, raccontano, con piccole variazioni tra di loro, questa storia che riassumiamo brevemente:

Venuto a sapere che il reggimento di Chatillon era in arrivo da Susa per unirsi agli assedianti francesi, Vittorio Amedeo ordina al marchese Visconti di far appostare la brigata Falchestein e i granatieri prussiani, comandati dal generale Monasterolo, nelle vicinanze della Dora, tra Alpignano e Collegno.
Quando le truppe francesi comandate dal marchese Bonet arrivano all’altezza della Dora cadono pietosamente in trappola. Le forze capitanate dal Monasterolo hanno subito la meglio sui soldati francesi che impreparati e comandati disordinatamente dal Bonet sono costretti a ritirarsi nel vicino castello di Pianezza. Parecchi soldati e il comandante restano uccisi, vengono arrestati ufficiali e gregari francesi e il bottino è immenso: 200 muli carichi di vettovaglie per gli assedianti appostati attorno a Torino, 50 muli carichi di Champagne per il duca D’Orleans e 250 muli carichi di polvere da sparo.
Il principe Eugenio di Savoia, abile stratega militare, non si lascia scappare l’ occasione per infliggere una pesante sconfitta ai francesi ed animare lo spirito dei suoi soldati in vista dello scontro finale di Torino.
Dopo una breve consultazione con il cugino Vittorio Amedeo II ordina di attaccare il castello contando sul fatto di trovare soldati in preda al panico, stanchi del lungo viaggio e impreparati alla difesa: dall’ esterno l’ attacco verrà sferrato dalle truppe comandate dal marchese Visconti mentre il Principe di Anhalt guiderà 50 granatieri prussiani lungo una galleria segreta per portare lo scontro direttamente all’ interno del castello.
La conquista del castello si conclude in brevissimo tempo, i francesi vengono annientati, i pochi che riescono a fuggire vengono inseguiti dai soldati sabaudi che danno la grazia ad ognuno di loro e infine il tocco di genio del principe Eugenio: bisogna motivare i soldati per lo scontro finale e quale miglior motivazione c’è dei soldi? Il bottino, che consisteva in soldi probabilmente destinati ai soldati francesi, viene diviso tra i soldati piemontesi.

Anche se con varianti minime, perlopiù sulla posizione e sulla presenza del principe Eugenio, di Vittorio Amedeo II e del marchese Visconti, due particolari sono sempre gli stessi: a comando del gruppo che percorre la galleria c’è sempre il principe di Anhalt e all’ interno del castello i soldati vengono descritti come arroccati e terrorizzati in attesa dell‘arrivo della morte.

Maria Bricca, l'eroina di Pianezza del 1706Questa è la storia raccontata per tutto il XVIII secolo fino a quando non compare un testo anonimo francese che racconta una storia che aggiunge particolari inediti sui fatti accaduti la notte tra il 4 e il 5 settembre 1706. In questo testo si parla di una certa Maria Bricca, detta Bricassa, che veduta assediata la sua città Pianezza oramai da troppo tempo, non perde l’ occasione propizia di far sloggiare gli odiati francesi.
La vicenda viene ripresa dal Canalis e in pochi anni si diffonde e viene raccontata in svariati modi fino a perderne l’ originale svolgimento anche se bisogna precisare che non tutti gli storici la considerano attendibile. Il Cibrario e altri studiosi scelgono di non citare l’ avvenimento, alcuni rivedono la posizione della Bricca in quanto ritengono impossibili una seria di particolari e alcuni invece mettono in dubbio la stessa presenza dell’ eroina nelle vicende della conquista del castello. Noi però siamo qui per raccontarvi di Maria Bricco, Bricca o Bricassa!

Vedendo i soldati francesi impegnati a festeggiare senza alcuna preoccupazione, ‘la Bricassa’ decide di recarsi presso gli accampamenti sabaudi per informare il principe Eugenio di Savoia di essere a conoscenza di un passaggio segreto che porta da casa sua fino al castello occupato dagli invasori.
Il principe non perde tempo e ordina al principe prussiano Leopoldo I di Anhalt-Dessau di seguire la donna che li avrebbe portati direttamente all’ interno della struttura e attaccare i francesi mentre il marchese Visconti avrebbe attaccato dall’ esterno.
Maria a capo di 50 granatieri brandeburghesi percorre la galleria che scoprirà bloccata da una cancellata che lei stessa abbatte e con furia irrompe nella sala da ballo urlando ‘Viva i Savoia’.
La vittoria è schiacciante! I francesi, presi di sorpresa, in un primo momento pensano che sia uno scherzo, qualcosa che faceva parte dei loro festeggiamenti, ma ai primi colpi di ascia sferrati dalla Bricassa comprendono che non si tratta di uno scherzo, ma ormai è troppo tardi: vengono tutti passati per la spada dai granatieri.
L’ assalto si conclude con l’ arresto di 2 colonnelli , 2 generali e un bottino di cannoni, 600 cavalli e due milioni di franchi”.

Maria Bricca, l'eroina di Pianezza del 1706Sicuramente la verità sta nel mezzo e la conosce solo chi quel giorno era lì a combattere, ma due osservazioni possiamo permetterci di farle, giusto per approfondire le nostre conoscenze su Torino e sul 1706. Giuste o sbagliate saremo poi noi a decidere!
Per certo sappiamo che il passaggio che portava da casa di Maria al castello esisteva e sappiamo che i francesi furono sconfitti.
Nell’ ambito della leggenda, invece, rientra ‘con chi’ abbia parlato Maria Bricca visto che le troppe versioni rendono impossibile sapere se era un villano del posto, il marchese visconti o addirittura il principe Eugenio, che difficilmente avrebbe parlato con la prima donna che passava nei pressi dell’ accampamento. Il famoso testo anonimo, però, ci dice che lei ha parlato con il marchese Visconti.
Sempre lo stesso testo presenta un errore dettato dall’ enfasi dello scrittore: Maria sarebbe entrata nel salone da ballo gridando ‘Viva il Re’, il chè è impossibile, perchè Vittorio Amedeo II non era ancora re, lo sarebbe diventato solo dopo la pace firmata ad Utrecht nel 1713. L’ errore è stato corretto poi dagli scrittori del XIX secolo trasformando le parole di Maria in ‘VIVA I SAVOIA’.

Un’ altro particolare strano è lo stato d’ animo dei francesi all’ interno del castello.
Prima dell’ arrivo di Maria Bricca, nei testi del XVIII secolo si afferma che all’ interno del castello si respirava aria di terrore, della sconfitta imminente e della morte vicina alle loro vite. Dopo invece viene detto che all’ interno del castello c’era un clima di gioia, di goliardia, della sicurezza di stare in un posto sicuro, talmente sicuro che i francesi passavano il tempo a bere champagne in compagnia di donne e talmente sicuri da sottovalutare l’ importanza di difendere il castello.
Anche i personaggi cambiano, uno in particolare sembra essere sparito.
Partendo dal primo testo che abbiamo consultato, datato 1707, abbiamo notato come il principe d’ Anhalt diventa sempre meno importante fino a scomparire del tutto dai racconti. É un peccato perché questo uomo, oltre a comandare i 50 uomini che si impadronirono del castello, è stato anche il primo ad entrare a Torino il 7 settembre 1706.

L’ impressione che abbiamo è che la storia di Maria Bricca, per quanto abbia dei collegamenti con la storia reale, sia cresciuta e diventata famosa in un periodo storico che aveva bisogno di punti di riferimento per la causa italiana. Eroi ed eroine del passato che, grazie alla loro dedizione e fedeltà, fossero punti di riferimento, personaggi ai quali i futuri italiani potessero ispirarsi, figure leggendarie che promuovessero l’ unificazione d’Italia e la famiglia dei Savoia a comando del regno che sarebbe arrivato nel 1861.

Maria Bricca non ha avuto lo stesso successo “commerciale” di Pietro Micca, forse perchè donna o forse perché non è morta come dovrebbe fare un eroe che si rispetti, ma ha lasciato varie tracce della sua esistenza e della sua impresa.
1844 – Il celebre Gonin realizza una tela per le decorazioni della Sala del Caffe di Palazzo Reale dove immortala l’ attimo in cui Maria Bricca irrompe nella sala colma di francesi. Oggi il quadro si trova negli appartamenti reali della Basilica di Superga.
1906 – All’ ingresso della famosa galleria viene posto un busto dedicato a Maria Bricca e nelle vicinanze viene inaugurato un monumento che ricorda l’impresa.
1910 – Esce nelle sale cinematografiche il film muto ‘Maria Bricca: l’ eroina del piemonte’ diretto da Edoardo Bencivenga con la famosa Lydia Quaranta che interpreta Maria. Il film viene distribuito in Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna.
2011 – La Fvm-quatb production realizza un cortometraggio che ripercorre la storia di Maria Bricca.

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La Fama che incatena il Tempo dei Fratelli Collino

La Fama che incatena il Tempo dei Fratelli Collino

Sfogliando vecchi libri polverosi che parlano della storia di Torino o che raccontano la città ai turisti di passaggio, ci si imbatte spesso nella descrizione della Galleria dei Dotti e delle opere in essa raccolte; tra di esse il gruppo marmoreo dei fratelli Ignazio e Filippo Collino, “La Fama che incatena il Tempo”.

Nei primi anni del XVIII secolo la corte sabauda, un po’ per spirito d’imitazione, un po’ per ostentazione, inizia a volgere il suo sguardo verso le belle arti, atte ad abbellire ed impreziosire le dimore del ducato. Nel 1713, con l’arrivo di Filippo Juvarra, a poco a poco Torino richiama a se tanti artisti piemontesi, che col tempo hanno affinato le proprie abilità in altre corti ed altre città, tra questi Ignazio e Filippo Collino.

La Fama che incatena il Tempo dei Fratelli CollinoDopo aver iniziato gli studi di disegno a Torino, i fratelli Collino vengono inviati a Roma per perfezionarsi nelle belle arti e principalmente nell’arte della scultura; è un periodo fecondo per i due artisti torinesi che realizzano numerose opere d’arte inviate a Torino per l’abbellimento delle sale di rappresentanza di Palazzo Reale.
Nel 1763 Carlo Emanuele III nomina Ignazio Collino “scultore del re e direttore della scuola torinese di scultura” e i due fratelli tornano a Torino lavorando quasi esclusivamente per la corte sabauda. Nello stesso periodo il duca si sta occupando dell’esecuzione dei lavori per il Mausoleo dedicato ad Umberto Biancamano, capostipite dei Savoia, nella cattedrale di Saint-Jean-de-Maurienne in Savoia ed incarica i fratelli Collino della realizzazione di un bassorilievo raffigurante “Umberto Biancamano che rende omaggio all’imperatore Corrado” terminato nel 1773 (il gesso originale è custodito all’Accademia Albertina).

La Fama che incatena il Tempo dei Fratelli CollinoSalito al trono Vittorio Amedeo II affida ai due scultori un nuovo importante lavoro per il completamento del mausoleo, un gruppo scultoreo che rappresenta la Fama incatenata dal Tempo e il Genio della Moriana. I Collino si mettono all’opera e per la realizzazione della scultura utilizzano il raro marmo di Pont, ma le cose vanno per le lunghe ed il gruppo, modificato più e più volte rispetto al disegno originale, non è pronto che nel 1788; guerre e vari avvenimenti politici impediscono, però, alla scultura di essere trasportata a destinazione e per sfortuna o per fortuna, rimane a Torino in attesa di una nuova collocazione.

La Fama che incatena il Tempo dei Fratelli CollinoInizialmente si pensa di sistemare il gruppo nei sotterranei di Superga, dove oggi è posto l’Arcangelo Michele del Finelli, ma neppure questa destinazione sembra essere quella giusta, di fatto rimane nello studio dei fratelli Collino per lungo tempo. Solo nel 1820, in occasione dei festeggiamenti per i cento anni della fondazione dell’Istituto universitario, si decide di esporre nel cortile di rappresentanza dell’Università la bellissima opera.
Dopo la mostra, Vittorio Emanuele I dona il gruppo scultoreo all’Ateneo, come si può evincere dall’iscrizione sul basamento della statua.
Nel corso degli anni il genio della Moriana viene sostituito con un putto alato che sorregge un medaglione su cui sono incisi il nome degli scultori sul fronte ed “ex marmore pontino” nel retro, che viene identificato con il Genio della scultura.

Il gruppo scultoreo di Ignazio e Filippo Collino è così giunto fino a noi; ancora oggi passeggiando nei pressi di via Po, al secondo piano della Galleria dei Dotti, si può ammirare la bellezza dell’opera. La Fama che incatena il Tempo vuole indicare quanto la fama e la grandezza dei Savoia siano eterne e destinate a durare per sempre.

La Galleria dei Dotti, il tempio delle muse

La Galleria dei Dotti, il tempio delle muse

La Galleria dei Dotti, nella corte d’onore del palazzo dell’Università, ha una storia lunga quasi tre secoli, ha visto transitare e successivamente sostare nei suoi porticati illustri sapienti e grandi maestri della conoscenza.
Nei primi anni del ‘700 il lungimirante Vittorio Amedeo II, convinto della necessità che solo da menti adeguatamente formate si può avere una classe dirigente capace, investe tempo e denaro nella riqualificazione dell’Università, già attiva a Torino fin dal 1404. Il duca dà inizio ai lavori per la costruzione del nuovo palazzo accademico in via Po nel 1713, affidando il progetto a Michelangelo Garove, coadiuvato da  Pier Francesco Garoli e Giovanni Antonio Ricca. Filippo Juvarra si occupa dell’abbellimento degli spazi aperti del cortile d’onore, biglietto da visita del palazzo: portici e colonne articolati su due piani ornati con lapidi e rilievi figurati storici, acquisiti da Scipione Maffei su mandato di Vittorio Amedeo II.
L’idea è quella di creare uno spazio musealizzato, dove gli studenti possono continuare ad apprendere; un vero e proprio museo lapidario e collezione di antichità.

La Galleria dei Dotti, il tempio delle museLa galleria rimane pressoché invariata fino ai primi anni del XIX secolo, quando tutti i reperti archeologici vengono trasferiti nella più idonea sede del museo di archeologia, nel palazzo dell’Accademia delle Scienze, e la galleria destinata ad esporre i busti degli uomini illustri che hanno insegnato nell’Università torinese.
Ovviamente non tutti gli insegnanti dell’ateneo possono trovare posto nella galleria dei Dotti, non ci sarebbe abbastanza spazio per inserire il busto o la lapide di ogni sapiente; per ovviare ad un ammasso ingestibile di monumenti, nel 1894 viene stilata una linea guida atta a stabilire chi può entrare a far parte della galleria.
Il regolamento è composto da diversi punti: specifica la tipologia dei monumenti che possono trovare spazio nella galleria (statue, busti, iscrizioni), che la proposta di inserimento deve essere fatta dal Rettore e votata dal Consiglio Accademico, che al Consiglio Accademico spetta la delibera definitiva decidendo tipologia di monumento e disposizione, e definisce che il “Dotto” deve essere morto da almeno tre anni per poter essere candidato.

La Galleria dei Dotti, il tempio delle museLa galleria dei Dotti

Nella Galleria dei Dotti trovano spazio 54 opere scultoree, dedicati agli insigni maestri che hanno dato lustro all’ateneo sabaudo. I più grandi nomi della storia torinese trovano posto nei porticati dell’università, da Gioberti a Francesco Ruffini, da Luigi Cibrario a Amedeo Avogrado, Lagrange, Amedeo PlanaGiuseppe Timermans, Amedeo Peyron, Luigi Gallo, Pier Carlo Boggio, Giuseppe Dionisio, Luigi Mattirolo, Cesare Alfieri di Sostegno, Carlo Boucheron,  Paravia e tanti altri che hanno lasciato il segno nell’istituto nel corso dei secoli.

La Galleria dei Dotti, il tempio delle muse

Oltre ai monumenti dedicati ai dotti all’interno del cortile dell’ateneo è possibile ammirare due intense opere marmoree concepite da grandi artisti del panorama torinese: la fama che incatena il tempo realizzata nel 1788 dai fratelli Ignazio e Filippo Collino e Minerva, opera di Vincenzo Vela del 1858. Più recenti, risalgono al 2007, le grandi sculture metalliche di Massimo Ghiotti, Tristan und e Esprit de Géométrie.
Di Ignazio e Filippo Collino sono le statue di Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III che, da subito trovano posto nelle nicchie laterali l’ingresso di via Po e successivamente collocate nell’Aula Magna del Palazzo dove è possibile ammirarle ancora oggi.

Dopo trecento anni, entrare nel palazzo dell’Università e passeggiare tra i porticati della galleria dei Dotti lascia una sensazione di piccolezza transitando ai piedi delle statue di personaggi tanto importanti. Espone bene la percezione che se ne ha Davide Bertolotti nella sua Descrizione di Torino del 1840 “La parte interna dell’Università è mirabilmente acconcia al suo scopo. Una grave magnificenza vi regna per entro, e il viaggiatore che ci mette il piede, sente ad un tratto di essere nel tempio delle muse, nell’albergo di ogni dottrina”.

 

La chiesa di San Lorenzo a Collegno

La chiesa di San Lorenzo a Collegno

La chiesa di San Lorenzo a Collegno è un piccolo gioiello sconosciuto. Poco si parla di lei nonostante al suo interno è possibile ammirare opere d’arte di notevole fattura, tra le quali primeggiano le 10 statue realizzate dal Torinese Stefano Maria Clemente. Posizionate lungo la navata centrale, ai lati delle cappelle dedicate al Santissimo Crocefisso, alla Madonna del Rosario, a Sant’Antonio e Sant’Ignazio, le sculture lignee danno una personalità unica ad una chiesa dalle radici antiche che risalgono al XVII secolo.

La chiesa sorge sul terreno dove prima esisteva una chiesa dedicata a San Pietro che a causa dell’abbandono e dell’incuria finì per essere abbattuta nel 1650 nonostante l’ arcivescovo Broglia, con decreto, aveva concentrato nella vecchia chiesa le attività delle tre chiese dell’antica Collegno: San Massimo, San Lorenzo e San Pietro.
Rimasti con le pietre i mano e senza un luogo dove pregare, gli abitanti di Collegno cominciarono ad organizzare la ricostruzione della chiesa per dedicarla ai santi patroni della città.
Non fu un impresa facile! Il progetto fu affidato al Padre Priore degli Agostiniani Scalzi del Convento di San Pancrazio di Pianezza e i tempi si dilatarono al punto che solamente nel 1772, cento anni dopo, fu possibile consacrare il nuovo edificio.

La chiesa di San Lorenzo

La chiesa fin da subito si presenta con le classiche caratteristiche del Barocco Piemontese del periodo anche se il tutto si sviluppava all’interno di una pianta quadrata e con un altare e coro in legno che verranno sostituiti dal marmo grazie all’ intervento economico della potente famiglia dei Provana di Collegno.
L’ intervento artistico probabilmente più prestigioso lo si deve all’allora priore Reinaldi che commissiono all’artista Stefano Maria Clemente la realizzazione delle 10 statue che adornano l’interno della chiesa e danno alla struttura un particolare fascino irrobustito da altre opere dell’ artista come la cassa dell’organo, la santissima Trinità, il pulpito. . . .
Nel 1815 la chiesa fu oggetto di un opera di ampliamento, che la dotò dei bracci laterali e del coro, dando così alla struttura la classica pianta a croce latina.

Forse un po fuori mano, la chiesa merita una visita, se non altro per ammirare l’arte di Clemente, di Giovanni Battista Bernero e di Bartolomeo Caravoglia, gli affreschi del prestigioso Nicola Arduino(1887-1975) del vicino comune di Grugliasco e le due statue di Paolo Spignolo posizionate nelle nicchie esterne della facciata.

Indirizzo
Via Martiri XXX Aprile 34, Collegno TO

Questa storia è stata raccontata grazie al sostegno di LAURA FEZIA